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NEBBIA

26 Mag

NEBBIA

 

Libero si affacciò alla finestra e non vide nulla, non la casa di fronte, non i grattacieli poco più distanti: c’era nebbia, una nebbia che si era inghiottita ogni cosa davanti e intorno a lui.

ATT00035.Gli venne un pensiero buffo, in quella tristezza autunnale: e se veramente al di là di quella cortina grigia non ci fosse stato più nulla?

Se la nebbia avesse divorato ogni cosa, come nel famoso racconto di Stephen King?

* * *

Un’altra estate era passata: quante gliene sarebbero rimaste ancora prima della catarsi finale?

Comunque era stata una bella stagione, il tempo buono – oramai d’estate era raro che piovesse –; c’era stato sì un periodo di caldo infernale, ma quello è normale, altrimenti che estate sarebbe?

Libero aveva fatto le stesse cose di tutti gli anni, perché lui non era uno con troppe fantasie ed ambizioni di conquiste estive, né di sfrenato divertimento: gli bastava fare un poco di spiaggia, scaldare lo scheletro in previsione del freddo e dell’umidità di Milano; i vecchi dicevano: “Estate calda, inverno freddo”, che è una verità lapalissiana, ma è forzatamente esatto.

Quello che, forse, intendevano è che più l’estate è calda, più freddo sarà l’inverno, quasi per una legge di compensazione.

Ma anche le belle estati, come tutte le cose belle, prima o poi finiscono ed era giunto il momento di ritornare in città, di riabbracciare la propria casa, le proprie cose che, pazienti come un animale domestico, aspettavano il loro padrone e un poco di compagnia.

Come ogni anno Libero si mise in viaggio il giorno previsto, previsto addirittura prima di partire per le vacanze, forse fin da quando aveva avuto l’agenda del nuovo anno, ed anche all’ora prevista, vale a dire presto, quando ancora non c’è il traffico di chi va al lavoro, quando i camion ancora non hanno caricato e si sono messi in viaggio per destinazioni monotonamente lontane.

Lui tornava dalla Toscana, quindi prendeva l’autostrada della Cisa e poi quella del sole: strade, tutto sommato, scorrevoli, soprattutto nelle giornate che strategicamente sceglieva: mai inizio o fine mese, mai inizio o fine settimana.

Solo che Libero non amava comunque viaggiare in macchina: tutte quelle ore seduto immobile che poi avrebbe pagato col mal di schiena, quei paesaggi che sfuggivano e che conosceva a memoria pur non potendo, d’altra parte, distrarsi troppo dalla guida per vedere il panorama, le Apuane, l’ultimo scorcio di mare, le donne di Pontremoli che, appena al di là della recinzione dell’autostrada, sventolavano sacchetti di plastica legati a lunghi bastoni per pubblicizzare il fatto che erano lì a vendere ai viaggiatori i loro prodotti: formaggio, funghi, pesche.

Ad un tratto l’autostrada presentava il primo bivio: o si proseguiva per La Spezia, o si voltava verso la Cisa vera e cisapropria, il passo che scavalca gli Appennini.

Qui, di colpo, il paesaggio cambiava: ci si infilava in mezzo a gole strette, senza sole fino a mattina inoltrata, soprattutto a fine agosto che è un prodromo di autunno ed ecco, a sorpresa, il sole sparire di colpo,  inghiottito dalla prima nebbia stagionale.

In realtà, forse, più che di nebbia si trattava nuvole basse, che faticavano a fuggire dalle gole senza la complicità del calore del sole che, a quell’ora e in quella stagione, ancora non riusciva a scaldare a sufficienza il suolo, in alcuni tratti neppure a sbucare da dietro le colline.

Non era una nebbia cattiva, pericolosa, di quelle che non ti fanno capire dove sei e che cosa ti aspetta poco più avanti, ma era una nebbia triste, che cantilenava: “L’estate è finita, finita, finita…” al ritmo monotono del rombo del motore e delle ruote sull’asfalto.

E la nebbia accompagnava Libero fino a dopo lo scollinamento del passo, fino a quando iniziava la bassa terra della provincia emiliana che portava verso l’autostrada del sole.

Ecco, oltrepassata Parma, avvicinandosi a Milano, non c’era più la nebbia collinare, ma una grigia foschia industriale che sbiadiva il sole, rendendolo, però, ancora afoso e che ti accompagnava fino alla città.

Ecco che Milano accoglieva Libero come una vecchia parente: tante feste al primo istante, ma poi pare ignorarti più per abitudine che per malanimo.

Giusto il tempo di riambientarsi, accompagnato da alcune giornate ancora belle e calde e poi, una mattina, d’improvviso, la nebbia, quella vera quella milanese D.O.C.

imagesCerto, non più i nebbioni di un tempo, quando nelle vie della periferia non si vedevano né marciapiedi, né riga di mezzeria della strada: in effetti anche il tempo, oltre ai tempi, era cambiato e il detto, abusato, sulle mezze stagioni che non ci sono più è una innegabile verità.

Libero aveva abbastanza anni da ricordarseli quei nebbioni, ma anche le nevicate a Natale, le strade ghiacciate a capodanno, le pioggerelline sottili autunnali che sembravano non smettere mai.

* * *

Quel giorno, però, la nebbia era fitta davvero: dalle sue finestre non si vedeva un gran bel panorama: solo tetti e case; l’unico verde era quello malato delle poche piante su balconi e terrazzi.

La casa di fronte era a una trentina di metri, intervallati da bassi capannoni: un tempo piccole fabbriche artigianali, ora ristrutturate pretenziosamente come “open space”, e quella casa là in fondo, all’inizio della via dove l’uomo abitava quel giorno non c’era più, non si vedeva, non si vedevano i grattacieli di acciaio e vetri azzurrati che stavano sorgendo come funghi.

Libero abitava al decimo e ultimo piano di una casa, tutto sommato, abbastanza datata: quel giorno non solo davanti a sé aveva il muro di nebbia, ma pure sotto di sé i piani inferiori scomparivano, nascosti da una coperta grigiastra che non dava calore; cosa c’era al di là, ciò che conosceva da sempre oppure il nulla?

La nebbia metteva tristezza e con questa si diventa tutti un po’ filosofi, si pensa a tante cose che, prima, non si erano mai prese in considerazione.

Noi osserviamo la nebbia da fuori, come se fossimo in un cinema e guardassimo quella realtà in un’altra dimensione, ma invece noi ci siamo immersi dentro, facciamo parte di essa e, probabilmente, nel palazzo di fronte c’è qualcuno che guarda fuori, non vede la nostra casa e pensa, a sua volta che la nebbia sia “là”, non “qua”.

Se si va per strada, però, l’evento meteorologico straordinario ci fa sentire tutti un po’ più complici, ci fa capire di appartenere a quella realtà immersa nel grigio, ci si saluta più volentieri, anche fra persone viste sì e no una o nebbiadue volte: ”Buongiorno, visto che nebbione? Questo qui ce l’abbiamo solo noi a Milano” ed altre banali sciocchezze del genere.

La nebbia, questa nebbia così fitta e inusuale, ci fa capire che lei è come la società: bella o brutta che sia, noi siamo questa, le apparteniamo.

Forse è questa consapevolezza di appartenenza che, tutto sommato, ci dà la forza di tirare avanti, sapendo che non siamo soli, non siamo isolati, ma condividiamo cose belle e cose brutte, perché ne siamo parte integrante, perché siamo noi a creare la società e, forse, anche la nebbia che ci sommerge e ci circonda.

No, non c’è il nulla al di là, come in un racconto horror, perché noi esistiamo e non siamo altro che molecole di società, di universo, di nebbia.

 

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Pubblicato da su maggio 26, 2013 in Racconti

 

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