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IL GATTO SUL LETTO

19 Mag

IL GATTO SUL LETTO

 

Questa, si dice, è una storia vera: qui verrà raccontata come una novella.

* * *

Se c’è un luogo più brutto e triste perfino di un camposanto, questo è senza dubbio un ospizio per anziani.

Gente che ha lavorato una vita, persone che hanno fatto sacrifici per crescere i figli, farli studiare, dare loro una posizione, questi sono i ricoverati.

Uomini e donne che forse, dopo aver sistemato, come si suol dire, i figli, speravano di godersi con loro l’ultimo veccbrandello di vita, nonostante una miseria di pensione, ma si sa che i vecchi non hanno troppe esigenze e basta loro poco per sopravvivere, per scambiare un raggio di sole per una giornata estiva e un sorriso per amore.

Purtroppo, però, i figli dimenticano, dimenticano in fretta tutti quei pannolini cambiati loro, le notti insonni di una madre a mettere la pezzuola bagnata sulle loro fronti brucianti di febbre.

Scordano i sacrifici e masticano imprecazioni perché debbono integrare la retta dell’ospizio, perché la pensione di mamma e papà non è sufficiente.

Spesso attendono solo che quell’ingombrante presenza se ne vada per sempre: un attimo di dolore, è vero, qualche lacrima soprattutto per i presenti, ma dopo una vita di libertà e di risparmio mensile: vuoi mettere…

Almeno fino a quando i loro, di figli, non li rinchiuderanno a loro volta in uno di quei luoghi grigi e maleodoranti di feci, di urina, di disinfettanti, di vecchiaia e di morte.

In fondo, quando si parte per un viaggio, si aspetta sempre il treno in una sala d’attesa: ecco, un ospizio è come una brutta sala d’attesa dove si aspetta di partire per l’ultimo viaggio, quello senza ritorno.

E quei vecchi, con le loro piccole manie, con quei gesti un poco da matti, molti di loro, magari, già fuori di testa, danno proprio fastidio, ne danno anche a chi li accudisce giorno e notte al posto di quei figli e nipoti smemorati ed ingrati.

I vecchi, in quanto tali, appartengono ad un’altra epoca, una dove c’era senz’altro più educazione e rispetto e per questo anche quando se ne vanno lo fanno con discrezione, in silenzio, sulle punte dei loro poveri piedi deformi e doloranti.

Eppure, anche in questi luoghi senza speranza, chi ha così poco si accontenta di ancora meno e gli basta quasi nulla per essere felice, per sentirsi ancora una persona viva e dignitosa.

Può essere la televisione, magari il varietà del sabato sera perché è spensierato, anche se a molti altri pare sciocco; basta loro solamente un sorriso, magari da un visitatore sconosciuto, una parola buona, un piccolo gesto d’affetto, una carezza.

Nel ricovero della nostra storia a dare un po’ di gioia ai vecchi e alle vecchie (anche se il sesso delle persone qui è indifferente, oramai) che aspettano l’ultimo treno, è da poco arrivato un gatto, un grosso gattone tigrato, comparso misteriosamente e all’improvviso da chissà dove e subito diventato il beniamino dei degenti e solo per questo tollerato da inservienti e personale dell’ospizio.

Più di una volta qualche vecchietta si era nascosta dentro nel fazzoletto un po’ della carne macinata (più facile gattoda mangiare per chi non ha denti) del suo pranzo non certo sopraffino e ricercato e neppure abbondante, e, senza farsi vedere, l’aveva poi portata al micio.

Morfeo, l’avevano chiamato, perché lo si vedeva per lo più addormentato su un calorifero, o magari sul vecchio e mastodontico televisore della sala comune, ma mai sui letti dei ricoverati.

Probabilmente quell’odore di vecchi lo infastidiva: si sa, i gatti hanno molto più olfatto degli umani.

Eppure un giorno, inaspettatamente, degenti e inservienti videro il gatto acciambellato  sul letto di un vecchio paziente non più auto – sufficiente e molto malato, tanto da avere i giorni contati; la sua malattia? un male incurabile: vecchiaia.

Il gatto era addormentato in fondo al letto, di fianco ai piedi dell’uomo; chissà se lui se n’era accorto: difficile, con la mascherina dell’ossigeno sul volto e cervello e un piede già sul predellino dell’ultimo treno.

Il giorno seguente il letto era vuoto: il vecchio era partito per sempre, si spera verso un mondo migliore e il gatto non era più né sul letto, né nella stanza.

Tutto normale: un vecchio muore e un gatto, che è uno spirito libero, decide di andare a dormire da qualche altra parte e difatti lo rividero sdraiato nuovamente sul televisore con la coda a penzoloni davanti allo schermo e lì ritornò a dormire per diversi giorni a seguire.

mortPoi, improvvisamente, il gatto sparì dal televisore e fu visto su un altro letto, di una donna, questa volta, anch’essa al termine del suo soggiorno nel ricovero e in questo mondo.

E il giorno seguente la donna era spirata.

Ma anche stavolta nessuno trovò nulla che fosse al di fuori della normalità.

Eh già, un luogo come quello è proprio come una stazione: c’è chi arriva, c’è chi parte lasciando il proprio posto ad altri e nessuno si stupisce se in una sala d’aspetto le persone cambiano sempre, anche se c’è qualcuno che rimane un po’ più a lungo di altri, in attesa di un treno in ritardo ma che, comunque, o prima o dopo arriverà, oh, se lo farà, perché quel tipo di treno non viene mai soppresso.

Ci fu  poi un periodo di calma, là dentro: per quasi un mese nessun degente venne a mancare: una rarità.

Il gatto alternava televisore e caloriferi, ma un bel giorno, ancora una volta, ricomparve sul letto di una degente, solo che lei non pareva essere giunta alla fine ed era felice di quella compagnia notturna: da quando troppi anni prima il suo unico amato l’aveva preceduta nell’altro mondo, nessun essere vivente aveva mai più diviso il letto con lei.

Anche se la donna, come detto, pareva stare bene, la sera si addormentò e non si svegliò più: la trovarono il mattino seguente con un’espressione serena, ma senza più fiato, né anima.

E il gatto se n’era andato dalla stanza.

Stavolta qualcuno notò quella curiosa coincidenza: per tutti gli ultimi decessi l’animale, che fino ad allora aveva disdegnato i letti dei degenti, era comparso per l’ultima loro notte sulle lenzuola dei partenti.

La cosa fu ancora più evidente dopo altri quattro casi.

E divenne argomento universale di conversazione all’undicesimo.

C’era chi sosteneva che il gatto rubasse il respiro ai moribondi, chi diceva fosse, come si credeva nel medioevo, il demonio venuto a riscuotere il suo tributo, chi sosteneva, invece, che fosse un angelo reincarnato in quel corpo animale e al quale era affidato il compito di accompagnare i viaggiatori in carrozza.

I più pragmatici parlavano di odore di morte percepito dall’animale, mentre qualcuno sosteneva che il micio potesse avere il dono di vedere la nera signora con la falce e che tentava di spaventarla, senza riuscirci, con la sua presenza sul letto.

O magari era solamente pietà, perché chi aveva vissuto da solo gli ultimi anni, non morisse altrettanto solo.lett

Nessuno allontanò mai il gatto, ma tutti un po’ lo temevano, temevano, una sera o l’altra, di vederlo acciambellato sul letto, il proprio letto: qualcuno, magari, lo sperava perfino.

* * *

Si dice che in più di un ospizio per anziani spesso sia comparso dal nulla un gatto e che questo dormisse solo sul letto di chi stava morendo e solo per l’ultima notte: nessuno ha mai chiarito, scientificamente, il mistero.

 

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Pubblicato da su maggio 19, 2013 in Racconti

 

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