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IN MEMORIAM

12 Mag

IN MEMORIAM

 

Suo padre, il padre di Adriano, era un uomo onesto ed era anche un uomo profondamente giusto e buono.

Per aiutare la famiglia dava ripetizioni private a casa di latino e greco, instancabile anche quando era stanco.

Quel giorno aspettava Lilli, ma Lilli non venne; a sera telefonò la madre: “Professore – disse – mi scusi, Lilli non verrà più, Lilli…”.

Non riuscì a dire altro e scoppiò in lacrime: la ragazzina stava andando proprio da lui, a lezione, in motorino e incidenteun camion l’aveva fermata per sempre.

Anche suo padre pianse a lungo insieme alla donna, poi lei si riprese: “Io le devo ancora pagare l’ultima lezione…”.

L’uomo non la lasciò finire: “Non mi deve nulla: compri, invece una rosa, gliela metta sulla tomba e  le dica che è quella del professore…”.

Poi ricominciarono entrambi a piangere e riappesero senza dire altro.

Questo era suo padre, il padre di Adriano, un uomo profondamente buono.

Suo padre: una guida come un padre è o dovrebbe sempre essere: lui non gli aveva mai imposto nulla, nulla gli aveva insegnato, gli aveva solo mostrato la strada corretta e gli era stato d’esempio.

Ma essere così giusto, essere così buono non è facile: la bontà e la rettitudine sono cose d’altri tempi.

Poi, un giorno, l’uomo se n’era andato con la stessa discrezione con la quale era vissuto, in silenzio, con dignità, per quanta ce ne possa essere nella morte.

Quando ci viene a mancare una persona cara, ci lascia sempre qualcosa che va oltre i beni materiali: sovente ci lascia i ricordi, soprattutto quelli dei momenti belli, ma soprattutto spesso ci lascia l’esempio dei suoi valori morali.

Tanti, forse troppi anni prima, Adriano era un bambino coi capriccetti di tutti i bambini, forse anche con qualche piccolo, innocente vizio, perché il padre era un uomo buono e come tale aveva capito che non è poi del tutto sbagliato viziare, entro certi limiti, un bambino, perché poi crescerà e la vita gli riserverà principalmente dolore e Mortaio305fatica e preoccupazioni e rabbia ed allora che si goda la spensierata fanciullezza che passa in un soffio ed è la parte più bella della vita, forse l’unica che meriti veramente di essere vissuta.

E così suo padre, se lui non voleva dormire, lo prendeva in braccio, la testa poggiata sulla sua forte spalla di genitore e di guida, e percorreva instancabile avanti e indietro il lungo corridoio della loro casa, quella che lui abitava tuttora e gli raccontava storie di guerra, perché lui l’aveva fatta, la guerra, oppure gli cantava le canzoni di loro soldati, di montagna, dei partigiani, con quella sua voce melodiosamente stonata.

Ma quanto era piccolo lui? Non troppo, se aveva questi ricordi, eppure  abbastanza da stargli in braccio.

Non ci aveva mai pensato prima, ma suo padre così buono, così giusto, aveva comunque combattuto, probabilmente aveva ucciso, magari non vis à vis, ma i cannoni che comandava non lanciavano fiori o messaggi d’amore e pace al nemico.

Eppure… più volte aveva visto suo padre inseguire con un giornale una mosca, ma non per ucciderla, ma per farla uscire indenne dalla finestra; lui non uccideva neppure le zanzare, per lui erano tutte creature di Dio.

Ma la guerra, è guerra: lì bisogna fare delle scelte, non si può scacciare il nemico minacciandolo con un giornale arrotolato affinché se ne vada dalla nostra terra.

Lui, il padre di Adriano, della guerra non raccontava le morti, ne cantava invece le canzoni, ne ricordava le marce interminabili, le febbri da sfinimento, i commilitoni, non raccontava il sangue, l’orrore che aveva vissuto, ma il sentimento d’amicizia che si prova in quelle situazioni.

Adriano aveva sempre apprezzato l’esempio e l’insegnamento del padre, ma lui era diverso, lo era perché sapeva odiare, perché riteneva, se costretto, di essere capace di uccidere e non solo mosche e zanzare.

Sull’esempio del padre, nella sua memoria, non sopportava le ingiustizie, le disuguaglianze, ed allora si mise a combattere a suo modo il sistema.

Dapprima furono solo anonimi volantini con i quali voleva aprire gli occhi alla gente, far loro vedere chi era veramente il dittatore che troppi osannavano, perché i dittatori hanno sempre un carisma col quale riescono ad abbindolare le menti più deboli, vale a dire la maggioranza delle persone.

Ma lui non era fra quelli: lui soffriva a vedere i vecchi, gente che aveva lavorato tutta una vita, raccogliere frutti e verdure mezze marce dopo un giorno di mercato, perché se erano mezze marce, erano anche mezze buone e in questo modo ci si aiutava a tirare fino alla prossima, misera, pensione.

Adriano queste cose le diceva, ma non lo ascoltavano: tutti prendevano l’ingiustizia come fatalismo e lui no, questo non lo poteva tollerare.

E fu così che elaborò il piano, la sua particolare versione della soluzione finale e fece tutto da solo, perché lui si riteneva piuttosto intelligente e quindi imparava dagli errori di chi lo aveva preceduto: niente contatti con altri, quindi nessuna possibilità di essere intercettato, di avere una falla nel piano, che qualcuno si tirasse indietro o nocsfacesse il doppio gioco o fosse un infiltrato.

Nessuna organizzazione, solo lui a combattere il sistema non per sé, ma per i poveri, i derelitti, i maltrattati da un sistema ingiusto, per i vecchi, i bambini, gli ammalati, quelli che pagano sempre, per chi raccoglie i frutti marci.

Lui e lui solo aveva elaborato il piano per uccidere il dittatore.

Sapeva di essere schedato per i suoi volantini, per i suoi proclami pubblici; sapeva che se non lo avevano mai fermato prima era solo perché si rendevano conto di quanto controproducente potesse essere farne un eroe.

Probabilmente “dopo”, lo avrebbero preso, ma allora sarebbe stato troppo tardi: lui era disposto a sacrificare volentieri la propria libertà, perfino la propria vita, per i suoi ideali, per suo padre che aveva fatto la guerra, per suo padre che non ammazzava le mosche, ma ci sono esseri peggiori di quegli insetti fastidiosi che però, tutto sommato, sono abbastanza innocui.

Un piano come il suo non s’improvvisa: ci vollero mesi per individuare il momento, il luogo, il come.

Doveva farlo da lontano, perché il suo nemico era sempre circondato da guardie del corpo; ci voleva un fucile e non fu facile trovarlo, ma con i soldi e le conoscenze giuste si fa tutto.

Poi ci voleva allenamento: lui non aveva mai sparato e non bastano un mirino e un cannocchiale: bisogna calcolare il vento, la distanza, la perdita di potenza del proiettile.

Alla fine, però, tutto fu pronto; il giorno stabilito Adriano si appostò, prese la mira, non poteva sbagliare e non sbagliò.

Poi fuggì: tutto pareva andato bene, meglio del previsto.

Certo, avrebbe potuto scappare lontano, magari all’estero, ma dove? Quella era la sua terra, lì c’era la sua casa, la casa dei suoi genitori, non aveva altro posto dove andare né il denaro per ricominciare altrove.

Aveva studiato tutto, non la fuga, perché quella non era la parte importante del piano; ci vollero solo poche ore perché risalissero a lui e vennero in tanti, i nemici, ma potevano oramai solo vincere una battaglia, perché la guerra l’avevano già persa.

indexMentre arrivavano, urlavano e battevano alla sua porta, ripensò a suo padre, a Lilli, alla guerra, alle canzoni patriottiche.

Appena dentro spararono, non gli chiesero neppure di arrendersi e lui non lo avrebbe fatto comunque; cadde, si sentiva soffocare nel suo sangue, l’ultima cosa che vide fu la finestra aperta e una mosca che dal vetro volò fuori, viva e libera, lontano da tutto quel trambusto.

Lei era salva, suo padre sarebbe stato felice.

Sorrise.

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Pubblicato da su maggio 12, 2013 in Racconti

 

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