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CANADA

05 Mag

CANADA

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Smartphone, tablet, notebook, netbook, TV al plasma eccetera, eccetera, eccetera.

Siamo nell’età della tecnologia: quasi tutti i ragazzini hanno cellulari ultra moderni, consolle per videogiochi e, naturalmente, computer.

I ragazzini della borghesia, anche quella medio bassa delle grandi città hanno tutto questo hi tech per compensare spesso una carenza di attenzione e di presenza dei genitori, troppo impegnati a lavorare, a guadagnare per acquistare il terzo televisore a led, la seconda macchina, per dare ai figli tutto, tranne ciò che veramente loro vorrebbero e necessiterebbero: affetto e, come detto, attenzione.

Ovviamente non è stato sempre così, le cose sono cambiate molto velocemente in pochi decenni: un po’ per il progresso, un po’ per il declino dei valori umani della società.

Quella che voglio raccontare è una storia vera, vissuta in prima persona e il perché di questo racconto lo si capirà alla fine: non è per la difesa dei ragazzini “griffati”, per togliere loro il superfluo e sostituirlo con le cose vere. Parlo di… tanti anni fa, quasi preistoria, perché era la mia infanzia, la pubertà di mio fratello e di mia sorella. Non avevamo tutta questa tecnologia, ma avevamo degli amici veri.

La sera, in primavera e in estate, scendevamo sotto casa senza problemi, ci si ritrovava con gli amici, si giocava a giochi che non necessitavano di nulla: i difetti, i titoli dei film da mimare, seduti sul gradino del portone di casa, in un orario compreso fra l’intoccabile Carosello e l’ora di andare a dormire, cioè le ventidue, ventidue e trenta al massimo, se andava bene.

Nella piazzetta vicino a casa si giocava a pallone, a figurine, a “foppa”.

Non c’erano i fumetti Manga, ma leggevamo il Corriere dei piccoli, Topolino, Superman (che allora si chiamava Nembo Kid).

Nembo Kid

Ma soprattutto gli amici venivano a casa nostra a fare i compiti, a giocare a soldatini, oppure si andava noi da loro, perché le mamme, anche di quelli col papà operaio, erano a casa a lavare, stirare, cucinare, allevare e sorvegliare i figli.

Io, con un fratello maschio più grande, volevo sempre intromettermi nella sua compagnia: forse per me era un modo di crescere. Non ricordo i nomi di tutti, anzi quasi di nessuno: più che altro, forse, alcuni soprannomi: c’era Cavicchio, Ciccio, Mimì lo zingaro (che non era uno zingaro) e Cucchiaroni, chiamato così perché aveva una folta capigliatura come un famoso calciatore sudamericano di allora: adesso ha ripreso il suo nome di battesimo ed è pelato.

Devo dire che quello che non è cambiato in decenni è casa mia: abito ancora dove vivevo a quel tempo, solo che negli anni che sto narrando eravamo in cinque, adesso vi vivo da solo.

Nella via, di fronte al mio palazzo, a quel tempo c’era un vecchio convento abbandonato, rotondo come una torre, misterioso come un castello stregato per noi bambini e ragazzi: si narrava che ci fosse un passaggio sotterraneo da questo fino alla chiesa che tutti frequentavamo, quella con annesso oratorio (film domenicale, liquirizia, patatine: bastava andare a dottrina).

Ovviamente non era vero, nessun sottopassaggio né per portare le suore di clausura in chiesa, né per portare sacerdoti birichini di notte in convento.

Nella mia via c’erano anche un paio di piccole officine, ora sparite, come il convento, tutti sostituiti da condomini più recenti e moderni del mio.

Era un tempo con meno necessità, con più serenità, meno fretta, ma anche allora non c’era vita facile per gli operai: gli scioperi erano visti come un atto rivoluzionario, non si poteva parlare di politica; ricordo che c’era un tipo pittoresco che girava con una bicicletta con cassone anteriore, il cosiddetto triciclo, carica di un po’ di tutto e con un grammofono che diffondeva ad alta voce “bandiera rossa”. La gente che la domenica andava a messa lo guardava male e ogni tanto la polizia lo portava dentro, così, senza motivo, forse per sovversione, forse per disturbo della quiete pubblica.

In “piazzetta” spesso la domenica arrivava un gruppo di saltimbanchi – prestigiatori – cantanti che poi vendevano i testi delle loro canzoni, vagamente osé per quel tempo e bustine magiche che cambiavano il colore dell’acqua a seconda che vi si mettesse limone, che vi si introducesse la lama di un coltello e così via: magia! Ma torniamo ai problemi del lavoro: chi era misero allora lo è anche oggi, solo che allora c’era il miraggio dell’emigrazione: Stati Uniti (erano il massimo), Argentina, Australia, Germania, Belgio.

Così un giorno uno dei migliori amici di mio fratello annunciò che lui e la sua famiglia partivano, si trasferivano quebec-city-in-invernodefinitivamente in Canada; parlò di pellerossa, di lupi, di immense distese bianche di neve con triste entusiasmo.

Scoprii molti anni più tardi che l’origine del nome Canada viene dal fatto che quando vi arrivarono i primi esploratori spagnoli, vedendo quell’immensa distesa di neve deserta esclamarono “Acà nada”, qui non c’è niente; quando poi arrivarono i francesi, i nativi li accolsero con “Canada” che era la contrazione della frase spagnola e che loro pensavano fosse un saluto, mentre i francesi credettero fosse il nome di quella terra senza nome e tale rimase.

Ma ho divagato.

L’amico di mio fratello, del quale non ricordo il nome, era spesso a casa nostra, soprattutto in quel suo ultimo periodo in Italia, mentre i genitori imballavano i loro pochi averi per la spedizione: un giorno mio fratello giocando col pallone in camera sua, fece cadere un vetro dal lampadario che fece un taglio sul naso del suo amico. Un’altra volta li sorpresi a dare fuoco al tubicino con pompetta di un mio giocattolo, sostenendo che quello era il calumet della pace dei pellerossa: io protestai che non era così e che, comunque, quello era mio, quindi spensi il fuoco, ripresi tubicino e pompetta e me ne andai sdegnato e nauseato dall’odore di gomma bruciata a cercare ragione, comprensione e merenda in cucina.

Come è facile immaginare io, il fratellino con sei anni di meno, ero mal visto da mio fratello e dai suoi amici: sempre fra i piedi, sempre a curiosare le loro cose, magari a fare la spia alla mamma.

Ma un giorno mio fratello mi chiamò e mi disse se potevo regalare un po’ dei miei giornaletti a fumetti al suo amico che era sul piede di partenza (non si sarebbe azzardato a prenderli senza il mio permesso): “Sai – mi topodisse – in Canada non ci sono le edicole”. Io, come un po’ tutti i bambini, ero fantasioso, mi immaginai queste terre inesplorate, senza città, solo coi tepee degli indiani e, nonostante fossi, come un po’ tutti i bambini  della mia età, possessivo ed egoista, gli regalai una decina di “Topolino”. Altrettanto fece mio fratello con “Nembo Kid”, che era il suo fumetto preferito.

Non so dire quanto temo sia passato da allora, non voglio neppure pensarci: decenni, ma non dimenticherò mai quell’episodio.

Dove sarà adesso quel ragazzino? Sarà vivo? Sarà morto? Forse sarà diventato ricco, non so, non ricordo altro, non penso che abbia mai scritto di sé, della sua nuova vita. Ricordo, però, il velato dolore negli occhi di mio fratello, negli  occhi del suo amico, costretti a lasciarsi, lui costretto a lasciare la sua terra, le cose che conosceva, i suoi parenti, le sue certezze.

Adesso insegno, quando me ne si dà la possibilità, ho avuto alunni di quaranta nazioni diverse e capisco il loro dolore nell’aver dovuto lasciare la loro terra, gli amici, i parenti, le loro certezze per l’ignoto di un paese diverso, per sopravvivere, per fare ciò che vogliono tutti: lavorare e mangiare: quel dolore glielo leggo ogni giorno negli occhi.

Emigranti

Non c’è differenza fra immigrati ed emigranti. Quando sento o leggo discorsi xenofobi, mi infurio e forse è perché inconsciamente penso all’amico emigrante di mio fratello, al dolore, al Canada bianco, desolato e senza edicole con giornalini per i bambini immigrati.

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1 Commento

Pubblicato da su maggio 5, 2013 in Racconti

 

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Una risposta a “CANADA

  1. greta

    giugno 4, 2013 at 8:53 pm

    Non mi capita mai di fare commenti sui blog che leggo, ma in questo caso faccio un’eccezione, perche’ il blog merita davvero e voglio scriverlo a chiare lettere.

     

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