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L’UCCELLO DEL PARADISO

28 Apr

L’UCCELLO DEL PARADISO

 

Jacopo e Arianna, o meglio: Jacopo e il suo amore discreto, nascosto e disperato per Arianna.

 

* * *

 

È dura essere soli, non avere un abbraccio, un bacio da condividere.

È dura quando si hanno quindici anni, più ancora a venti e a trenta; dopo, magari, ci si fa l’abitudine, ce ne sai fa una ragione.

Jacopo non era brutto, ma era… insignificante, quasi trasparente, una di quelle persone che tutti guardano e nessuno vede.

Spesso, a scuola, in sua presenza compagni e compagne si lasciavano andare, fra di loro, a confidenze spesso imbarazzanti, come se lui non ci fosse, come se lui non fosse in grado di sentire.

E lui soffriva, soffriva per questo essere ignorato, messo da parte, considerato alla stregua di un soprammobile, un soprammobile magari non brutto, ma talmente dozzinale che nessuno ci fa caso, ma soprattutto soffriva l’essere solo, sentire gli altri vantare amori, rapporti che a lui erano negati, non sapere quel è il sapore o anche solo la sensazione di una pelle di donna sfiorata, assaporata.

Ragazza-ad-una-festaPoteva, magari, proporsi a una delle compagne, magari quelle meno belle, meno corteggiate, ma lui era goffo, impacciato e poi a lui piaceva Arianna, la più bella delle compagne a partire dalla seconda liceo, quando lei si trasferì con la famiglia nella sua città, nella sua scuola, nella sua classe, nella sua vita.

Ma ovviamente Arianna sembrava non essersi mai neppure accorta che Jacopo esisteva, che in classe ci fosse anche lui con gli altri venticinque compagni e compagne.

Alle feste, alle pizzate, lui non veniva mai invitato e del resto cosa ci sarebbe andato a fare? Un tempo si sarebbe detto “a far da tappezzeria”.

Lui si vedeva, seduto su una sedia con una bibita in mano, che si sarebbe preso da solo, a vedere gli altri ballare, baciarsi, toccarsi, tanto lui non vedeva e non lo vedevano.

Oppure sarebbe stato relegato in fondo alla fila della tavolata in pizzeria, a dialogare con la pianta a foglie verdi e gialle che, comunque, lo avrebbe ignorato anch’essa.

A volte è meglio il dolore della solitudine che non quello del rifiuto.

È sempre così: agli uomini, inteso come maschi, più insignificanti, a quelli bassi, oppure a quelli grassi, non piacciono mai le donne comuni, ma solo le dee inarrivabili, quasi che alla loro pochezza fisica si accompagni un masochismo strisciante.

Spesso le donne dichiarano pubblicamente che nell’uomo non cercano le doti fisiche, ma l’intelligenza, la bontà, lo spirito, le doti morali: balle! Come gli uomini vengono colpiti dalle gambe lunghe, dai seni e glutei sodi ed alti, così anche le donne guardano subito il fisico dell’altro sesso: i pettorali, le spalle, i glutei e non solo… sovente osservano anche quanto sia rigonfio il cavallo dei loro pantaloni.

Con Jacopo potevano guardare dove volevano, ma se non avessero avuto dei raggi X capaci di vedere oltre l’aspetto fisico, in lui non avrebbero trovato alcunché di quanto le donne cercano.

Addirittura ci sono quelle che s’innamorano perdutamente delle canaglie, dei balordi, che arrivano a scrivere lettere d’amore ai serial killer, quasi che questi siano, in qualità di gaglioffi, anche più maschi e sessualmente prestanti.

Quasi sempre ci si dimentica che le qualità fisiche sono le prime che il tempo si porta via, che seni e bicipiti, natiche e membri subiscono tanto più la legge di gravità, quanto più per un tempo più o meno breve sono proiettati verso l’alto, ma gli uomini ed ancor più le donne non conoscono bene la fisica Newtoniana.

Quasi tutte, per lo meno.

Oh, sì, perché ci sono le donne – mamme che sono attratte dall’uomo bambino, indifeso, da coccolare, forse da dominare.

Qualcuna, infine, riesce a vedere le doti umane e intellettuali, ma ciò avviene di rado.

S’avvicinava la maturità: grandi pianti delle ragazze che avrebbero rimpianto per sempre (beh, almeno per un mese) le amicizie maschili e femminili di quei cinque anni di liceo terribili per lo studio ma fantastici per  le amicizie, i flirt, gli amori.

Forse per Jacopo era l’ultima occasione di rivelarsi, sì, ma non troppo, perché non era nel suo carattere.

Colse un momento in cui Arianna era sola, le si avvicinò e si fece coraggio: “Sai, forse in questi anni ci siamo parlati e conosciuti poco, ma mi piacerebbe rivederti, se mai avessi tempo e voglia. Ti lascio il mio numero di telefono e indirizzo: se ti va, se hai bisogno o voglia di vedermi, io ci sarò sempre, sarò là ad aspettarti”.

Lo disse tutto di un fiato, stupendosi quasi di se stesso, vergognandosi subito dopo e fuggendo via per non sentirla ridergli in faccia.

Anche Arianna rimase stupita, senza parole e senza fiato.

Fecero l’orale in giorni diversi, in pratica dopo quel giorno non si videro più, ammesso che lei l’avesse mai visto. Di certo lui la sfuggiva dopo la sua sparata, per non essere preso in giro da lei e dagli altri.

Jacopo s’iscrisse ad una facoltà scientifica, si specializzò in ornitologia, studiò l’avifauna europea e mondiale senza mai muoversi dalla propria città; lo affascinavano gli uccelli, il loro conquistare il cielo, che voleva dire libertà, i loro riti di corteggiamento, fatti di canti, di danze, di costruzioni complicate, perfino di atti di gentilezza, come il costruire un giardino fiorito per la compagna.

C’erano comunque specie che adorava: i colibrì, così fragili e così caparbi ed abili, il pavone superbo e altezzoso come un nobile decaduto, le roselle, magnifiche nei loro colori, gli inseparabili, talmente fedeli, si uccellodice, da morire di dolore alla morte del compagno o della compagna, ma soprattutto l’uccello lira e la paradisea per la loro bellezza assoluta.

Belli, come Arianna, la ragazza, forse ora la donna, che aveva discretamente e dolorosamente amato senza mai avere.

Ma anche negli uccelli è così: il maschio si prodiga, ma è la femmina che sceglie.

Arianna aveva indole poco scientifica e molto artistica: scelse l’accademia di belle arti, si specializzò in fotografia, girò il mondo, vide le nuove meraviglie non dell’uomo, ma della natura,

Fotografò animali stranissimi: rettili, anfibi, uccelli rari e meravigliosi ed in Nuova Guinea riuscì a vedere il misterioso e magnifico uccello del paradiso, la paradisea, con le sue forme, i suoi colori, le sue coreografie di corteggiamento, i suoi canti.

Presto, però, la vita la deluse: fino dalle scuole superiori lei era stata la più ammirata, la più corteggiata, ma tutti volevano solo una cosa da lei senza riuscire a darle amore vero.

Solo uno, una volta, le era apparso diverso, ma poi le era sfuggito, era fuggito. Arianna aveva ancora il suo numero di telefono, il suo indirizzo: provò a chiamarlo, ma il numero era inesistente: già, molti oramai rinunciano alla linea fissa per il cellulare, allora decise di andare a cercarlo: forse l’indirizzo non era cambiato.

Lei sì, lo era: era più donna, qualcosa della sua bellezza se n’era andata con gli anni, anche se quelle piccole rughe intorno agli occhi le davano un’espressione più pensierosa, più riflessiva; chissà se lui si ricordava di lei, se l’aspettava ancora come promesso?

L’aveva aspettata per giorni, settimane, anni, ogni giorno, ogni sera, mai una volta il sole era tramontato senza che lui l’avesse desiderata e pensata, ma adesso era un uomo fatto ed un uomo ha anche delle pulsioni dolorose, a volte, nella carne e così una sera uscì, andò a bere in un locale alla moda, trovò una donna di quelle facili, quelle che per un paio di bicchieri ti danno il linimento per il dolore che hai nella carne, ma mai per quello dell’anima.

Arianna arrivò in taxi, fece attendere l’autista e bussò, bussò a lungo, ma nessuno aprì.

Profumo-di-RaiS’era messa il suo abito più bello, il suo profumo migliore: riprese il taxi e tornò alla sua vita priva d’amore.

Jacopo tornò tardi, semi ubriaco, lui che era quasi astemio, soddisfatto nella carne, ma triste ancora di più nell’anima.

Mentre apriva la porta di casa gli parve di cogliere un profumo che conosceva, che aveva già sentito, ma poi un refolo di vento lo portò via prima che lui potesse ricordare.

 

* * *

 

C’è un uccello tropicale, la paradisea, detto uccello del paradiso, raro, rarissimo, tanto che vederlo è estremamente difficile ed è un peccato perché, probabilmente, è il più bello fra tutti gli uccelli.

È così raro e bello che chi ha la fortuna di vederlo sarà fortunato anche nella vita, pur se per il resto di questa piumarimpiangerà di non vederlo più, ma almeno una volta basta a beare l’animo e lo spirito.

Dice una leggenda che l’uccello del paradiso viene a trovarti una sola volta nella vita; se non ci sei ti lascia una sua piuma per farti sapere che è passato e per ricordarti che cosa hai perso.

A volte un refolo di vento si porta via la piuma e così non saprai mai che lui è stato da te e continuerai ad aspettare, invano, per gli anni a venire.

 

ungaretti

 

 

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2 commenti

Pubblicato da su aprile 28, 2013 in Racconti

 

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2 risposte a “L’UCCELLO DEL PARADISO

  1. tommaso

    maggio 24, 2013 at 9:26 pm

    Ho trovato il vostro blog su google e sto leggendo alcuni dei tuoi post iniziali. Il tuo blog semplicemente fantastico.

     

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