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LA SCELTA

20 Apr

LA SCELTA

 

Anche questa volta il modulo per il pensionamento del commissario Alfonso Grieco era rimasto nel cassetto; i tempi erano scaduti e così avrebbe dovuto rimanere al suo posto per almeno un altro anno, un anno di brutture, di morti ammazzati, di criminalità organizzata, di gente comune che, tutto d’un tratto, impazzisce e uccide mogli, fidanzate, sconosciuti.

E poi, naturalmente, c’erano i crimini per vendetta, per interesse, per sesso, per potere.

Ma del resto cosa avrebbe potuto fare lui, uomo solo, senza famiglia, né affetti, né amicizie una volta in pensione? Sedersi in poltrona con un libro ad attendere una sera e poi un altro giorno e poi un altro e così fino alla fine; meglio allora fare come certe tribù eschimesi: allontanarsi sulla banchisa, sedersi ed attendere una pietosa catarsi finale.

Pensieri, pensieri di un vecchio, che così vecchio non era se non nell’animo.

cadavereLa porta si spalancò: il fatto che non avessero bussato significava che si trattava di Gaetano Trentin, il suo aiutante più fidato, il suo possibile successore: lui non bussava mai “Commissario, ho due notizie, una buona e una cattiva, quale vuole prima?”.

Ecco, il solito Trentin che non prendeva mai nulla sul serio, forse perché aveva capito la vita più di lui in poco più di metà dei suoi anni; questo suo modo di scherzare di fare battute, indovinelli, faceva infuriare il vecchio poliziotto: se fosse stato un cartone animato, la calotta cranica gli sarebbe esplosa verso l’alto in uno scoppio di rabbia: “Trentin – disse, cercando di mantenersi calmo – ma quando cresci?”.

Il giovane ispettore fu colpito da queste parole più che da una delle sfuriate del vecchio poliziotto, si fece serio: “Allora, innanzitutto c’è stato un omicidio; ora, si tenga forte, l’assassino è sul luogo, davanti al cadavere con la pistola in mano”.

Grieco lo interruppe: “E allora cosa c’entriamo noi? Basta la volante”.

“Il fatto è che non parla…”.

Grieco non capiva il senso di tutto ciò che stava dicendo il suo aiutante: “Chi non parla, il morto?”.

“Quello di sicuro; no, l’assassino è lì, impietrito e non dice una parola e poi ci sono delle incongruenze: forse è meglio che andiamo noi, è qui vicino, all’Arena civica”.

L’Arena, quella di Milano, non di Verona, è a una decina di minuti, forse meno, dal commissariato di via Fatebenefratelli; è un impianto di epoca napoleonica, più volte ristrutturato, primo stadio di calcio delle quadre pistmilanesi ed ora sede di allenamenti e manifestazioni di atletica leggera.

Partirono in macchina, guidata dal terzo elemento della squadra omicidi, l’agente Vincenzo Jovine e, in effetti, in otto minuti furono sul posto.

Agli occhi di Grieco si presentò una raffigurazione laocoontica: un giovane agente in divisa cercava di togliere la pistola dalla mano, distesa lungo la coscia, dell’omicida; questo pareva una statua di sale o egli stesso un cadavere in preda al rigor mortis e non si riusciva di aprirgli la mano. Altri agenti erano in posizione, ad armi spianate e pronti a sparare in caso di pericolo per il loro collega.

Grieco si avvicinò, nonostante gli “Attento commissario” di un po’ tutti, agenti e ispettore; arrivato all’altezza del gruppo neoclassico vivente, Grieco si rivolse all’agente: “Lascia” e questi senza dire nulla, immediatamente mollò la presa e fece un passo indietro; nel frattempo erano arrivati il patologo, il dottor Palermo e Marchetti della scientifica.

Grieco si rivolse allora all’uomo armato con una dolcezza nella voce che Trentin e Jovine non gli conoscevano: “Su, me la dia”, disse solo e quello aprì la mano e lasciò che il commissario si impadronisse, usando un fazzoletto, dell’arma del delitto, però non si mosse dalla sua posizione.

Aveva ucciso un uomo, e questo lo confermarono i residui di sparo del tampone fattogli sul posto da Marchetti, nonché gli schizzi di sangue che gli imbrattavano un po’ tutti gli indumenti.

Grieco gli rivolse alcune domande: “Chi era, perché, eccetera”, ma l’uomo non rispondeva, stava lì semplicemente impalato a fissare il cadavere, o forse un punto oltre questo.

2113471-l-39-uomo-ammanettato-mani-alla-schiena-l-39-uso-in-sicurezza-concettiLasciò che Jovine e Trentin gli prendessero di tasca il portafogli, il cellulare e gli mettessero le manette, ma non si mosse e non parlò mai.

Dopo di lui toccò al morto, ma questo fu compito della scientifica; anche a lui presero  portafogli e cellulare e, dopo aver letto le generalità e l’indirizzo della vittima ed averle comunicate al commissario, imbustarono tutto.

Infine toccò al dottor Palermo, dopo un primo esame del corpo, imbustare questo e caricarlo sul suo furgone lugubremente nero con la scritta: Istituto di medicina legale.

Una volta via il cadavere, anche il suo assassino si lasciò portare via docilmente: non era più pietrificato, adesso era come… svuotato.

Era pane per Trentin e il suo magico computer, adesso, cercare notizie sui due protagonisti, uno dei quali involontario, di quella triste e oscura vicenda.

Dopo le ricerche, però, l’ispettore dovette comunicare al suo capo che su nessuno dei due risultava alcunché, tranne gli indirizzi ricavati dai documenti contenuti nei portafogli.

Per prima cosa il trio della omicidi si diresse a casa dell’omicida: zona residenziale, piccolo – medio borghese, anonima.

La moglie dell’assassino Giorgio Marri, quarantasei anni, impiegato, era una donna più o meno sua coetanea.

Alla notizia dell’arresto del marito avrebbe dovuto apparire sconvolta ed invece sembrava consapevole, quasi sollevata, anche se con lo sguardo spiritato e vagamente assente.

Poi arrivò la figlia, una undicenne bionda con lunghi capelli ricci, ma portati sciolti sulle spalle, vestita non come le sue coetanee con jeans e t-shirt, ma con un vezzoso abito tutto nastri e sbuffi, celeste; era carina, ma con un brutto segno intorno alla bocca: forse un’allergia, forse maltrattamenti; guardando bene, Grieco e compagni notarono che aveva anche dei segni su polsi e caviglie: era stata indubbiamente legata, ma da chi, perché? Forse il padre omicida era un molestatore, forse un violento.

Madre e figlia si chiusero, come il rispettivo marito e padre, in un mutismo irritante e ostinato in risposta alle C_22_articolo_3541_lstParagrafi_paragrafo_0_upiFotodomande di rito, forse scontate del commissario.

Inutile rimanere lì, stavano perdendo solo tempo.

Appena fuori dalla porta, sentirono la bambina scoppiare in un pianto disperato e chiedere alla mamma: “Torneranno?”; chi doveva tornare, chi la spaventava a tal punto? Loro, i poliziotti, quelli che le avevano arrestato il padre?

Toccò quindi alla famiglia della vittima; in teoria avrebbe dovuto essere la prima ad essere avvertita, prima ancora che qualcosa trapelasse da giornali o televisione, ma Grieco era uno che non seguiva gli schemi, non lo faceva mai, o quasi.

Anche in questo caso marito, morto, e moglie erano più o meno coetanei dell’altra coppia; anche qui c’era un figlio, maschio, però, di una dozzina d’anni, un neo orfano.

Grieco, paziente, attese che la donna e il figlio, strettosi a lei, si sfogassero, espellessero con le lacrime un’infima parte del loro dolore, poi arrivarono le domande, anche se la vedova andava a ruota libera nel parlare: anche questo era un modo di esteriorizzare, di svuotarsi: “Perché lui, perché il mio Carlo? Era un uomo buono, non faceva mai male a nessuno, non litigava, non discuteva, non era impegnato in politica, anche se amava la giustizia; aveva anche fatto il testimone nell’incidente…”.

Grieco drizzò le sue antenne in forma di orecchie: “Quale incidente, signora?”.

“Ma sì, un ragazzo ubriaco e drogato aveva investito una donna con un neonato in carrozzina: morte entrambe. Lui diceva di essere passato col verde, ma mio marito aveva visto che andava troppo forte e aveva bruciato il rosso, l’avrebbe anche detto al processo la prossima settimana”.

Il commissario lanciò un’occhiataccia a Trentin: perché questo gli era sfuggito? Salutò la donna, fece, contro la sua natura riservata, una carezza sul capo del ragazzino e se ne andò seguito dai suoi uomini.

In commissariato rigirò Trentin come un galletto amburghese allo spiedo e lo spedì a completare le ricerche; tornò dopo una mezzora: “è tutto vero capo, il ragazzo che ha ucciso la giovane e il neonato era il figlio di un boss, un balordo con una fedina penale lunga come i famosi rotoloni. Unico testimone il morto, che ora non testimonierà più. L’assassino non aveva rapporti con la famiglia mafiosa, anche se abitavano piuttosto vicini, nella stessa strada”.

Giorgio Marri sedeva di fronte al commissario: non era cambiato nulla, la stessa statua di sale di quando l’avevano arrestato; neppure rispose all’offerta del commissario di un caffé o di qualcosa da bere.

Allora fu Grieco a parlare: “Visto che non me le dice lei le cose, gliele dico io. Di fronte a casa sua abita una famiglia mafiosa e il figlio del boss ha ucciso due persone passando col rosso, ubriaco e strafatto. L’uomo che lei ha ucciso era l’unico testimone, l’ostacolo fra una condanna con la condizionale e un omicidio e la galera. crimineLei non conosceva loro, ma loro lei, sapevano che eravate una famiglia quasi perfetta ed allora hanno rapito sua figlia, l’hanno minacciata di morte se lei non uccideva quell’uomo mentre loro, ci siamo informati, padre, figli, amici, erano tutti in un locale in bella vista e con tanti testimoni a loro favore. Lei ha salvato sua figlia, ma ha reso un bambino dell’età della sua orfano e una donna come sua moglie vedova. Ora testimonierà? Li manderà in galera per ciò che hanno fatto alla sua famiglia e a quell’altra? Ora è lei l’unico testimone. Sua figlia teme che i suoi rapitori tornino, vuole che viva così tutta la vita?”.

Aveva fatto il discorso d’un sol fiato, forse non aveva mai parlato tanto e tanto accoratamente, ma l’uomo fece di no con la testa: sacrificava se stesso perché non tornassero, perché lasciassero in pace la sua famiglia, però in tal modo ne aveva distrutta un’altra.

Questo avrebbe scritto Grieco nel rapporto al magistrato: “Portatelo via” disse sconsolato a due poliziotti in divisa; giunto alla porta l’uomo si voltò, piangeva, ma senza singhiozzi, svuotato, parlò: “Non aveva scelta”, disse, poi tacque di nuovo.

C’è sempre una scelta”, rispose Grieco, ma sapeva che non era vero.

 

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2 commenti

Pubblicato da su aprile 20, 2013 in Racconti

 

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2 risposte a “LA SCELTA

  1. traslocare

    maggio 9, 2013 at 10:37 pm

    Ottimo, articolo davvero interessante, era proprio quello che cercavo! Grazie per lo spunto!

     
  2. mattia

    maggio 19, 2013 at 3:18 am

    Non mi capita mai di fare commenti sui blog che leggo, ma in questo caso faccio un’eccezione, perch il blog merita davvero e voglio scriverlo a chiare lettere.

     

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