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IL BRANCO

04 Apr

IL BRANCO

 

 

Chi glielo aveva fatto fare a Dario di uscire quella sera? Chi glielo aveva fatto fare di tirare così tardi? Perché si era avventurato in quella zona così poco raccomandabile?

Proprio lui che non usciva mai dopo cena, quella particolare sera aveva scelto quella zona e aveva tirato quell’ora: ah, se solo avesse saputo, se solo avesse immaginato!

Ma quella era una serata particolare, una sera di ricordi, di paturnie, di malinconie, una di quelle in cui si ha solo voglia di bere fino a dimenticare, fino a stordirsi: ma tutto questo oramai è cosa passata.

violenza carnaleNella strada buia gli si erano avvicinati tre ragazzini: quindici, sedici, forse diciassette anni e sembravano ragazzi apposto, ben vestiti, puliti, ragazzi di buona famiglia, anche se, a quell’età, in giro a quell’ora…

Gli avevano chiesto da accendere, ma lui non fumava, anche se quella sera, forse, avrebbe fatto anche quello.

Poi, dal buio, ne erano spuntati altri tre della stessa età, più o meno: non li poteva vedere bene nell’oscurità, e poi era troppo bevuto, ma due dovevano essere arabi nordafricani e uno, probabilmente, uno zingaro.

Avevano mandato avanti i tre italiani “bene” per non insospettirlo.

L’avevano accerchiato ridendo, avevano poi cominciato a spintonarlo fino a che era caduto a terra e poi era arrivato il primo calcio e poi un secondo e poi quello alla testa che  gli era esploso dentro come un fuoco d’artificio ed era quello che gli aveva fatto perdere i sensi.

Riemerse dal suo limbo e fu subito colpito dal freddo e dalla puzza.

S’accorse del perché del freddo: era nudo, legato, appeso per i polsi in un qualche vecchio magazzino uomoabbandonato.

L’odore che percepiva era un misto di spazzatura, di feci, di urina: gli venne un conato di vomito che ricacciò indietro, perché non voleva aggiungere anche l’odore acido dei succhi gastrici a quello che già c’era.

I sei ragazzi erano seduti su delle vecchie e sgangherate cassette da frutta, stavano giocando a carte e fumavano uno spinello che si passavano l’un l’altro sghignazzando.

Poi lo zingaro si alzò, gli si avvicinò a pochi centimetri dal viso: “Ehi, ragazzi, il nostro amico è di nuovo fra noi” annunciò; nuovi scoppi di risa.

L’uomo avrebbe voluto parlare a quei ragazzi, chiedere cosa volevano,  ma reputò che fosse meglio tacere: del resto cosa poteva offrire loro in cambio della propria libertà? Si erano già preso tutto ciò che possedeva: i suoi vestiti, l’orologio, il cellulare, il portafogli, le chiavi della macchina.

Uno di quelli seduti, uno dei tre ragazzi – bene, raccolse un sasso o più probabilmente un calcinaccio da terra e glielo scagliò contro con forza e cattiveria, colpendolo su di un capezzolo e facendogli un male cane.

L’uomo urlò, doveva essere ferito e sanguinare, perché sentiva la zona colpita come se fosse bagnata e poi bruciava.

Scoppio di risa.

Gli altri subito lo imitarono e fu bersagliato da una gragnola di sassi, anzi di frammenti di cemento appuntiti e taglienti.

Alla fine Dario non aveva più fiato per urlare, solo per piangere, ma sembrava che la cosa non commuovesse affatto i sei ragazzi del branco, anzi era quello il loro divertimento di quella notte, la loro trasgressione estrema per sfuggire alla noia della poca fantasia e intelligenza di cui erano dotati e lui non era più una persona, solo il loro gioco di una notte.

Con freddezza realizzò che non sarebbe finita lì e che, dopo, non lo avrebbero certo lasciato libero di andare a denunciarli: almeno fosse finito tutto in fretta…

Cosa poteva fare, del resto? Supplicarli, giurare che se lo avessero lasciato andare lui avrebbe scordato e perdonato tutto? Erano stupidi, non scemi.

droga2Quello che doveva essere il capobranco, non fosse altro per le sue dimensioni imponenti, un ragazzone di quasi un metro e novanta con una faccia imberbe da bambino, si alzò e gli si avvicinò, lo scrutò come se fosse un animale sconosciuto e poi gli spense il mozzicone dello spinello su di un capezzolo, l’altro, quello ancora sano.

Altre risate sguaiate dei suoi adepti.

Poi si sfregò lo Zippo sui jeans, lo accese e gli diede fuoco ai peli pubici: le risa raggiunsero il massimo; il bimbo gigante estrasse il suo orgoglio maschile, peraltro ben più ridotto rispetto a ciò che ci si sarebbe aspettato date le dimensioni del suo proprietario, e gli spense l’incendio che s’era sviluppato là sotto con un getto di urina bollente.

Uno degli amici dell’improvvisato pompiere emulo di Gulliver, si rotolava a terra in preda a un riso convulso, un altro filmava tutto ciò che succedeva col telefonino, il SUO telefonino, quello che gli avevano rubato.

Più del dolore delle sassate, più di quello delle bruciature, erano quelle risa la cosa più fastidiosa e dolorosa, perché non lo facevano sentire altro che un oggetto: in fondo era stata la tecnica dei nazisti quella di togliere a un uomo la dignità di essere tale.

Ma questi non erano neppure neonazisti, erano solo dei teppistelli idioti.

Il bimbone – capo tornò a sedersi e per un po’ Dario fu ignorato; ripresero a giocarsi a carte i soldi del suo portafogli, lui si appisolò, o forse perse i sensi, e in cuor suo sperò di non svegliarsi più per non affrontare il resto, perché di sicuro non era finita lì: era certo che sarebbe stata un’escalation di orrore, perché quando s’incomincia, poi è difficile fermarsi.

Lo risvegliò un rumore assordante: uno dei due arabi gli stava girando intorno con un motorino, sgommando e, ad ogni giro, sputandogli addosso.

Ehi, Alì, mi stai consumando tutte le gomme del motorino, cazzo! Scendi da lì!”.images

“Io no mi chiama Alì!” replicò il ragazzo nel suo italiano incerto frenando di colpo e quasi finendo a terra, sorpreso dalla sua stessa manovra.

Intervenne bimbone: “Voi vi chiamate tutti Alì, Alì  o Mohammed o Abdul!”.

Risate sguaiate. “Italiano scemo, io no viene più con voi a fare casino, voi razzisti!”. Altre risa. “Dai, Alì, non fare così che ci stiamo divertendo troppo”.

Non c’erano amicizia e rispetto neppure fra di loro.

L’altro ragazzo arabo si alzò, gli si avvicinò, si abbassò i pantaloni e cominciò a masturbarsi, mentre con l’altra mano gli stritolava i testicoli fra un tripudio di risate.

Fortunatamente la cosa durò poco tempo: in meno di un minuto gli eiaculò sul ventre e per terra, poi si tirò su i pantaloni e tornò dai suoi compagni.

Trascorse altro tempo, poi uno dei ragazzi – bene si alzò, andò verso di lui e lo girò spalle al branco.

Oramai la domanda era quale sarebbe stata la prossima tortura.

Comparve uno zaino, uno di quelli da scuola, dal quale il ragazzo estrasse un grosso pennarello indelebile e cominciò con quello a disegnare cerchi concentrici, partendo dalle natiche della loro vittima per arrivare fino a metà schiena e al retro delle ginocchia; poi dallo stesso zaino estrasse delle freccette e cominciarono a turno un tiro al bersaglio ed ogni punta che si conficcava senza cadere era un’esplosione, un tripudio di risa.

L’unico rammarico dell’uomo era che nessuna di quelle pratiche era mortale, perché una morte rapida sarebbe stata la sua unica via di fuga.

10915554-hands-tied-up-with-rope-against-brick-wallQualcuno era sparito, senza che lui se ne accorgesse ed ora stava ritornando con delle confezioni di lattine di birra da poco prezzo.

Mentre bevevano lo ignorarono per un tempo indefinito: di certo sapevano come far durare a lungo il loro divertimento.

Lui aveva dolori dappertutto, ma soprattutto era sfinito psicologicamente da quell’orrore infinito.

Il terzo ragazzo elegante stava male: aveva bevuto troppo e doveva vomitare: pensò bene di farlo sul petto della loro vittima; poi tutti si alzarono, come se l’avessero concertato, si sfilarono le cinghie dai pantaloni e cominciarono a frustarlo con queste, fino a che non svenne di nuovo.

Oramai il loro divertimento e le loro fantasie malate si stavano esaurendo, così come la notte.

Dario, l’uomo appeso, sentì in sottofondo il motorino allontanarsi.

Bimbone gli si avvicinò, lo guardò con odio, forse rimproverandogli di non essere stato poi così divertente: il pugno arrivò violento e preciso alla tempia, uno solo, ma sufficiente a rispedirlo nuovamente nel mondo dei sogni, un mondo tutto sommato pietoso.

Forse la prossima volta avrebbero scelto una donna e si sarebbero divertiti di più.

Nell’intontimento dato dalle troppe sevizie lui, la vittima, non sentiva più dolore, ma si sentiva umiliato e oltraggiato come uomo.

Ma questi ragazzi hanno una famiglia – pensò – qualcuno che si preoccupa se sono o meno a casa in piena notte?”.

Immaginò che di lì a vent’anni  quei giovani, almeno i primi tre che lo avevano agganciato, sarebbero magari stati degli stimati professionisti, con una moglie, dei figli dei quali non avrebbero, a loro volta, saputo null’altro se non che occupavano una delle stanze delle loro belle case.

E non avrebbero avuto nessun rimorso per quello che avevano fatto da adolescenti.

Altri rumori indistinguibili.

Uno dei ragazzini – bene del branco arrivò trafelato; l’uomo dalla sua posizione non poteva vederlo, ma ne sentì la voce: “e che cazzo, devo sempre pagare io: con questa ci facevo almeno 70 chilometri col motorino!”.

Solito scoppio sguaiato di risa, ma sempre senza allegria.

Il primo getto di benzina gli arrivò in diagonale, dalla guancia all’anca; l’odore era pungente e inconfondibile.

Capì che la sua fine non sarebbe stata, seppur vicina, né così rapida, né  tantomeno indolore.

Sentì il click di uno Zippo che si apriva, poi l’aspirare forte di chi si accende una sigaretta e il contemporaneo colpo di tosse di chi non è abituato al fumo.

Mi fai fare un tiro?” disse il bimbone – capo con voce suadente ed ironica.

Tutti risero, ancora senza gioia: il gioco li aveva annoiati, oramai.

La brace percorse una breve parabola verso i suoi piedi, dove c’erano urina, sperma, vomito e soprattutto benzina: fra poco, se non altro, tutto sarebbe finito.

Il capo annunciò: “Io vado, ragazzi, domani – poi guardò l’orologio, l’orologio che era stato della loro vittima – anzi, stamattina, ho la scuola e mi interrogano” poi mandò giù una pillola, anfetamine: doveva pure stare sveglio per affrontare una mattina di scuola.

Tutti si allontanarono mentre il fuoco oramai si esauriva per mancanza di combustibile ed a terra rimanevano solo dei resti informi e fumanti.

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1 Commento

Pubblicato da su aprile 4, 2013 in Racconti

 

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Una risposta a “IL BRANCO

  1. Luciana Brusa

    febbraio 7, 2015 at 8:14 pm

    scritto in modo ineccepibile, spero solo che non succedano questi crimini! Lo so che purtroppo se ne sentono di fatti e misfatti compiuti da branchi di idioti nemmeno paragonabili a bestie…

     

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