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CAMPANE (un racconto pasquale)

27 Mar

CAMPANE

 

C’è un detto che recita: “Natale con i tuoi, Pasqua con  chi vuoi”.

Non per tutti è così: per Ludovico non lo era più oramai da anni.

Quando era un ragazzino, poi un ragazzo ed infine un giovane uomo, appena finite le lezioni scolastiche o quelle universitarie, partiva per il mare, a casa della signora che da sempre gli affittava la camera (in realtà non era una camera, ma una sala con un divano letto, ma a lui andava bene così).

A Pasqua non era come a Natale, i giorni erano solo cinque o sei, ma la stagione cominciava a dare più ore di luce, più tepore e lui stava dalla mattina alla sera in spiaggia, a piedi nudi, con i pantaloni della tuta arrotolati alle ginocchia e camminava o correva, oppure, se trovava qualche amico, giocava a pallone e faceva un pieno di aria respirabile, ma anche di polvere di silice, per quando sarebbe tornato in città.

cimiteroMa nella vita le cose cambiano e non lo fanno quasi mai in meglio, così alcuni anni prima sua madre se n’era andata per sempre e lui aveva dato l’addio a quel luogo di mare che aveva amato per vent’anni: niente più due mesi d’estate, quindici giorni a Natale (anzi, dopo Natale, perché Natale con i tuoi…) e settimana pasquale.

Ora che lui e il padre erano rimasti soli Ludovico non se la sentiva più di andare a divertirsi per proprio conto in occasione di tutte le festività: aveva provato cosa vuole dire perdere una persona che ami per sempre e voleva stare vicino almeno al padre per il tempo che sarebbe stato loro concesso.

Un lutto importante come quello subito da padre e figlio, non lascia solo un grande dolore, ma cambia la vita e lo fa in modo definitivo.

Ed allora le ferie, le vacanze, perdono la loro imprevedibile e bizzarra follia e diventarono una quieta routine, uguale anno dopo anno: le vacanze estive, un solo mese al posto di due, da parenti in campagna.

E poi il giorno di Natale a festeggiare a casa di parenti acquisiti ed insieme ad altri famigliari che venivano da fuori per l’occasione, poi il giorno seguente dalla zia, in un paese e in una casa che riuscivano ad essere freddi anche d’estate: figuriamoci a dicembre!

Ed anche il giorno di Pasqua, per tradizione ed abitudine, andavano a pranzo lassù, dalla zia di Ludovico, la sorella della mamma, perché mamma riposava nel tranquillo cimitero del paese, insieme coi nonni e tanti altri parenti.

A loro modo anche i morti facevano quelle riunioni di famiglia nelle grandi occasioni e loro, i vivi, li andavano a trovare, a salutare, a raccontare loro, con una sorta di messaggio telepatico che erano certi che i defunti captassero, delle loro povere vite solitarie, tristi nel loro ricordo.

Pasqua dovrebbe essere una data di risveglio, lo sbocciare della primavera, l’uscita dal buio e dal freddo campane3-1dell’inverno, ma in quel luogo, come detto, c’era sempre freddo, forse anche per la dolce tristezza del ricordo di chi se n’era andato.

Quell’anno Ludovico aveva invitato ad andare con loro al pranzo pasquale dalla zia, anche un’amica.

Beh, in realtà per lui era un po’ più di un’amica: erano stati amanti, e lui l’amava ancora in silenzio, con discrezione, come tutto ciò che lui faceva.

Lei gli voleva bene, stava volentieri con lui, ma non lo amava, perché l’amore è fatto così, irrazionale e non sempre si ama chi lo meriterebbe, chi fa di tutto per conquistarsi tale amore.

Eppure Michela non gli si rifiutava quasi mai nelle poche occasioni che avevano di stare insieme da soli, a casa di Ludovico o a quella di lei senza parenti, o magari come amanti clandestini in automobile, con la scomodità, la fretta, ma anche il brivido del proibito per la possibilità che qualcuno vedesse.

E così Michela aveva accettato non senza qualche titubanza quell’invito che per lei sapeva troppo di ufficiale, con tutti i parenti di Ludovico del quale lei conosceva solo il padre.

Arrivarono al paese accolti dall’aria di festa, dalle campane sciolte dopo i tre giorni di silenzio, ma anche da quel gelo di un inverno che non voleva saperne di andarsene e dalla mesta consapevolezza che mancava qualcuno rispetto agli anni precedenti: ogni anno mancava qualcuno, perché questo ci riserva la vita se viviamo abbastanza a lungo e quelle campane avevano suonato troppe volte per salutare per l’ultimo viaggio i parenti del giovane e per lui quello non era un suono festoso, non lo sarebbe stato mai più.

La prima tappa fu, ovviamente, il cimitero, pieno di persone che andavano ad offrire un po’ della propria gioia per la festa ai parenti che li avevano lasciati.

Davanti alla lapide Ludovico e il padre avevano gli occhi lucidi, così Michela preferì tenersi un po’ in disparte: quella era una cosa privata fra il suo amico – amante e suo padre e lei, lei che voleva bene al giovane, ma non lo amava, si sentiva di troppo, come lo si sarebbe sentita, probabilmente, più tardi a tavola; cominciava ad essere  quasi pentita di aver accettato l’invito, non più solo titubante e perplessa.

Lasciò il cimitero con la scusa di telefonare ai suoi ed attese nel parcheggio che il suo innamorato segreto e suo padre avessero finito di raccontare ai loro cari tutte le ultime novità dal mondo dei vivi.

Chissà cosa aveva detto di lei Ludovico alla madre, come l’aveva presentata?

Ma ai morti non si può mentire: loro sanno…

Terminata la visita a quel triste luogo, la distribuzione dei fiori su tante, troppe tombe, andarono finalmente dalla zia.

Lì, se non altro, faceva un po’ meno freddo, non molto, perché è quasi impossibile scaldare una villetta isolata, non appoggiata ad altre costruzioni, ma la zia li attendeva sempre con un caffè bollente: lungo, ma bollente e abbondante.

Poi, alla spicciolata, arrivarono gli altri parenti ed anche degli amici della zia, perché lei era sempre generosa, sempre pronta ad invitare, ad accogliere chiunque, anche Michela che abbracciò e baciò e coprì di complimenti vari, mettendola ancor più in imbarazzo.

Non la voleva proprio fare la parte della fidanzata ufficiale, anche perché non lo era e non voleva esserlo.

Pranzarono, risero, chiacchierarono, ad un certo punto una sedia della zia si scollò e si aprì in due e così uno degli ospiti si ritrovò sotto il tavolo: gran ridere per tutti, aria di festa, un po’ di felicità prima di tornare al ricordo, alla vita quotidiana da portare avanti senza le presenze che un tempo la riempivano e che forse erano comunque lì, come fantasmi.

La situazione sentimentale della zia era un po’ complicata: era la governante, ma segretamente anche la compagna del proprio datore di lavoro, il proprietario della villa e così lì, in paese, aveva affittato un appartamento in una vecchia casa con portone, finestre e soffitti altissimi, tanto per mantenere le apparenze; un tempo lì ci viveva il nonno, ma ora si era trasferito anche lui al camposanto, con tutti gli altri.

223395_638274_1404BB08_11524330_mediumDopo ti faccio vedere la casa della zia, sussurrò Ludovico nell’orecchio di Michela fra un’oliva e una fetta di salame”.

Lei sorrise accondiscendente: era un’occasione per lasciare il gruppo di sconosciuti parenti di Ludovico, quelli che la guardavano speranzosi che con lei il giovane si sarebbe finalmente sistemato e che avrebbe ritrovato un po’ di quella gioia e serenità perse con la scomparsa della madre.

Le portate del pranzo sembravano non finire mai: i tortellini in brodo a seguire gli antipasti e poi l’arrosto con le patatine e la colomba e l’uovo di cioccolato e il caffè e finalmente erano liberi di alzarsi, almeno lo erano quelli che non erano inchiodati alla sedia dal troppo cibo e dal troppo vino.

“Io vado a fare un giro, vado a far vedere il paese a Michela”  annunciò ad alta voce Ludovico.

Vedere il paese: c’era ben poco da vedere era una doppia striscia di case stretta fra la strada statale e la montagna!

Prima di uscire dalla porta sul retro, quella che dava sulla strada interna del paese, Ludovico si fece scivolare in tasca le chiavi della casa vecchia, quelle che stavano appese al chiodo accanto alla porta.

Percorsero le poche decine di metri che separavano le due abitazioni, aprirono il mastodontico portone e si chiusero il mondo alle spalle; una rampa di scale e c’era l’appartamento da tanto tempo oramai disabitato, come lo era l’intero palazzo che doveva essere venduto, eppure tutto là dentro era rimasto come se il nonno fosse solo andato a fare una passeggiata.

In quella casa avevano anche dormito spesso il padre e la madre del giovane: c’erano due camere, quella piccola del nonno e quella matrimoniale.

Non c’era riscaldamento, non acceso, per lo meno, ma i muri erano talmente spessi che non faceva poi così freddo: sicuramente non più che a casa della zia.

I due amanti inutilmente clandestini si spogliarono completamente e s’infilarono nel lettone privo di lenzuola, 2ab5dc643e1e19935f1c5feeae2086cc_medsotto tre pesanti coperte di lana e s’abbracciarono e si baciarono e le loro mani corsero a cercare la pelle dell’altro, i punti del proprio e altrui desiderio.

Le campane del primo pomeriggio suonavano ancora a festa; fra non molto, però, loro avrebbero dovuto tornare a casa, partire, sarebbe finito il loro breve intermezzo d’amore.

La stagione era ancora giovane, il buio arrivava presto, il traffico della fine del giorno di festa si sarebbe intensificato forse anche fino ad intasarsi, ma adesso tutto questo non importava e le carezze non smettevano e il tempo passava ma non importava.

Si sentivano come quando erano in automobile o come quella volta al fiume, nudi dietro un cespuglio: precari, spaventati, ma frementi ed eccitati dalla loro paura.

Poi sentirono la voce della zia che li chiamava, che percorreva la via del paese gridando il nome di Ludovico: probabilmente qualcuno stava partendo e li voleva salutare.

Risero, complici: lì non poteva trovarli nessuno, perché solo loro avevano le chiavi, le chiavi del paradiso e dell’amore.

E la zia lo chiamava e le campane suonavano e loro erano nudi, abbracciati nel letto, bollenti di passione, ma le campane, quelle campane che annunciavano la fine della giornata, che erano le stesse di tanti anni prima, avevano un suono che lanciava stiletti di ghiaccio nel cuore del giovane e questi facevano da contraltare al sangue e ai sensi che ribollivano.

Tutto era  un po’ la metafora della vita, dove dolori e passioni si alternano, si scontrano, tentano di prevalere gli uni sugli altri e non c’è mai una vittoria, fino a quando si giunge alla vecchiaia, dove il dolore vince definitivamente e dove le campane non lasciano mai la tua mente.

Fu l’ultima Pasqua insieme per i due giovani, poi il loro rapporto mai nato si affievolì, si spense, ognuno prese una strada diversa e l’anno dopo, in quel luogo, ci sarebbero stati un rimpianto e un ricordo in più a fare del male a Ludovico.

E le campane di Pasqua sarebbero state un nuovo dolore fra tanti ricordi e rimpianti.

 

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2 commenti

Pubblicato da su marzo 27, 2013 in Racconti

 

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2 risposte a “CAMPANE (un racconto pasquale)

  1. malosmannaja

    marzo 28, 2013 at 5:26 pm

    lascia addosso una cappa definitiva, molto ben ricamata. la morte e soprattutto il gelo permeano il paese, nonostante l’aria di festa, assieme alla mesta consapevolezza che possiamo vincere qualche battaglia, ma che tutte le vite comunque finiscono allo stesso modo.
    azzecata, dunque, l’idea della nicchia calda ricavata sotto tre pesanti coperte di lana in cui s’abbracciano michela e il protagonista, comunque capaci di essere bollenti di passione anche senza amore.
    toccante (e rintoccante) il richiamo delle campane che inevitabilmente chiamano a raccolta anche le assenze.

     
    • profmarcoernst

      marzo 28, 2013 at 5:33 pm

      grazie per i tuoi commenti sempre cordiali e competenti

       

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