RSS

IL FUTINGHISTA

20 Mar

IL “FUTINGHISTA”

 

Quel giorno, era l’undici di settembre, Daniele era andato al centro commerciale a fare la spesa e a curiosare fra le offerte speciali.

pista ciclabile di corso ricciAveva, fra l’altro, comperato un paio di scarpe da jogging nuove, visto che le sue erano oramai sfasciate: d’altronde lui andava a correre tutte le mattine per un’ora, prima di andare al lavoro e questo lo portava a consumare almeno tre paia di calzature all’anno.

Quando tornò a casa, mentre si accingeva a riporre la spesa, come d’abitudine accese la televisione; era di spalle, quindi non poteva vedere lo schermo, ma s’accorse che doveva essere successo qualcosa di clamoroso dall’eccitazione della voce che stava parlando: “Ecco che ne arriva un altro – diceva la voce, aumentando il proprio timbro fino quasi all’isteria – e si va a schiantare contro la torre gemella”.

A queste parole Daniele si girò di scatto, giusto in tempo per vedere il replay dell’immagine di un aeroplano che si andava ad infilare dentro un grattacielo.

Era fra lo stupito e il preoccupato: lui abitava vicino alla stazione di Porta Garibaldi, e lì c’erano due torri pressoché uguali, ma gli sembravano troppo basse perché un aeroplano le potesse colpire senza prima schiantarsi contro altri ostacoli.

Poi, aiutato dal commentatore, realizzò che quella era una delle “Twin towers” di New York; dimenticò, a quel punto, anche la spesa da sistemare e i surgelati che cominciavano a perdere di consistenza nella giornata tiepida di fine estate.

Pochi istanti e le due torri, quella che lui aveva visto colpire e la gemella che aveva subito la stessa sorte poco prima, si afflosciarono su se stesse come castelli di carte o di sabbia.

Le immagini erano talmente drammatiche, se pur spettacolari, che era difficile capire cosa fosse accaduto.

Per tutto il pomeriggio, comunque, ci fu la ricostruzione cronologica dell’accaduto, mentre i due aerei continuavano ad infilarsi nelle torri con una ripetitività da lanterna magica.

Ala fine capì che c’era stato un attacco terroristico contemporaneo alle due torri, al pentagono e alla casa bianca (questo fallito).

Da quel giorno molte cose cambiarono: il mondo aveva paura e cominciava ad interrogarsi sul fatto di avere per images2troppo tempo sottovalutato la rabbia di un mondo escluso dai piani delle cosiddette “grandi”.

Come sempre, si cercò di chiudere la stalla quando, oramai, i buoi non solo erano scappati, ma avevano fatto dei danni; così cominciarono, per prima cosa, ad essere promulgate una serie di leggi tanto speciali, quanto inutili, perché, a giudizio di Daniele, il terrorismo non può essere fermato, in quanto imprevedibile, ma doveva essere prevenuto prima con maggior dialogo e non con la repressione.

Una delle cose che gli apparivano più buffe, nonché inutili, fu il divieto a coprirsi il viso: pensava alle vecchie donne dell’interno della Sardegna o della Sicilia, che da sempre portavano una sorta di burka nostrano, pensò ai motociclisti con casco integrale, agli sciatori, ai bambini che andavano all’asilo o a scuola col passamontagna e gli sembrava un po’ inverosimile che ci fosse un piccolo esercito di vecchie e di bambini pronti a fare rapine o attentati solo perché avevano il viso coperto.

Con ottobre iniziarono i problemi più vicini alla gente normale, soprattutto a quella che vive in una città come Milano, quali la nebbia e lo smog.

Grazie anche alla decisione delle grandi potenze, che non volevano rinunciare al cospicuo interesse dei grandi imprenditori, non si era mai trovato un vero accordo comune sull’ambiente, così il clima continuava a cambiare e con questo la qualità di aria e acqua.

Altro che attentati! Era sicuramente più la gente che moriva ogni giorno per l’inquinamento di quella, con tutto il rispetto che meritava, morta negli attentati dell’undici settembre.

A Milano, oramai, non pioveva per mesi e così l’aria era resa irrespirabile da piombo, zolfo, polveri ed altre porcherie simili.

Daniele, che non voleva rinunciare alla sua passione per il footing, era costretto a farlo con una  01gallen_rupp_a3f69508mascherina su naso e bocca, un accorgimento scomodo e, probabilmente, poco utile, ma l’unico possibile in quelle condizioni ambientali.

Per alcune mattine tutto andò bene, ma un giorno incrociò nel parco una pattuglia della polizia che lo fermò: “Lei sta contravvenendo alla legge che vieta di coprirsi il viso, ci favorisca i documenti” disse il capo pattuglia.

Anzitutto i documenti sono in macchina: se volete accompagnarmi ve li mostro,ma vedete bene che sto solo correndo, non preparando attentati. Cosa potrei fare in tuta da ginnastica? Lanciare una scarpa contro la torre del parco? Anche i vostri colleghi della municipale in questo periodo portano la mascherina anti smog!” replicò Daniele.

Non faccia dello spirito e non tiri in mezzo quelli della polizia municipale che lavorano, mica sono in giro per divertimento! Comunque, lei non ha i documenti e ci deve seguire alla centrale” infierì, duro, l’uomo in divisa.

Non ci fu nulla da fare e furono inutili le proteste di Daniele, che venne anche minacciato di essere denunciato per resistenza a pubblico ufficiale.

Fra un po’ mi sveglio e scopro che è tutto un brutto sogno”, pensò fra sé il giovane, ma non era un sogno: era un incubo.

Era sabato e non si trovava un giudice, così Daniele avrebbe dovuto rimanere in stato di fermo almeno fino al lunedì seguente, rinchiuso in camera di sicurezza alla centrale di polizia e ringraziando di non essere stato subito trasferito a San Vittore in mezzo ai delinquenti veri.

images2Lo misero, comunque, in una cella con altri tre, due spacciatori extracomunitari e uno scippatore drogato; questi cominciarono a stuzzicarlo, ad insultarlo, poi lo spinsero: evidentemente non sapevano come passare il tempo ed avevano scelto lui, che aveva un’aria troppo per bene per i loro gusti, per divertirsi.

Ma Daniele era già nervoso di suo per quella situazione assurda, così reagì: in poco tempo ne venne fuori una rissa.

Li divisero e lui finì in cella d’isolamento: se non altro così sarebbe stato solo e senza cattive compagnie.

Il lunedì seguente Daniele fu subito portato dal giudice per essere processato per direttissima, come previsto per i sospetti di terrorismo.

Non aveva un avvocato e gliene diedero uno d’ufficio, che non fece un solo intervento in sua difesa.

Le accuse erano molte e molto pesanti: violazione delle norme anti-terrorismo, rifiuto di mostrare i documenti, resistenza a pubblico ufficiale, rissa.

Il giudice non volle sentire ragioni e lo condannò a otto mesi senza condizionale, come previsto per l’imputazione relativa al terrorismo. Lo trasferirono in carcere il giorno stesso, fra i suoi pianti, le proteste e le minacce di aggravargli la pena se non si fosse calmato subito. Quello che aveva passato coi suoi tre compagni in questura, era nulla rispetto a ciò che lo attendeva in prigione. Daniele era giovane, piacente e, quindi, fu subito oggetto di molestie. Il giorno della doccia in due cercarono di usargli violenza: il giovane si ribellò, reagì colpendo uno dei due con un pugno.

Questi cadde e batté la testa contro uno spigolo, morendo sul colpo. Nuovo processo per direttissima e nuova condanna: stavolta furono sette anni per omicidio preterintenzionale. Fu trasferito in un altro carcere.

Oramai era cambiato: non era più il giovane colto, impegnato e per bene, ma si era adattato, per sopravvivere, a lottare come una belva pur di non subire soprusi e violenze. Si prese così una coltellata e, mentre si trovava piantonato in ospedale, il suo solito incapace avvocato, gli comunicò che gli erano stati dati, oltre alla coltellaltritre anni per rissa aggravata e tentato omicidio!

Eppure il ferito era stato lui. In una perquisizione a casa sua, trovarono vecchie foto dei tempi della scuola, imagesquando militava nel movimento studentesco, oltre a dei suoi scritti, di quando aveva diciassette anni, cheattaccavano il sistema e il governo: stavolta l’accusa fu di cospirazione e gli costò altri quattro anni.

Poi ci furono altre risse, un’accusa di molestie da parte di un giovane arabo che lui, in cella, aveva rifiutato come amante, ed ogni volta le condanne aumentavano. Daniele non uscì mai più dal carcere. E tutto perché c’era lo smog.

Annunci
 
2 commenti

Pubblicato da su marzo 20, 2013 in Racconti

 

Tag: , , , , , , , ,

2 risposte a “IL FUTINGHISTA

  1. malosmannaja

    marzo 22, 2013 at 9:03 am

    è evidente che trattasi di palese caso di *terrorismog*.
    : )
    racconto gradevole, tra la commedia degli equivoci ed il kafkiano. l’errore di daniele comunque è lampante: non ha invocato il legittimo impedimento.

     
    • profmarcoernst

      marzo 22, 2013 at 9:18 am

      quello non è ammesso per le persone comuni, tanto meno per gli innocenti

       

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: