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UNA STORIA D’AMORE E POESIA

25 Feb

UNA STORIA D’AMORE E POESIA

Dennis aveva passato oramai i quaranta; nella sua vita, in tutti quegli anni, che a lui sembravano troppi e che, se non sono vissuti a dovere sono realmente un’eternità, aveva cercato disperatamente uno scopo vero, fino ad arrivare a realizzare che questo doveva essere unicamente l’amore: l’amore e null’altro, non il successo, non il denaro, non il potere, anche se questi sono,  purtroppo, spesso le porte di passaggio più comode verso l’amore o verso qualcosa che viene scambiato per amore.

È anche vero che senza di questo non si soffre, non ci sono problemi, ma la vita senza amore non è vita: questa è la realtà, o almeno quella che Dennis pensava fosse l’essenza stessa dell’esistenza umana.

Solo che lui non aveva mai avuto l’amore quando ne era il tempo, quando si hanno le energie per lottare, per strappare un consenso ed ora, forse, era tardi; c’è un tempo, infatti, per ogni fase dell’amore: da giovanissimi si ama coi sensi, ma senza cuore e testa, da adulti si ama con la testa e, forse, coi sensi, ma con poco sentimento, mentre alla sua età si ama col cuore, con la testa, forse ancora con la passione, ma è difficile essere amati con uguale completezza.

Allora Dennis scelse d’immaginare l’amore componendo poesie bellissime dedicate a nessuno e che nessuno avrebbe mai letto, sognando amori assoluti e tenerissimi, fatti di quella dolcezza e di quelle piccole attenzioni che nessuna donna avrebbe mai condiviso con lui.

 poesia333

Ti cerco:

Dove sei? Prendi la mia mano

Guidami al paradiso,

Ma se questo non c’è, non importa,

Perché io ne ho già avuto

La mia parte qui in terra,

Dal momento che t’ho conosciuta,

T’ho amata, m’hai amato

Senza neppure domandare il mio nome.

 

Ma a demolire qualsiasi teoria arriva il caso, il caos, l’imponderabile.

Così lui conobbe Manuela e decise che era lei ciò che aveva cercato da sempre e che aveva identificato col sentimento più assoluto.

Dennis lavorava come semplice impiegato in un multinazionale, per la quale lui era solo un granello di sabbia di un’immensa clessidra, uno dei tanti, del quale nessuno s’accorge, che ci sia o meno; nella pausa pranzo andava, da solo, in una piccola quanto sovraffollata trattoria proprio sotto il palazzo a vetri dove lavorava: pareva che anche questa venisse soffocata, fagocitata dal cuore crudele dell’azienda che non poteva fermarsi a guardare chi calpestava nella sua marcia verso un profitto sempre più alto e sempre solo riservato a pochi.

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Quel giorno di metà settimana era seduto, solo come sempre, a un piccolo tavolino per due, defilato dalla vista e, spesso, dalle rotte dei camerieri, gli occhi fissi sul suo piatto di pasta in bianco già fredda, quando sentì una voce, quasi un alito soprannaturale, sopra di sé e, prima ancora di aver alzato lo sguardo verso l’origine di questa, capì di essere già innamorato della sua proprietaria.

Scusi, mi rincresce disturbarla, ma non c’è un solo posto ed ho poco tempo prima di rientrare in ufficio: posso sedermi al suo tavolo”.

Dennis doveva avere un’aria totalmente idiota, con la bocca aperta e gli spaghetti che scivolavano dalla forchetta ad uno ad uno, tanto che lei, Manuela (ma lui non sapeva ancora che quello fosse il suo nome) si mise a ridere: “Prenderò il suo silenzio come un sì, prima che le si raffreddi del tutto il pranzo”.

Quindi la donna gli porse la mano e si sedette di fronte a lui che, nel frattempo, era passato dal colore bianco come la pasta che stava mangiando al rosso paonazzo di un buon sugo.

Dennis portò alla bocca la forchetta che, nel frattempo, era rimasta comicamente vuota; balbettò il proprio nome in modo incomprensibile mentre sfiorava la mano delicata, eppure straordinariamente lunga, che lei gli aveva porta.

Durante il veloce pranzo da impiegati che devono rientrare in ufficio, lei cercò di abbozzare una conversazione, ma lui, sempre più rosso in viso ed impacciato, non riuscì a spiccicare parola, facendo, a suo avviso, la figura del perfetto stupido o, in alternativa, dello scontroso misogino.

Rientrarono entrambi ai rispettivi posti di lavoro dopo un breve saluto.

A sera, nella solitudine della sua piccola casa, Dennis si guardò allo specchio e ciò che vide non gli piacque: si trovava insignificante, all’estremità delle basette gli spuntava qualche pelo bianco, che lui subito cercò di tagliare facendo un disastro e ritrovandosi con un’asimmetria di livello che non sarebbe mai più riuscito a correggere; si vedeva vecchio e brutto e realizzò che una ragazza che era di almeno quindici anni più giovane di lui, non avrebbe mai potuto prenderlo in considerazione.

Passarono alcuni giorni prima che i due s’incontrassero nuovamente: “Posso?”, domandò Manuela, della quale Dennis non ricordava il nome ma della quale non aveva scordato la voce, e si sedette di fronte a lui senza attendere risposta e senza avanzare una giustificazione alla sua presenza al tavolo dell’uomo.

Superato l’imbarazzo della volta precedente, Dennis riuscì a intavolare una specie di discorso sensato che non desse l’impressione di un ritardato completo.

A Manuela, non si sa perché, quell’uomo imbranato piaceva: era più vecchio di lei, non era bello, era timido come un quindicenne, ma forse proprio per quello le ispirava tenerezza, simpatia… e forse qualcosa di più.

Al terzo incontro casuale al tavolo della trattoria, lui si lanciò e la invitò a prendere un aperitivo insieme dopo il lavoro, pentendosi subito della propria intraprendenza e sicuro del fatto che lei gli avrebbe riso in faccia per la sua goffaggine e per la presunzione di pensare che una ragazza della sua età si sarebbe abbassata ad accompagnarsi ad uno più vecchio di lei e per nulla attraente.

E invece lei accettò.

Da quella volta si rividero ogni giorno al tavolo del “loro” ristorantino, ogni sera al bar di fronte ai loro uffici, che erano in due edifici contigui ed infine, per la prima volta, a casa di lui, nel suo letto che, fino a quel giorno era troppo grande per una persona sola e che continuò ad essere troppo grande, visto che loro vi si tenevano sempre talmente stretti da sembrare un solo corpo; per la ragazza era stata la prima volta, ma anche Dennis non aveva avuto molte esperienze prima di allora e quella era sicuramente la più completa e appagante, visto che era accompagnata da un sentimento di una forza incontenibile, quasi un urlo disperato di voglia di amare ed essere amato fino a che era ancora in tempo e prima che fosse tardi.

All’uomo piaceva tenerla a lungo abbracciata a sé, tanto da sentire contro il proprio corpo ogni centimetro di quello di lei: gli piaceva stare così prima di aver fatto l’amore, dopo averlo fatto ed anche senza farlo.

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Lei no: dopo che entrambi avevano raggiunto il punto massimo del piacere, voleva subito rivestirsi, quasi fuggire da quel letto e da quell’abbraccio che, per qualche motivo, la mettevano a disagio.

Solo nei primi tempi lei aveva accettato che lui la tenesse stretta, con la mano intorno alle spalle esili, mentre seduti nel lettone, sotto le coperte e coi cuscini dietro la schiena, lui le leggeva le sue poesie.

 

Stringimi fra le tue braccia

Così forti e sottili,

Stringimi

Non farmi pensare a domani,

Non farmi pensare

Che il tempo è passato,

Che presto ci dovremo lasciare.

Accarezzami e fingi

Che sia come una volta,

Che anche tu mi vuoi bene

Ed io fingerò

Di credere che sia tutto vero.

Stringimi,

Non pensiamo al passato

Quando io non c’entravo,

Né al futuro

Quando mi avrai già scordato.

E’ solo un momento,

Un dettaglio di felicità,

Fa che duri più a lungo,

Stringimi

E non guardarmi se piango,

Tienimi

Ancora più stretto

Per non sentirti lontana.

La prima volta che lui le lesse una delle sue composizioni, che era anche la prima in assoluto che lui sottoponeva a qualcuno i suoi versi, visto che fino ad allora ne aveva sempre avuto pudore, lei pianse, commossa dalla sua sensibilità: prima le scesero alcune lacrime, poi quelle si trasformarono in un pianto dirotto, incomprensibile perfino da lei stessa, forse prodromo di qualcosa che era di là da venire e che nessuno dei due amanti ancora presagiva.

Dennis viveva solo, Manuela viveva sola, per questo motivo lui le propose di vivere insieme, ma lei nicchiava e non sapeva decidersi a questo passo; quando lui gliene parlava, lei pareva d’accordo, ma poi, al momento di passare al fatto, c’era sempre un qualcosa che le impediva di farlo.

Così Dennis la vedeva andare via, le sorrideva, la baciava, poi ritornava nella camera buia dove erano stati solo poco prima, in quel letto, fra quelle lenzuola che si erano già raffreddate, si infilava sotto di esse, abbracciava il cuscino della parte di lei, che spesso conservava ancora un vago sentore del profumo della sua pelle, dei suoi capelli, della sua eau de toilette e rimaneva così, al buio, senza pensare, senza respirare quasi, senza piangere ma col cuore gonfio di tristezza e presagi.

poeta

Questo letto,

Questo letto troppo grande

Per una sola persona.

Lenzuola fredde

Che il mio corpo da solo

Non riesce a scaldare.

Non ci sei più,

mia primavera, mio sole,

le carezze, i tuoi baci.

Mi manchi

In questo letto gelato

Dove anche l’ultimo cuore

Si spegne.

Ora erano passati diversi mesi dal loro primo incontro, dalla loro prima volta, dalla prima poesia che lui le aveva letto.

Lei aveva preteso che fosse Dennis ad andare qualche volta a casa sua e lui così fece: lui faceva sempre tutto ciò che Manuela voleva.

Quella di Manuela era la tipica casa di una ragazza che vive sola: poche cose, un ordine quasi maniacale, uno scaffale con pochi libri e molti animali di peluche. Evidentemente la ragazza aveva trovato calore, fino ad allora, in quelle creature finte e questo la diceva lunga sulla sua capacità d’amare.

Dennis le faceva spesso piccoli regali: non cose importanti, ma oggetti capaci, comunque, di strapparle un sorriso.

Per lui era importante l’atto del dono, materiale o simbolico che fosse.

Dalla luna d’argento

Ho rubato i suoi raggi:

Ne ho tessuto un tappeto

Per guidare i tuoi passi

Poi ho posto le mani

A riparare i tuoi piedi

Perché i fili d’argento

Non vi facessero graffi.

Ho rubato a un vulcano

Scintille di lava,

Le ho gettate nel cielo,

Ho inventato le stelle

Perché il buio profondo

Non ti facesse paura.

Ho colto, paziente,

Il suono del cader di rugiada,

Il canto d’amore dei grilli:

Ne ho composto

Una musica dolce

Che potesse cullare i tuoi sogni.

Ho rincorso, per te, le comete,

Ne ho tagliato le chiome,

Ho inventato i pianeti

E con le code legate

Ho spazzato via

I tuoi tristi pensieri.

Ma per te, soprattutto,

Ho rinunciato ai miei sogni.

Volevo essere grande

Ed invece mi son fatto piccino,

Per entrar nella gabbia,

Per restarti vicino.

E quando infine

Non sapevo più cosa fare

Per farti felice,

Per vederti gioir per un dono,

Allora ti ho fatto il regalo più grande:

Ti ho offerto il mio pianto.

Lei era felice di quelle piccole attenzioni, delle poesie che lui le dedicava; poi piano, piano, Manuela cambiò: cominciò ad apparire distratta, fredda e non le andava più di rimanere abbracciata a lui nel loro letto. Si baciavano, a volte si amavano, ma quasi sempre sul divano, mentre guardavano stupide trasmissioni alla televisione e stupidi film di amori finti e neppure paragonabili a quello di Dennis: già, quello di Dennis, perché quello di Manuela pareva essersi spento di colpo, come di colpo si era acceso.

Ora trovava l’uomo lagnoso, troppo idealista, forse troppo vecchio per la sua età e la sua voglia di godersi la vita, dimenticando che fino a quando non aveva incontrato lui, la sua vita non aveva avuto alcuno slancio né alcun senso. Ora se ne era accorto anche Dennis, anche se si rifiutava di accettare l’idea che quell’ultima ed unica occasione si fosse spenta, o stesse per farlo.

Fu in una delle occasioni in cui erano a casa di lei che la ragazza gli parlò apertamente: “Vedi Dennis, tu mi hai dato molto ed anch’io credo, da parte mia, di avere fatto altrettanto, ma ora è troppo tempo che stiamo insieme ed io non ho più voglia di stare con te, di sentirti parlare di futuro, di vivere insieme: non me la sento più di amarti…”.

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Lui avrebbe voluto piangere, urlare, replicare, dirle che non poteva buttare via così, in un momento, tutto ciò che c’era stato fra loro, tutti gli attimi in cui erano stati un solo corpo, ma capì che sarebbe stato tutto vano.

Le disse solo: “Se mai ti dovessi mancare, telefonami ed io sarò lì ad aspettarti: ti aspetterò per sempre”.

Lo disse con la voce, ma sapeva, col cuore, che era un estremo, inutile e penoso tentativo di non chiudere definitivamente una storia che, probabilmente, era sempre stata a senso unico; si alzò dal divano, le girò le spalle e si avviò, in silenzio e senza più voltarsi indietro, verso la porta.

Se ne andò via così,

Senza spiegare nulla:

Neppure s’accorse,

Neppure lo vide

Che stavo piangendo.

Mentre s’allontanava

Parve un fantasma,

Poi parve fumo,

Poi vento… poi nulla.

 

Lei sentì i passi nel corridoio, poi l’uscio chiudersi, senza sbattere, come era nel suo carattere, e infine il silenzio: nella casa non c’erano più né suoni, né amore; Dennis da quel momento cominciò a bere: l’aveva presa veramente male; una sera, mentre usciva ubriaco da un bar, la vide lì, davanti a lui.

Lei gli disse: “Abbracciami: voglio ricominciare”: lui l’abbracciò… ma strinse solo il vuoto e, forse, un fantasma.

Poi un giorno conobbe Giorgia, più anziana e troppo diversa da Manuela: si amarono, ma lei non era e non sarebbe stata mai Manuela e lui sapeva che tutto passa e che gli amori finiscono e così accettò quell’ultima occasione che gli era proposta con la rassegnazione di chi sa già che prima o dopo anche quella sarebbe finita.

Cammino per la strada

Guardo l’ora: è tardi,

Non ho più voglia

Di cantare, sognare, amare,

Non ho più voglia di vivere.

Potevo cantare le parole più belle

Ma è tardi.

Potevo sognare

Forse potevo ancora amare:

Ma è tardi. È tardi per tornare,

Per continuare a vivere

… o forse no, non è mai tardi

Ma io non ho più voglia.

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2 commenti

Pubblicato da su febbraio 25, 2013 in Racconti

 

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2 risposte a “UNA STORIA D’AMORE E POESIA

  1. gowan

    agosto 30, 2013 at 11:37 am

    Bello….ho ritrovato parti di me.

     
  2. Rita Humphrey

    ottobre 23, 2013 at 5:00 am

    bello

     

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