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LA SFIDA INFINITA

17 Feb

LA SFIDA INFINITA

 

Dopo un inverno abbastanza duro e deprimente per lui, Flavio, ventotto anni, impiegato, si stava finalmente godendo il suo mese di ferie.

Aveva bisogno più di tranquillità e di riposo mentale, che non della vita sfrenata e sregolata che molti suoi coetanei e colleghi conducevano durante le vacanze, per questo aveva scelto un paesino dell’entroterra tirrenico, imaabbastanza vicino al mare perché potesse godersi un po’ di sole dopo tanta nebbia, ma abbastanza lontano da non essere raggiunto dalla confusione frenetica di coloro che vivono le ferie come se fossero alla vigilia di una catastrofe atomica.

Oltretutto, la casetta che aveva affittato gli costava una cifra modesta e, per lui che viveva da solo e del suo solo stipendio, la cosa non era di secondaria importanza.

Certamente, data la distanza dal mare, non poteva andare in spiaggia mattina e pomeriggio, così dedicava la prima parte del giorno a quelle attività che l’inverno non gli dava né tempo, né opportunità di praticare: principalmente lettura e un po’ di sport.

Aveva provato la bicicletta, ma su quelle strade strette e tutte sali-scendi era troppo faticoso e, soprattutto pericoloso. Così aveva preferito il footing che, inoltre, non richiedeva troppa attenzione, quindi poteva, mentre correva, pensare a tante cose, meditare sulla sua vita passata e programmare quella futura.

Quando poi questi pensieri diventavano inevitabilmente angoscianti, cercava di aumentare la velocità, così che la fatica non gli lasciasse più tempo e forze per pensare.

Cercava di svolgere la sua attività con metodo: andava a correre a giorni alterni, usando un cronometro e un cardio-frequenzimetro. Aveva incominciato con distanza e velocità ridotte, per aumentare leggermente e con gradualità ad ogni uscita l’una e l’altra.

Forse non era un allenamento scientifico, di quelli che portano a tempi tali da poter partecipare alle maratone, sia pure amatoriali, ma dava i suoi frutti, poiché senza grossi sacrifici riusciva a percorrere tratti sempre maggiori e riusciva altresì ad abbassare i tempi di passaggio ai punti di riferimento fissi che si era segnato.

Quando ritornava a casa, dopo la doccia, registrava accuratamente su un quadernetto tempi e distanze con precisione quasi maniacale, cosa che gli consentiva di fare dei raffronti fra le sue prestazioni.

Oramai in paese lo avevano notato tutti, perlomeno tutti quelli che erano in piedi alle sette del mattino: più tardi avrebbe fatto troppo caldo per correre e lui voleva divertirsi, non stare male inutilmente.

A volte incrociava o superava altri podisti e, come d’uso, si facevano un cenno, o anche solo uno sguardo, di saluto.

I podisti si considerano un po’ una casta di puristi dello sport, salvo, a volte, farsi procurare sostanze dopanti anche solo per fare delle “non competitive”.

Un giorno, in un tratto sterrato in mezzo ad un uliveto, fu superato da un podista più anziano, con corti capelli DSC03770_thumb[1]grigi, che poi si girò e lo guardò con un sorriso beffardo: per un certo tratto Flavio cercò di tenere il suo passo, ma poi dovette desistere. La prima regola per chi corre è sapere quali sono i propri limiti e non superarli mai. Lui, poi, aveva una sua filosofia: se chi ti supera ha solo fatto una sparata, lo riprenderai più avanti con la lingua di fuori; se, invece è più forte di te, inutile stare al suo passo, o ti ritroverai tu con la lingua di fuori. Però l’essere stato superato da uno più vecchio di lui di una ventina d’anni, gli bruciava non poco.

La vicenda fu per lui di stimolo per intensificare gli allenamenti: ora andava a correre ogni giorno e lavorava soprattutto sulla velocità.

Passò una settimana, prima che ritrovasse il suo avversario: questa volta riuscì a seguirlo per alcune centinaia di metri, poi dovette desistere nuovamente. In questa occasione, però, aveva avuto il tempo di guardarlo meglio e la sua faccia non gli sembrava del tutto sconosciuta, solo che non riusciva a collegarla a un nome o a una situazione.

Lo riconobbe solo al loro terzo incontro: una quindicina di anni prima quell’uomo era stato medaglia d’oro di maratona alle olimpiadi! L’essere superato da un campione invece che da un amatore non gli fu, però, di consolazione, perché la grande differenza d’età avrebbe dovuto comunque favorirlo.

Cominciò così a fare sessioni di allenamento anche verso sera, raggiungendo risultati che non avrebbe mai pensato fossero alla sua portata: ora, se avesse voluto, sarebbe stato in grado di partecipare a qualche maratona amatoriale

Oramai incontrava il vecchio campione quasi ogni giorno ed ogni volta riusciva stargli a fianco per tratti sempre imagpiù lunghi, salvo poi essere inevitabilmente staccato nel momento in cui il suo avversario decideva di accelerare e lasciarlo sul posto.

Non si erano mai parlati: i podisti risparmiano il fiato per la corsa, ma un giorno, quando oramai erano affiancati da tre o quattro chilometri, il vecchio gli propose: “Un allungo fino alla croce sul colle?”. Flavio non rispose, fece solo un cenno d’assenso col capo ed accelerò. Stettero spalla a spalla per quasi tutto il percorso, poi, a trecento metri dalla meta, il campione accelerò, lo staccò e, giunto alla croce si girò, gli sorrise mimandogli con le labbra un: “Bravo” e proseguì verso la discesa, mentre Flavio si accasciava, sfiancato, a sedere su di un tronco caduto.

Oramai s’incontravano ogni giorno, avendo imparato i reciproci orari di allenamento: ogni volta c’era quella sfida silenziosa, ogni volta Flavio si migliorava, resisteva, ma alla fine cedeva.

La seconda volta che il vecchio campione gli parlò, fu ancora per proporgli una sfida. Oramai Flavio non segnava più né tempi né distanze: ad occhio e croce, però, le loro sfide dovevano aver raggiunto e superato i trenta chilometri. Questa volta il suo avversario gli propose: “A chi cede prima?”. Non aspettò neppure la risposta e partì, con il ragazzo che sfiorava la sua spalla: ognuno dei due era troppo orgoglioso per stare dietro l’avversario a farsi tagliare l’aria. Corsero così per strade, stradine e boschi, fianco a fianco e spalla a spalla per forse venticinque chilometri, poi Flavio cedette di schianto alla fitta al fianco destro ed alle martellate che sentiva nelle tempie.

Ogni mattino oramai la sfida era quella, lui resisteva un po’ di più, s’inerpicavano sulle salite, poi a rotta di collo giù per la discesa, un piano asfaltato e, quando sembrava che oramai tutto fosse facile, ecco una nuova salita scelta dall’anziano campione, più dura della precedente: lo voleva stancare prima ancora nel morale che nel fisico. A volte Flavio lo odiava, ma subito dopo gli era grato perché grazie a lui la sua mente ed il suo fisico erano arrivati a provare sensazioni nuove e fantastiche: sentiva dentro di sé quale era il suo potenziale e sapeva di non avere ancora dato tutto. Ma ogni volta il primo a rallentare era sempre lui, un po’ più tardi, con meno fatica, ma cedeva.

Oramai le sue vacanze erano dedicate interamente a quella sfida: non andava più al mare, non leggeva più nulla e la sua abbronzatura cominciava ad assumere la forma della leggera canottiera da podista che indossava.

Era quasi giunto alla fine delle sue ferie, giornate un po’ più corte, temperatura un po’ più fresca e l’ufficio dietro l’angolo: questo gli spiaceva, avrebbe dovuto riprendere la vita sedentaria di sempre: certo poteva fare ancora qualche settimana di allenamento in uno dei parchi di Milano, partecipare a qualche corsa non competitiva, di quelle che ogni domenica si disputano in provincia; poi, con l’arrivo dell’inverno lombardo, avrebbe dovuto inevitabilmente rassegnarsi all’inattività, perdendo così i benefici di quel fantastico mese di allenamenti, di progressi e di sfide.

Un po’ come fanno tutti a questo punto delle vacanze, si trovava già a fare progetti per l’anno seguente: forse poteva scambiare un po’ di straordinario con alcuni giorni in più di ferie. Appena arrivato si sarebbe subito rimesso in allenamento, anzi, avrebbe cominciato ad allenarsi in primavera a Milano, per essere pronto a dare il meglio in estate: chissà se avrebbe ritrovato il suo avversario?

Nel frattempo continuavano le sue sfide con l’anziano campione, sempre più lunghe, più estenuanti, con tutte quelle salite. Sembrava che il suo contendente non sentisse mai la fatica, che tutta la sua vita trascorresse di corsa; arrivò perfino ad ipotizzare che mangiasse e dormisse in corsa senza mai

fermarsi, tanto si trovava a suo agio. Sembrava nel suo elemento come un pesce che nuota instancabilmente nel mare.

S’incrociarono al solito punto: bastò uno sguardo e partirono, come al solito, spalla a spalla, senza strappi per staccare l’altro, salite, discese, strade in piano, poi ancora salite, ma questa volta nessuno mollava, Flavio si sentiva bene, sentiva solo risposte positive dal suo corpo, superarono la croce, poi altri colli, poi qualsiasi punto dove fossero mai arrivati; i chilometri scorrevano: trenta, trentacinque, quaranta, ma loro stavano bene, non volevano smettere di correre e continuarono la loro sfida infinita.

Allora Flavio capì che non si sarebbero fermati mai più.

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Pubblicato da su febbraio 17, 2013 in Racconti

 

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