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IL BICCHIERE DI TE’

09 Feb

IL BICCHIERE DI TÈ

Mauro ricevette la telefonata alle nove di sera, mentre era sprofondato nella sua poltrona preferita  a vedersi un telefilm poliziesco: ”Buonasera professore, scusi per l’ora; mi ha dato il suo numero una conoscente, avrei bisogno di ripetizioni di inglese per mio figlio e mi hanno detto che lei è la persona adatta: è disponibile?”.

Seguì una serie di notizie pratiche tipo: la scuola del ragazzo, l’indirizzo di Mauro, il costo delle ripetizioni (molto modesto, peraltro), eccetera.

Era una voce, quella della donna, che non gli era piaciuta: una voce priva di emozioni, priva di sentimenti, priva… priva, insomma.

StudenteIl pomeriggio seguente all’ora stabilita si presentarono la donna che gli aveva telefonato la sera prima con il figlio che aveva bisogno di ripetizioni: ne aveva visti tante e tanti in tutti quegli anni di carriera che aveva alle spalle.

Gioele, il ragazzo, era alto per i suoi tredici anni, snello, con lunghi capelli lisci e lucenti come quelli delle pubblicità in televisione e profondi occhi neri: profondi e tristi.

Si capiva subito che era diverso, diverso ed emarginato: a breve l’uomo ne avrebbe avuto conferma, del resto tanti anni d’insegnamento ti abituano a capire le persone; psicologia militante, la definiva lui.

La madre, invece, Mauro la etichettò subito al primo sguardo, ma ne aveva già avuto sentore durante la telefonata della sera prima e questa era solo la conferma, come “un manico di scopa”.

Era una di quelle donne rigide fuori e dentro, senza praticamente labbra, con uno sguardo severo e per nulla dolce, il contrario, certamente della “bella, dolce, cara mammina” che cantavano nella pubblicità del miele in televisione tanti anni prima.

Per tutto il tempo, breve ma che a lui parve infinito, della loro conversazione, la donna non fece altro che denigrare il figlio, che ascoltava a testa bassa, probabilmente facendo uno sforzo sovraumano per trattenere le lacrime, definendolo un lazzarone, poco intelligente, croce della famiglia, fino ad alludere apertamente ai suoi diversi gusti sessuali: “Pensi che l’ho sorpreso un giorno, nudo, in camera sua che guardava delle riviste con uomini nudi e si toccava; ah, ma gliele abbiamo suonate quella volta, gliele abbiamo suonate così com’era, 20110417_violenza_minorinudo, gli abbiamo fatto passare la voglia di fare il pervertito sotto il nostro tetto. Credo abbia ancora le cicatrici delle cinghiate che gli abbiamo dato! Noi, io e suo padre, siamo persone rispettabili”.

Abbiamo: era un lavoro metodico e di gruppo, sospettava Mauro: la donna che ordinava e il marito che eseguiva tutto, compreso massacrare di botte il figlio solo perché era diverso dalle loro aspirazioni.

Questa volta una sola, singola lacrima sfuggì agli sforzi del ragazzino: certamente quelle sulla schiena non erano le uniche cicatrici permanenti che il giovane avrebbe portato per sempre.

La scopa vivente aveva detto il tutto con astio, ma quasi con soddisfazione, come se umiliare e picchiare a sangue un figlio fosse un piacere sublime e non un doloroso, anche se sbagliato, modo di educarlo.

Se non s’impegna, se non capisce – continuò la donna – scopa con quel suo fare acido e malevolo – lei lo picchi pure, l’autorizzo io, gliele suoni da santa ragione, perché ha saputo dare solo delusioni e dolori alla sua famiglia…”.

E lei, e la sua famiglia cosa avevano dato a lui? Si può alla sua età vivere senza amore, senza l’amore e la comprensione di una mamma? Per fortuna, alla fine, la donna se ne andò e lo lasciò solo con quel ragazzo spaventato, umiliato, infelice, diverso ed emarginato.

Sarebbe stato difficile ricostruirgli un’autostima, ridargli un morale, ma Mauro ci avrebbe provato, perché lui era così: missionario ad ogni costo, Don Chisciotte e paladino delle cause perse. Perse? Forse, ma giuste quello di sicuro.

Rimasti finalmente soli iniziò la lezione d’inglese: inizialmente a Gioele pareva dovesse, da un momento all’altro, cascare a terra la mandibola da tanto che il suo muso era lungo; era stato umiliato, svergognato davanti ad un estraneo, erano state messe a nudo le sue debolezze, le sue difficoltà, la sua palese diversità, della quale, peraltro, a Mauro non importava nulla.

gayInsegnava da anni, aveva avuto alunni di ogni razza e religione, vegetariani e onnivori, neri e gialli, atei ed ebrei, perché mai avrebbe dovuto sconvolgerlo il fatto che quel ragazzo triste preferisse la compagnia, magari la parvenza d’amore di una persona del proprio sesso?

Sovente chi non riceve amore in casa propria, se lo va a cercare altrove, un amore qualunque, di qualsiasi tipo esso sia, ma dubitava che il giovane ne avesse mai avuto né fra le mura domestiche, né fuori di esse, perlomeno non un amore vero, dato col cuore.

Contrariamente a quello che gli aveva detto la madre, il ragazzo era sveglio e intelligente e capiva e recepiva in fretta, bastava solo non spaventarlo più di quanto la vita e la famiglia avessero fatto fino ad allora.

Ad un certo punto Gioele tradusse una frase in modo perfetto e Mauro fece per mettergli una mano sulla spalla: a quel gesto il fanciullo scattò indietro e lo guardò con aria di terrore “Bravo – gli disse con calma e dolcezza l’uomo – non era facile e l’hai tradotta in modo perfetto!”.

Poi riallungò la mano e la pose prima sulla sua spalla e poi sul capo, per dargli una carezza; stavolta Gioele lo lasciò fare: aveva capito che non era un’aggressione quella dell’uomo, non le solite botte a cui era abituato a casa.

Prima che l’ora finisse il giovane riuscì perfino a fare un mezzo sorriso e a mormorare un “Grazie”  al suo insegnante e, forse, nuovo amico.

Mauro immaginò che anche a scuola la sua palese diversità fosse pretesto per umiliazioni e angherie dei compagni.

Tornò la volta seguente ed entrare in quella casa, con quella persona che non lo aggrediva mai né fisicamente, né col tono della voce, gli pareva come può sembrare ad un carcerato uscire di prigione.

Lì nessuno ce l’aveva con lui, nessuno lo sgridava, lo criticava, gli rinfacciava di essere quello che era e di non essere ciò che si voleva che lui fosse.

Oramai Gioele aveva preso un minimo di confidenza ed anche Mauro era più sciolto con lui: prima gli sembrava che ogni suo gesto, ogni sua parola potessero infrangere in mille pezzi quel ragazzino così fragile.

A metà lezione Mauro si girò verso il suo alunno e gli chiese: “Vuoi qualcosa da bere? Ho del tè freddo, se ti imagespiace”.

Gioele lo guardò incredulo, addirittura in un modo buffo, con gli occhi spalancati che sembravano quelli di un personaggio dei cartoni animati: “Vu… vuole offrirmi del tè?”.

“Sì, un bicchiere di tè, se lo vuoi: non è una cosa così strana; se hai sete, se hai fame, non hai che da chiederlo, qui sei come a casa tua”, poi si accorse della gaffe: no, lì doveva stare meglio che a casa sua e, infatti alle parole “casa tua” il fanciullo ebbe un piccolo sussulto, poi fece quel suo curioso accenno di sorriso e mormorò sottovoce “Grazie”.

Mauro si alzò, andò in cucina, prese un bicchiere, lo guardò: era pulito, ma macchiato di calcare, come tutto ciò che non si usa da troppo tempo; ne prese un altro, stessa cosa, allora aprì uno sportello della credenza e ne estrasse una pila di bicchieri di plastica colorata ancora sigillata: forse erano stati acquistati per una qualche festa, ma quale? Lì non era mai festa.

Gli seccava un po’ offrire da bere al ragazzo in un bicchiere di plastica, gli sembrava di emarginarlo ancora di più, che potesse pensare che lui era un qualcosa d’infetto che non poteva, dunque, accedere alle stoviglie comuni.

In settimana, al mercato, Mauro avrebbe comperato un bicchiere di vetro nuovo, senza macchie di calcare, ma per il momento…

Portò bicchiere e bottiglia, versò una dose di tè freddo al suo ospite e gli mise accanto la bottiglia: “Quando vuoi, serviti”, ma sapeva che non avrebbe mai preso autonomamente quell’iniziativa: forse era una trappola solo per poi punirlo.

È difficile cambiare le abitudini di chi ha subito troppo, oltre il meritato e l’immaginabile.

Anche quella lezione finì, Gioele ripose libri, quaderni e astuccio nello zaino, poi si girò verso Mauro con quel suo sguardo triste: “Posso tenere il bicchiere?” chiese.

“Vuoi tenere quel bicchiere di plastica? – gli domandò incredulo l’uomo- non so cosa te ne faccia, ma io lo butterei via, quindi se ti fa piacere portalo via”. Questa volta il sorriso del ragazzo fu più aperto: aveva ricevuto un dono!

Tornò e ritornò; poi, un giorno arrivò con la testa bassa: “Ho dimenticato di segnare i compiti; adesso mi punisce?”.

Era già pronto a sfilarsi la maglietta per ricevere le botte a cui era abituato.

Mauro si alzò, ma non prese né cinghia, né bacchette, né altro, bensì il telefono cordless: “Dai, svelto, telefona a un compagno o a una compagna e fatteli dare!”.

Gioele era incredulo: prese il diario, esaminò i pochi numeri di telefono che vi aveva segnato, poi lasciò cadere l’agenda sulla scrivania con scoramento: “Ho solo numeri di cellulari e quelli costano…”.

A volte quella remissività, quella mancanza di nerbo, infastidivano Mauro, ma era da capire: si mise a ridere “Oh, puoi capire, dopo sarò rovinato. Dai, fessacchiotto, muoviti e telefona”.

Telefonò, e poi bevve il tè dal bicchiere di vetro nuovo, nuovo che Mauro gli aveva comperato, ma che non era come quello di plastica della prima volta, perché le prime volte hanno tutto un altro significato.

Appena era arrivato a casa, facendo tutta la strada col bicchier in mano per non rovinarlo mettendolo nello zaino, l’aveva riposto sulla sua libreria; lì nessuno l’avrebbe toccato, perché lui era costretto a fare personalmente tutte le pulizie in camera sua: spazzare, spolverare, rifare il letto, lavare i vetri.

Quello era il suo talismano, il suo portafortuna: un regalo, un regalo che una persona gli aveva fatto senza chiedere nulla in cambio, un gesto che gli aveva fatto capire che anche uno come lui, uno diverso, può avere delle persone che lo amano senza chiedere nulla in cambio, che lo trattano da persona normale.

Le giornate di ripetizione scorrevano più o meno uguali, Gioele migliorava, anzi era proprio bravo; un giorno, orgoglioso, gli fece vedere la fotocopia di una verifica in cui aveva preso nove e mezzo, poi gliela regalò: in qualche modo aveva ricambiato il dono del bicchierino di plastica.

Un altro giorno arrivò nuovamente con quell’aria triste che Mauro gli aveva visto all’inizio del loro rapporto e quando l’uomo gli pose la mano sulla spalla Gioele fece una smorfia di dolore; di nuovo, pensò Mauro e fu assalito da un impeto di rabbia, sì, anche verso il ragazzo che accettava tutto così passivamente.

Poi gli sollevò la maglietta: i segni erano brutti, ma non sanguinavano; Mauro pensò che se una frustata era simile a una bruciatura, forse poteva andar bene una crema dopo sole, quella dell’estate prima.

Gli spalmò con delicatezza le spalle e la schiena, poi gli mise dei fazzolettini di carta a riparare la maglietta, che non avesse a sporcarsi di crema, che non desse adito a un pretesto per nuove botte.

imAllora, finalmente, fecero lezione d’inglese e Gioele parve meno sofferente, almeno nel corpo.

Cosa importano le botte, l’astio verso di me a casa, pensava il ragazzo: ora sono più forte, ora c’è chi pensa a me, adesso ho il mio portafortuna, il bicchiere di plastica”.

Mauro avrebbe voluto, un giorno o l’altro, prendere il fanciullo per le esili spalle, scuoterlo, parlargli, spiegargli la vita e come affrontarla, ma ne sarebbe stato capace? Lui come l’aveva vissuta la sua di vita, lui che si ritrovava a cinquant’anni solo, senza avere mai assaporato appieno il calore di un affetto, se non di un amore.

E poi sapeva che il ragazzo doveva arrivare da solo alla sua strada, che non voleva lezioni e consigli:

Due strade nel bosco trovai

E scelsi la meno battuta

Ed è per questo

Che sono diverso”

Diceva una poesia del poeta inglese Frost; la strada di Gioele non era solo la meno battuta, ma la più accidentata e lui l’aveva scelta, oppure gliela aveva indicata il destino, ma adesso doveva percorrerla da solo, senza una mano a condurlo: solo in questo modo avrebbe imparato a camminare attraverso gli ostacoli della vita.

Adesso a scuola Gioele era diventato uno dei più bravi e non solo in inglese, ma in tutto, perché aveva preso coscienza di sé e poi perché sulla libreria aveva quell’oggetto magico, quel dono.

Aveva anche imparato a rinchiudersi in camera sua a casa e a non fare nulla che desse motivo ai suoi per picchiarlo e infatti non successe più.

Aveva imparato a vivere da solo e con se stesso, solo un cruccio gli restava: a breve sarebbe finita la scuola e non avrebbe più rivisto l’unica persona che lo amava e che lui amava, ma anche questo aveva imparato: che se una persona ha un ricordo, se ha un oggetto apotropaico, se sa che da qualche parte c’è qualcuno che pensa a lui, non è mai solo e mai lo sarà.

L’ultima lezione fu uno strazio: entrambi avevano voglia di piangere, ma non lo volevano fare per non addolorare l’altro; poi la lezione finì, perché nella vita tutto finisce, anche la vita stessa, prima o poi lo fa.

Al momento dell’addio si abbracciarono stretti da non respirare e rimasero così a lungo.

Poi Mauro avvicinò le labbra all’orecchio di Gioele e gli disse quelle uniche parole che non gli aveva mai detto: “Non buttarti mai via, non scegliere un falso calore nelle persone: ama chi vuoi, uomo o donna, giovane o bacvecchio, ma  fallo per prima cosa col cuore”.

Va bene”  rispose Gioele, poi se ne andò.

Non si videro mai più; il ragazzo fece un istituto tecnico, si diplomò col massimo dei voti, trovò un lavoro e se ne andò a vivere da solo subito dopo la maturità.

Portò via poche cosa, del resto poche ne aveva, da quella casa fredda e inospitale, però portò con sé il suo bicchierino di plastica: quello lo avrebbe accompagnato e protetto per tutta la vita, come le ultime parole del suo maestro ed amico.

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2 commenti

Pubblicato da su febbraio 9, 2013 in Racconti

 

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2 risposte a “IL BICCHIERE DI TE’

  1. Fede

    febbraio 10, 2013 at 1:17 pm

    E’ difficile che mi fermi a leggere qualcosa, e questo mi ha colpita davvero. Complimenti, è un pezzo stupendo, scritto con l’anima

     
    • profmarcoernst

      febbraio 13, 2013 at 4:04 pm

      grazie per l’apprezzamento. spero tu possa e voglia leggere anche altri racconti e provare le stesse emozioni

       

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