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L’UOMO DEGLI UCCELLI

02 Feb

L’UOMO DEGLI UCCELLI

 

Che quello fosse un bambino non comune, anzi unico, lo si era visto fino dalla nascita, ma quanto fosse speciale lo si sarebbe capito poco dopo.

Era così strano che tutti pensavano che neppure fosse normale, con quegli occhi unici, con le pupille non rotonde, ma ovali in senso verticale, come un gatto, come un rettile, come un uccello rapace.

occhiNel suo paese era circolata perfino la voce che lui fosse un incrocio fra un umano, dato che la madre la conoscevano tutti e tutti l’avevano vista ingrossarsi durante la gestazione, e un alieno.

Chiacchiere di paese, dove non c’è, spesso, altro da fare che spettegolare su tutto e tutti.

Anche se così diverso, gli furono riservate tutte le cure e i trattamenti di un bambino neonato, compreso il battesimo e compreso dargli un nome.

I genitori avevano pensato a Falco, ma poi, dato il suo sguardo, data la sua diversità e per non far parlare la gente a vanvera, optarono per un più comune Franco, che in fondo, in fondo, era assonante a Falco.

Il battesimo fu una bella cerimonia e, siccome era primavera avanzata, i famigliari del battezzando vollero che il tutto: cerimonia e rinfresco, si svolgesse all’aperto.

Nel paese di alta collina, o se si vuole di bassa montagna, dove vivevano, c’era una chiesa principale, la parrocchia, poi una un po’ più periferica ed infine, poco fuori dal paese, in mezzo ad un prato, una piccola chiesetta raramente in uso, se non per qualche cerimonia tipo matrimoni o, appunto, battesimi.

Tutto questo aveva un costo che, forse, i genitori di Franco, gente semplice per istruzione e ceto socio – economico, non potevano permettersi, ma era il loro primo e, verosimilmente, unico figlio, data la loro età avanzata e le fatiche e le cure che avevano dovuto sopportare per procreare almeno un discendente.

Così, facendo anche dei debiti, che avrebbero comunque onorato come era nella loro educazione morale, vollero la chiesetta nel prato, la cerimonia all’aperto, perché gli invitati erano tanti, quasi tutto il paese, i gazebo col rinfresco servito da camerieri in guanti bianchi ed anche un volo di colombe, colombelle candide che fossero di buon auspicio per la vita del festeggiato.

Tutto fu perfetto, anche la giornata, tiepida e soleggiata, solo che nel momento clou del battesimo un paio delle bianche colombe venne a posarsi sul petto del piccolo Franco.

Lui si destò dal suo sonno infantile, sorrise e allungò le manine verso gli uccelli che, per nulla spaventati, si lasciarono sfiorare da quelle appendici rosee e grassocce.

Poi volarono via, ma una piuma rimase sulla culla e Franco la prese, la strinse nel pugno e non la volle lasciare piuma_05a nessun costo.

Poi tutti mangiarono, brindarono e lui si riaddormentò, si assopì con la sua piuma bianca fra le mani.

Passarono gli anni, forse troppo in fretta, perché sembra che rispetto al passato il tempo abbia accelerato, e il neonato divenne un bimbetto, imparò a camminare, a parlare e, strano per un bimbo così piccolo, a fischiare, ma non fischi volgari e assordanti, ma modulati, modulati come un canto di uccelli, forse di pettirossi o di usignoli o rondini o melodiosi merli.

Per il suo terzo compleanno, vista la sua passione per i volatili, gli regalarono una gabbietta con una coppia di verzellini: lì in paese erano fin troppi i cacciatori di frodo, quelli che catturavano gli uccelli con le reti e quindi fu facile procurarsi la coppia di volatili.

Franco dapprima fu felice del dono: passava ore col naso praticamente dentro le sbarre a guardare i suoi amici, fischiava e loro rispondevano; poi, col passare dei giorni, s’intristì a vederli lì costretti in quel piccolo spazio mentre avrebbero avuto diritto al cielo intero per i loro canti e giochi.

Così un giorno, eludendo la sorveglianza della madre, aprì lo sportellino e quelli volarono via, felici.

Lui fu sgridato, minacciato di non fargli mai più un regalo, ma il giorno seguente i due uccellini tornarono, si posarono sul davanzale, cinguettarono e lui rispose col suo fischio imitatore, poi volarono in alto, dove non potevano essere visti.

Ma tornarono, tornarono spesso, evitando le insidie di reti e doppiette e l’anno seguente tornarono con una coppia di uccelli più piccoli: la loro progenie che venivano a presentare all’amico che aveva ridato loro la libertà.

Altri anni passarono, altre stagioni, altre nidiate di canterini piumati ed anche Franco cominciava a non essere più un pulcino ridicolo di uomo.

stormoArrivarono per lui gli anni in cui s’incomincia a formare il carattere, la personalità, anche al di là di quella che è l’educazione e l’apprendimento famigliare: otto, nove anni e in un tranquillo paese, un piccolo borgo dove tutti si conoscono, lui, come i coetanei, era più fuori casa che dentro questa: non c’erano pericoli e quindi neppure necessità di sorveglianza da parte della madre.

I suoi coetanei si trovavano nella piazza per scambiarsi figurine, per raccontarsi di ciò che avevano visto in televisione, dei cartoni animati spaziali, oppure andavano all’oratorio a giocare a pallone, sempre che i più grandi, quelli delle medie, lasciassero loro il campetto di polvere e sassi per un po’ di tempo; Franco no, non andava con loro, non amava la compagnia dei coetanei e, appena poteva aprire la porta di casa, cos’ come anni prima aveva aperto lo sportello della gabbietta ai verzellini, correva via come un fulmine, usciva dal paese e s’arrampicava su per i prati, fino ad arrivare ad un colle abbastanza alto.

Qui si sedeva a terra, spesso con un filo d’erba fra i denti ed osservava gli uccelli in volo; a volte erano rapaci, falchi, poiane, per lo più, altre stormi infiniti di tordi o di storni, altre ancora le rondini appena ritornate dai paesi caldi che si raccontavano di quelle terre lontane con i loro stridii che solo loro e, forse, Franco, capivano.

Il bambino rimaneva lì fino a che poteva, fino all’ora di rientrare senza correre il rischio di prenderle per il ritardo e per aver fatto preoccupare la madre; era affascinato dal volo, dalle traiettorie spericolate, dal carosello composto di figure preordinate che solo loro sapevano fare.

E poi loro, gli uccelli, non erano prigionieri di orari, di abiti, di mura: avevano tutto il cielo, tutto il mondo, forse tutto l’infinito per muoversi, scappare via, vedere cose nuove, strane, meravigliose.

Oh, come avrebbe voluto anche lui avere le ali, poter volare via, poter andare a salutare da vicino le nuvole, farsi scaldare dal sole, bere la pioggia prima che questa toccasse terra.

Era così bello quel pensiero e così insoddisfacente la realtà, che sovente scoppiava a piangere, tanto lassù nessuno lo poteva vedere, prendere in giro, solo loro, i suoi amici pennuti, ma loro sapevano mantenere il segreto, non lo avrebbero detto a nessuno e non lo avrebbero preso in giro per le sue lacrime.

A volte i più piccoli e coraggiosi, come solo i deboli, a volte, sanno essere, scendevano fin nei suoi pressi, gli zampettavano intorno e, se lui tendeva loro una mano, gliela becchettavano delicatamente.

A volte qualcuno di loro veniva a bere le sue lacrime dalle sue guance.

A furia di osservarli, Franco aveva imparato a riconoscere le varie specie solo da come volavano, anche da distanze impensabili che solo lui, con quegli occhi speciali, riusciva a raggiungere con lo sguardo.

E col passare degli anni anche i suoi rapporti con gli uccelli divennero sempre più speciali: oramai non c’era specie che non si fidasse di lui, che non venisse a posarsi ai suoi piedi o sulla sua spalla: granivori o rapaci non faceva differenza e quando erano lì, con lui, nessuno attaccava gli altri, convivevano pacificamente insieme in nome dell’amicizia con Franco.

Lui aveva imparato anche, col tempo, il linguaggio di ognuno di loro e li sapeva richiamare tutti: nessuno avrebbe potuto dire se si comprendevano reciprocamente.

Passarono anche gli anni della fanciullezza, dell’adolescenza, il bambino divenne prima uomo e poi uomo maturo, ma mai perse quel suo speciale rapporto con i suoi amici.

Mai, neppure, gli passò quella voglia di volare via, di non avere vincoli, gabbie, convenzioni.

Guardava i migratori andarsene ai primi avvisi d’autunno, che lassù arrivava un po’ prima e volava via con il imagesspensiero anche lui con loro: solo con il pensiero, però, perché aveva imparato i loro nomi, il loro volo, i loro linguaggi, ma non a volare come loro.

Franco non lasciò mai il paese dove era nato e cresciuto, non ebbe mai amici perché era troppo diverso, troppo speciale, troppo chiacchierato.

A volte gli pareva di scoppiare, come se fosse stato vestito da un abito troppo stretto e quell’abito era il mondo dove viveva, mentre quell’altro, il cielo, era molto più vasto, più libero.

Era riuscito a trovare lavoro come guardia forestale, così aveva più tempo per stare lontano dal paese, dalle case degli umani, di coloro che non aveva mai veramente considerati propri simili.

Aveva anche, così, modo di scovare le trappole, le reti illegali e distruggerle salvando così centinaia di vite dei suoi amici e inimicandosi, però, ancora di più buona parte dei suoi compaesani.

Non si ammalò mai, ma divenne vecchio, come tutti.

Provò piccoli e grandi dolori: la morte dei suoi genitori, ma anche quello di trovare, a volte, piccoli amici strozzati dal laccio di una trappola che lui non era riuscito ad individuare in tempo, ma il dolore più grande fu quello di non essere mai volato via dal paese, magari verso l’Africa insieme ai migratori stagionali.

Ed un autunno, quando fu realmente molto, molto vecchio (nessuno ricordava più quanti anni avesse veramente), sentì che era giunto il momento di lasciare il paese e quel mondo che non era mai stato del tutto suo.

A fatica salì per l’ultima volta sulla sua collina, si sdraiò sull’erba che cominciava ad ingiallire e con gli occhi semi chiusi guardò il cielo, salutò l’ultima volta i suoi amici, poi chiuse gli occhi per sempre.

Allora vennero tutto: gli storni chiassosi, i tordi, le poiane e le rondini che avevano ritardato la loro partenza per poterlo salutare e tutti insieme lo sollevarono, erano centinaia, e lo portarono via, lassù, dove nessuno avrebbe potuto scorgerli da terra, nessuno con degli occhi umani.

Nessuno in paese lo vide mai più, ma cosa strana, non fu mai ritrovato neppure il suo corpo.

* * *

Mamma – chiese un bambino del paese – dove è finito il vecchio matto, quello degli uccelli?”  e la madre rispose “È volato in cielo, tesoro, è volato via con loro”.

Forse è l’immaginazione e l’innocenza che hanno solo i bambini, ma il piccolo guardò in alto e per un attimo gli sembrò di vedere un uomo con un enorme paio d’ali volare via felice verso l’infinito e i suoi misteri.

uccelli

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3 commenti

Pubblicato da su febbraio 2, 2013 in Racconti

 

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3 risposte a “L’UOMO DEGLI UCCELLI

  1. sedcetta

    febbraio 3, 2013 at 11:15 am

    Beh…mi hai fatto commuovere…

     
  2. Giulia Falci

    agosto 3, 2013 at 7:15 am

    Buongiorno professore. Sono Giulia Falci, si ricorda di me?
    Ho letto molti dei Suoi racconti e questo è il mio preferito: mi ha fatto commuovere.
    Grazie di tutto,
    Giulia

     
    • profmarcoernst

      agosto 3, 2013 at 7:44 am

      certo che mi ricordo di te e con piacere ed affetto. grazie per seguirmi e per il commento

       

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