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MONSIEUR DE LA PALICE

16 Gen

MONSIEUR DE LA PALICE*

 

Monsieur De La Palice

Il est mort devant Pavie

Et un quart d’heure avant de mourir

Il etait encore vivant.

images

Mark Tooby faceva il poliziotto; in realtà era qualcosa di più: era un detective della squadra omicidi, uno dei più duri e bravi di tutta la polizia del Texas; ed era anche da sempre un ottimo tiratore, non tanto per le esercitazioni al poligono di tiro della polizia, quanto per quei quindici giorni all’anno che faceva, un tempo, insieme al padre, loro due da soli sulle montagne a caccia di cervi.

* * *

Avevano cominciato ad andare a caccia insieme quando Mark aveva solo dieci anni e già a quel tempo non sbagliava un colpo.

Poi un giorno, due anni più tardi, di punto in bianco si era rifiutato di seguire il padre nelle sue battute di caccia.

Il motivo l’aveva rimosso fin da allora e, forse, un giorno avrebbe ricordato, gli sarebbe ritornato alla mente il mirino a cannocchiale del fucile, nel quale aveva inquadrato il collo dell’animale, una femmina di cervo che avrebbe procurato un gustoso barbecue a loro ed ai loro amici; poi qualcosa, un insetto, probabilmente, gli aveva fatto spostare l’arma e nella croce al centro del cannocchiale era apparso l’occhio dell’animale, un occhio prima innocente, poi sospettoso per un istinto animale che l’aveva messo in allarme, quindi impaurito, forse implorante o forse era apparso implorante a lui, un ragazzino di dodici anni che per due di questi aveva sparato a quegli animali senza mai guardarli negli occhi.

cervoFu l’unica volta che la sua mano tremò, che sbagliò un colpo, subito corretto dal padre che teneva anch’egli sotto tiro l’animale.

E la povera bestia era caduta così, con quegli occhi dolci, tristi e imploranti ancora aperti: un attimo prima era viva, brucava e forse, se un’animale è in grado di farlo, pensava alla propria famiglia, ai propri simili, amava; un attimo dopo era, invece, a terra, con la vita che era fuggita da lei in un istante.

Tutto questo non gli appariva giusto: prima di allora non ci aveva mai pensato e aveva sparato a tacchini, conigli e cervi, aveva allontanato da loro la vita, la semplice gioia animale di esistere: anzi no, non aveva semplicemente allontanato da loro la vita, gliela aveva rubata.

La cerva non aveva ancora toccato terra che lui aveva gettato via il fucile, era scoppiato a piangere ed era corso via a gambe levate, incurante dei richiami del padre.

Si era lanciato a rotta di collo nel bosco; il padre l’aveva trovato accanto al loro fuoristrada, rannicchiato contro una ruota, la testa fra le gambe e il viso sporco di lacrime.

L’uomo non gli aveva detto nulla: aveva aperto la portiera della macchina perché potesse entrare a sedersi, poi era ritornato su a prendere la preda e i due fucili.

Per tutto il viaggio non c’era stata una parola fra i due; più di una volta l’uomo aveva cercato di parlare, ma all’ultimo momento si era reso conto che non c’era nulla da dire: era un’esperienza che il ragazzo avrebbe dovuto affrontare e superare da solo e, come detto, Mark non andò mai più a caccia, volle vendere il fucile che aveva tanto desiderato e acquistò al suo posto una bicicletta; poi dimenticò, rimosse tutto, per anni.

* * *

Adesso era un detective stimato, ammirato o temuto a seconda dei punti di vista; aveva operato numerosi arresti e in più di un’occasione avrebbe potuto e dovuto sparare ai criminali, ma qualcosa glielo aveva impedito, qualcosa sepolta dagli anni.

Nonostante ciò lui risolveva i casi, arrestava i colpevoli, li consegnava al suo amico, il giudice Dick Thompson, che non mancava mai una condanna a morte, ma quelli erano rapinatori, stupratori, assassini della peggior specie e non meritavano altro.

Perfino la bibbia dice: “Occhio per occhio, dente per dente” e, quindi, che fosse morte per morte, ma lui non era capace di darla personalmente, a quello ci pensava il suo amico e neppure lui provvedeva di persona a premere il bottone che metteva in circolo il veleno nel corpo di quegli esseri che già erano velenosi essi stessi.

Prima di essere poliziotto, Mark Tooby era stato in guerra nel Golfo, la prima delle due spedizioni, ma anche là, nonostante il suo brillante curriculum di tiratore, non aveva mai voluto sparare un sol colpo: aveva preferito fare l’autista di camion, rischiando ad ogni tragitto, ad ogni chilometro percorso, di saltare in aria su di una mina.

I suoi superiori, pur contenti di lui, gli avevano consigliato di parlare con uno psicologo, di andare a scoprire il perché di quella sua remora nascosta, ma indexlui aveva sempre nicchiato, rimandato e mai una volta aveva ricordato il peggior momento della sua pre – adolescenza.

Poi ci fu quella brutta faccenda, il serial killer di donne e bambine, stupro, brutalità, violenza e lunga agonia delle vittime erano il suo modus operandi.

Vennero anche da Quantico, in Virginia, dei profiler ad affiancare la sua squadra, la omicidi di Dallas, nella ricerca di quel mostro.

Ma il detective Tooby aveva promesso ai familiari delle vittime e giurato a se stesso che sarebbe stato lui a prendere il mostro.

E così fu, perché i serial killer, nel loro intimo, vogliono essere presi e allora lasciano tracce, commettono errori, sfidano la polizia solo per quello.

Lo sorprese in quel tugurio, sotto il quale aveva scavato la camera degli orrori e, quando gli aveva puntato la pistola l’uomo si era messo a piangere.

Maschio, bianco, età compresa fra i venticinque e i trentacinque, istruzione superiore, probabilmente divorziato e con figlie femmine che la moglie gli impedisce di vedere”, questo era il profilo fatto dall’FBI: stavolta avevano toppato di brutto.

L’uomo, invece, di anni ne aveva cinquantasei, non era mai stato sposato né, a quanto risultava, era mai stato fatto oggetto di maltrattamenti o violenze.

Aveva studiato solo fino alla licenza media e dopo non aveva superato neppure il primo anno delle scuole professionali.

A volte faceva l’imbianchino, oppure il giardiniere: piccoli lavori malpagati che, però, gli consentivano di tirare avanti e, allo stesso tempo, di studiare le proprie vittime; era piccolo, insignificante, con pochi capelli grigiastri e riportati ed occhialetti rotondi con spesse lenti.

A vederlo poteva sembrare un innocuo archivista o un anonimo impiegato contabile, non un mostro che per mesi aveva tenuto in scacco la polizia, che aveva brutalizzato e tolta la vita a decine di donne e bambine.

Nonostante le richiesta del suo difensore d’ufficio di ritenerlo incapace d’intendere, il giudice e la giuria ci misero un lampo a condannarlo a morte.

Del resto chi fa ciò che ha fatto lui molto sano di mente non lo è mai, non per questo va capito e rimesso in circolazione.

indexAnche la data della sua esecuzione fu piuttosto ravvicinata: il difensore d’ufficio non si sognava neppure di appellarsi o di chiedere una grazia che, comunque, nessun governatore avrebbe mai concesso, non fosse altro che per il calo di popolarità fra gli elettori che gliene sarebbe derivato.

Il giorno dell’esecuzione erano pochi anche gli immancabili attivisti contro la pena di morte a manifestare davanti alla prigione: troppo era stato lo sdegno per i suoi crimini; giusto una manciata di persone con dei cartelli stantii.

La sala prospiciente la camera della morte era gremita: alcuni giornalisti, molti parenti delle vittime a godersi quell’amara vendetta e poi tutte le persone autorizzate, compreso il detective Mark Tooby, l’eroe del momento, almeno all’epoca dell’arresto, qualche anno avanti e qualche capello grigio  prima.

Il vetro che divideva la saletta del pubblico da quella dell’esecuzione era ancora coperto da una tenda alla veneziana,

Le guardie carcerarie stavano ancora scortando il “morto che cammina” verso il suo ultimo viaggio, precedute da un sacerdote col quale il condannato, quell’ometto all’apparenza mite e innocuo, non aveva voluto parlare: in realtà non aveva voluto parlare con nessuno dal momento del suo arresto, si era trincerato dietro un ostinato mutismo e, forse, anche lui attendeva solo il momento dell’esecuzione come una liberazione, anche se aveva paura.

Non erano neppure riusciti a sapere quale fosse la sue religione: probabilmente nessuna, vista la sua totale mancanza di morale.

Così gli avevano assegnato un prete cattolico, il primo che avevano a disposizione, che pregava e chiedeva, perfino lui poco convinto, perdono e indulgenza per il condannato.

Il mostro fu legato al lettino; aveva anche rifiutato l’ultimo pasto: meglio così, avevano pensato tutti al carcere, non se la sarebbe fatta addosso mentre moriva e non ci sarebbe stata merda da pulire.

Ci fu tutta la procedura di fissaggio delle cinghie, ma la benda sugli occhi no, quella la rifiutò.

Quando gli fu inserito l’ago nel braccio non mosse un muscolo.

Poi, in un’altra stanza, qualcuno premette i tre pulsanti: nessuno sapeva quale fosse quello giusto, quello che metteva in moto la pompa che spingeva la miscela letale in vena al morituro e neppure chi l’avesse azionato.

Il poliziotto guardava il condannato (la tenda era stata, nel frattempo, aperta) e, ad un certo punto, i loro sguardi si incontrarono ed allora Mark ebbe di nuovo dodici anni e vide un cervo legato con cinghie ad un lettino, con un ago infilato in una zampa e lui ce l’aveva al centro del proprio mirino.

Fra lo stupore di tutti si alzò di scatto e lasciò in fretta la sala.

Quello sguardo che aveva incrociato era l’ultimo di quell’uomo: poi sarebbe morto; era come la filastrocca del signor di La Palice, che poco prima di morire era ben vivo.

Si sentiva un po’ disorientato e non si aspettava la propria reazione emotiva, ma poi pensò che certamente anche le vittime di quell’uomo un quarto d’ora prima di morire erano ancora vive, anche se, probabilmente, non molto felici di esserlo; poi realizzò che le vere vittime in effetti erano i cervi, i conigli, i tacchini, non il cacciatore e che solo loro, prima di andarsene, avevano avuto quello sguardo di stupore, di paura, solo che loro non avevano avuto diritto ad una fine rapida e pietosa: no, quell’uomo non meritava pietà. quello era uguale a Mark, il cacciatore, il tiratore infallibile, l’assassino di cervi.

La radio di servizio lanciò un scarica elettrostatica e poi un’atona voce femminile lo avvertì che c’era stato un omicidio e lui girò la macchina e si avviò con la sirena spiegata verso l’indirizzo che gli era stato comunicato; indexavrebbe continuato a perseguire gli assassini, anche a consegnarli al boia, ma non sarebbe mai più, comunque, tornato a caccia di cervi.

Ciò che avrebbe fatto, invece, sarebbe stato, dopo tanti anni, di andare a deporre finalmente un fiore sulla tomba del padre: quella era l’unica pietà che aveva deciso di concedersi.

 

 

 

* P.S.  Talora La Palice  viene scritto Lapalice o anche Lapalisse.

 

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Pubblicato da su gennaio 16, 2013 in Racconti

 

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