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IL PARADISO DI JACOPO

25 Dic

IL PARADISO DI JACOPO

 

Tanti avevano sognato il paradiso e l’inferno, forse perfino, come si narra, lo stesso Dante Alighieri scrisse la sua opera maggiore ispirato da uno o più sogni.

16_uomo_che_dormeAltre persone, meno importanti e famose di lui, lo avevano immaginato come lo può immaginare la mente umana, limitata e legata a stereotipi che, alla fine, sono ciò che ognuno di noi conosce, ciò che appartiene al nostro piccolo mondo.

Ed allora nel concetto popolare il paradiso è in cielo e l’inferno è sotto terra, il paradiso è azzurro e l’inferno rosso, gli angeli sono vestiti con un lungo camice bianco oppure celeste, mentre i diavoli sono nudi, con le corna, la coda, il forcone in mano e sbuffano fumo sulfureo e via dicendo.

Di sicuro, se inferno, paradiso, purgatorio e limbo esistono, nessuno lo può dire con certezza e quando, eventualmente, lo si scopre, è troppo tardi e, comunque, non lo si può riferire ad altri.

Però l’esistenza di questi luoghi è una domanda che chiunque, prima o poi, si è fatto, a meno che non intervenga una fede cieca ed assoluta, qualunque essa sia, perché quasi tutte le religioni prevedono un premio od una punizione, sia esso il paradiso cristiano, quello con gli angeli oppure quello con le cinquanta vergini in premio per gli eroi e i martiri.

Jacopo non era da meno degli altri: era un uomo, un uomo comune, come tanti, con poche certezze e molti dubbi.

Si dichiarava credente, ma la sua fede non era né cieca, né assoluta: non era neppure un praticante.

Certo, come tutti pregava, lo faceva quando aveva paura, quando aveva bisogno, invocando il Dio lotteria, quello che ti fa vincere, ti fa guarire, ti fa andar bene un affare, un incontro di lavoro.

Ma poi veniva anch’egli assalito da mille dubbi.

Spesso il tutto gli sembrava null’altro che una fiaba per bambini, una meravigliosa fiaba a lieto fine, dove per i cattivi c’è una punizione e per i buoni un premio finale.

A volte il pensiero diventava così assillante ed angosciante da doverlo distogliere, perché faceva stare male.

Un po’ come pensare all’infinito: dove ha termine? Può non finire mai? Ma non è concepibile per le nostre menti qualcosa che non abbia dei limiti precisi, una forma e due dimensioni, meglio tre, e se ha una fine, che cosa c’è oltre di esso?

Sono domande senza risposta, perché la nostra mente, le nostre conoscenze, non possono concepire Scala_verso_il_Paradisoquestioni veramente troppo grandi e al di là di ciò che materialmente possiamo vedere e toccare.

C’era stata quella faccenda di persone morte per alcuni minuti e poi ritornate in vita che avevano raccontato del tunnel di luce: per molti era stata la spiegazione, o meglio la dimostrazione, dell’esistenza di un “al di là”, di qualcosa oltre la morte, oltre il tempo, oltre lo spazio.

Poi era arrivata la spiegazione scientifica: fenomeno di Kubler – Ross, si chiama, il tunnel splendente ed è il momento in cui il sangue ricomincia ad affluire al cervello, nessun paradiso di luce, nessun canto di angeli.

Ma qualcuno ci crede ancora, perché credere è facile, perché credere incondizionatamente, senza porsi domande, è comodo.

Jacopo, dunque, non era immune da dubbi e da domande senza risposta.

Qualcuno, gli era stato riferito, aveva sognato l’inferno non come un… inferno di fiamme e fuoco e torture da far rabbrividire la Santa Inquisizione, ma come un penoso e noioso nulla.

I sogni, la mente, il pensiero sono flessibili, di gomma, ognuno li piega come vuole per sfuggire al troppo chiedersi.

Perché, allora, non rifugiarsi nel sogno per dare risposte a domande che non ne hanno e mai ne avranno?

Forse perché almeno ai sogni non si può comandare: si possono indurre inconsciamente, rivivendo quanto, magari, di particolare è accaduto nella giornata appena trascorsa, dando sfogo a desideri irrealizzati, a volte proibiti, ma quanto a voler consciamente sognare qualcuno, qualcosa… beh, questo ancora nessuno è riuscito a farlo.

Ma una notte Jacopo sognò, inaspettatamente, il paradiso.

* * *

Era morto, era conscio di esserlo e, come a tutti i morti, non gli importava poi troppo del suo stato.

In quella prima fase di transizione c’erano un gran silenzio e una gran pace.

x-paradiso-italianNon c’era un tunnel di luce, ma una strada che conduceva, doveva farlo, in un qualche luogo.

Egli si avviò.

Durante il percorso verso quella destinazione ignota, cercò di rivivere la sua esistenza terrena: cosa aveva fatto? Come si era comportato? Meritava l’inferno, il paradiso oppure una fase intermedia, diciamo un qualche migliaio di anni di riflessione?

Ricordava, anche se chi è morto dovrebbe aver definitivamente tagliato i ponti con la sua vita passata, uno dei tanti aneddoti di suo nonno, quelli che inframmezzava alle storie di caccia ed era di quando era andato l’ultima volta a confessarsi e, alla domanda del prete su quali fossero stati i suoi peccati, aveva risposto: “Non ho mai rubato, non ho mai ammazzato, non ho mai fatto del male e se ho potuto ho, invece fatto del bene. Tutti gli altri peccati li ho fatti”.

Al che il sacerdote aveva risposto: “Se tutti fossero come lei, non preti non avremmo ragione di esistere”; lui aveva sempre ritenuto un po’ inverosimile quel racconto, ma se fosse stato proprio così, se la filosofia fosse di non fare grandi peccati e che quelli piccoli sono perdonabili, che anche il grande occhio di Dio può chiudersi?

Nel ripensare al nonno, all’aneddoto, Jacopo aveva percorso il tragitto fra la sua partenza e la destinazione; gli scappò un sorrisetto di trionfo quando vide sul cancello che sbarrava la strada la scritta PARADISO: scusa nonno, ho dubitato a torto ed anche questo è un piccolo peccato in più, ma di quelli che Lui perdona.

Entrò, ma al di là del cancello non c’era assolutamente nulla.

Lui si aspettava, appunto, gli angeli, i santi, le anime pure, tutti in camicia da notte celeste o rosa, a seconda del sesso, magari bianche per gli angeli che di sesso non ne hanno, invece niente, nessuna altra anima.

Cosa è questo?” gli scappò detto a voce bassa.

Una voce rispose (chissà perché questa era come la voce del Gesù di Don Camillo: forse perché noi la immaginiamo così, dolce e calda): “Questo è il paradiso, cioè la fine della vita e tu l’hai vissuta bene, ne hai vissuta tanta. Non avrei pensato davvero che qui potessimo ammassare miliardi di anime? Anche il paradiso ha dei limiti”:

“Ma il paradiso dovrebbe essere un premio: qui come trascorrerò l’eternità, mi sembra di una noia mortale…” poi si rese conto della piccola gaffe fatta.

Ma tu non dovrai pensare a come trascorrere il tempo: ora che hai visto ti addormenterai e non penserai mai Paradisopiù a nulla: sarà come un lungo sonno senza sogni. In quanto al premio, i giusti non hanno bisogno di questo, il loro è la consapevolezza di aver vissuto bene e senza fare male ad alcuno.Né premi, né punizioni, né un Dio a guidare le loro vite”.

Nel sogno Jacopo s’addormentò e nella realtà si svegliò.

Bello o brutto, aveva avuto una risposta, forse dall’alto, forse quella che si era creata lui, ma la filosofia non era sbagliata ed ora, forse, avrebbe saputo come vivere il resto dei suoi giorni.

“Imagine there’s no heaven and no religion too…” (J. Lennon)

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Pubblicato da su dicembre 25, 2012 in Racconti

 

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