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IL MURO

19 Dic

IL MURO

Aurelio andò a letto, si addormentò quasi subito e sognò…

Sempre quel sogno, lo stesso da oramai… quante notti? Non lo ricordava.

uomo che sognaPoi si svegliava e non riusciva più a prendere sonno.

E quanto durava il tutto? Il sogno pareva un’odissea eterna, ma non è possibile paragonare il tempo di un sogno a quello reale: viaggiano su linee temporali diverse e quello che ci pare lunghissimo, in realtà può essere durato solo pochi minuti.

Può anche darsi che il sogno non sia sogno, ma una dimensione parallela, un concetto da fantascienza, forse, ma se così non fosse? Se veramente durante il sonno si entrasse in un mondo parallelo dove i morti sono ancora vivi, dove noi siamo noi, ma la nostra vita è diverse e dove il tempo ha altre unità di misura e tutto si consuma con una velocità più che centuplicata?

Farfalle, oppure effimere, questo siamo, questa è forse la nostra altra vita, ma poiché tutto è relativo non ci accorgiamo della velocità con cui tutto ci scorre intorno e la nostra vita in quella dimensione ci appare normale, a volte, se non è felice, anche troppo lunga.

Quante volte si prova durante il sonno la sensazione di cadere e, subito dopo ci si sveglia? Forse è proprio così: rotoliamo di nuova nel nostro mondo, o forse il mondo principale è quell’altro, dove un altro noi sta sognando una sua seconda vita rallentata.

Oppure tutte e due le dimensioni sono, a loro modo, quella vera.

Aurelio era in un prato deserto, un prato non piano ma ondulato, diviso in due da un muro altissimo, tanto da muro1non vederne la sommità.

Il muro non era solo infinito in altezza, ma anche in lunghezza, tanto da fargli pensare alla muraglia cinese, ma questo muro non era così imponente, solo un vecchio muro con l’intonaco scrostato, alto e lungo da mettere angoscia.

Non c’era nessuno nel suo sogno, neppure lui riusciva a vedere se stesso, un po’ come quei videogames che si giocano in soggettiva, vedendo non il proprio personaggio ma, tutt’al più, la punta della sua arma.

Aurelio però non aveva armi nel sogno e, quindi, non vedeva se stesso sdoppiato.

Però sentiva la propria angoscia, l’acre odore del proprio sudore, il sudore della paura, più che della fatica.

Udiva perfettamente il proprio respiro farsi via, via più affannoso: alto suono non c’era.

Eppure, nonostante l’angoscia che tentava di diventare paura, qualcosa gli diceva che doveva seguire il muro, visto che non lo poteva scavalcare, fino al suo termine, per sapere cosa ci fosse dall’altra parte.

L’aperta campagna dove sorgeva il muro cambiava spesso nel sogno, come se vivesse realmente le stagioni dell’anno: a volte era verde e fresca di rugiada, altre era gialla e malata, altre ancora brulla o coperta di neve, ma c’era sempre quel crudele gioco di lui che correva, correva, le mani a raschiare il vecchio intonaco che si sbriciolava in polveri antiche eppure la fine non era mai visibile, anche se una ce ne doveva essere, a costo di fare il giro della terra.

Poi, all’improvviso, Aurelio rotolava fuori dal sogno, apriva gli occhi, ma la stanza era buia e fuori era buio: inutile guardare l’orologio, tanto non era né l’ora di alzarsi, né c’era speranza di riaddormentarsi; un’ennesima notte angosciosa e angosciante di riposo insufficiente.

Al mattino, guardandosi allo specchio, a volte l’uomo non si riconosceva con quelle occhiaie bluastre e la pelle grigia, malata, di chi non riesce a rigenerarsi a sufficienza col sonno.

Al  momento, poi, di andare a letto la sera, Aurelio tergiversava, si alzava mille volte con la scusa di aver dimenticato qualcosa: il contatore del gas da controllare per vedere se era chiuso bene, un appunto di lavoro da prendere, la pillola della sera; insomma, l’idea di quel sogno angosciante, di una ennesima notte da passare quasi in bianco, gli faceva passare la voglia d’infilarsi fra le lenzuola che, da lì a poco, sarebbero diventate un mucchio informe avvinghiato alle coperte e al copriletto.

indexEcco il muro, ecco la campagne: stanotte era giallastra e secca; era impossibile stabilire se lui si trovasse nella stessa posizione della volta precedente, oppure più avanti o, addirittura, più arretrato, ma qualcosa gli diceva che doveva correre sempre verso la propria sinistra, anche perché, altrimenti, avrebbe rischiato di perdere lo spazio guadagnato la volta precedente.

A volte c’è razionalità nei sogni, altre no, così non gli era mai venuto in mente di fare dei segni nell’intonaco che gli indicassero ogni volta se continuava la sua ricerca o ripartiva dall’origine.

Del resto, almeno in sogno ci sia concesso di essere poco razionali!

La cosa, il proprio ansimare, l’odore della paura, la sensazione di essere trascinato via dal contatto col muro e poi quella di cadere in basso, in quel letto di lenzuola stropicciate, umide di sudore, in quella stanza buia che conosceva a memoria e che intuiva sorvegliare severa quella follia di inseguire l’inseguibile.

A volte succede che una persona normalmente qualunque sia perseguitata da un sogno ricorrente che si protrae fino a cambiarle, se non a rovinarle, la vita.

Così, notte dopo notte Aurelio correva, correva, lungo un muro che non aveva mai fine, per una lunghezza che nessun uomo sarebbe stato mai in grado di coprire in una vita: figuriamoci nello spazio di un sogno di una notte agitata!

Ora la preoccupazione dell’uomo era doppia: scoprire il segreto celato da quel muro e, nello stesso tempo, salvaguardare la propria salute.

Finalmente, dopo mesi di quella vita, Aurelio si decise ad andare da un medico; questi lo sottopose a tutta una serie di analisi che, però, dettero tutte esito negativo: fisicamente non c’era nulla che non andasse bene, era una questione psicologica.

Allora, su consiglio del medico, prese appuntamento con uno psicanalista, che lo mandò da uno psicologo, che consigliò un neurologo che, ammessa la propria impotenza, consigliò un bravo psichiatra.

Chi fosse, fosse, ma Aurelio voleva guarire da una malattia che si chiama sogno e che subdolamente gli stava accorciando la vita.

Dopo una serie di sedute anche quest’ultimo luminare gettò la spugna: stringendosi nelle spalle emise la diagnosi “È solo un sogno, uno come tanti o diverso da tanti: non c’è nulla di celato dietro di esso; col tempo passerà, sarà sostituito da altri. Non si angosci e prenda con più filosofia questa esperienza”.

Tempo buttato, denaro buttato ed era punto e a capo, con quel muro ad attenderlo, a sfidarlo ogni notte, a murocarnotsucchiargli la vita e la ragione.

Poi, una notte, mentre correva lungo il muro, si sentì proiettare verso l’alto, non più cadere e volò verso l’infinito e, finalmente, vide la cima del muro, si posò su di essa e guardò giù, vide se stesso correre verso la fine inesistente del muro.

E dall’altra parte? Dall’altra parte c’era un altro lui che correva lungo il muro, cercandone la fine, cercando di scoprire cosa ci fosse al di là.

Forse c’era davvero un’altra dimensione, forse il muro ne era il confine.

Da allora Aurelio non sognò mai più il muro e non cercò più risposte che non poteva avere.

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1 Commento

Pubblicato da su dicembre 19, 2012 in Racconti

 

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Una risposta a “IL MURO

  1. Sergio Bertoni

    giugno 27, 2017 at 5:44 am

    Allucinante, come a volte sanno essere i sogni. Ma, hai ragione, siamo sicuri che siano solo sogni?

     

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