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PRIMA CHE VENGA L’ALBA

10 Dic

PRIMA CHE VENGA L’ALBA

La guerra è brutta, ma non si può capire quanto fino a che non la si vive dall’interno.

Mike si era arruolato perché non aveva capito questa verità; gli avevano riempito la testa con tante belle parole, gli avevano parlato di giusta causa, di amore di patria: parole, solo parole, ma dette in modo da fare colpo su di un ragazzo di vent’anni, soprattutto se questi non ha studiato molto, non ha letto  gli scritti di coloro che la guerra l’hanno vissuta prima di lui.

E come Mike i ragazzi che avevano creduto ai manipolatori di menti erano tanti, troppi e molti di loro non sarebbero mai più ritornati a casa.

trinceaMike ora era al fronte ed aveva finalmente capito cosa vuole dire veramente vedere l’amico morirti accanto, al punto che, dopo un po’, la morte non ti fa più alcun effetto.

Però aveva anche imparato che cosa vuol dire la paura, il terrore dei bombardamenti dei cannoni, quando senti quel sibilo e poi l’esplosione, sempre più vicina, che per un po’ ti rende sordo e ti chiedi se sei vivo, morto, se sei tutto intero e ti tocchi le gambe, il ventre, ti guardi le mani per vedere se sono ricoperte di sangue, il tuo sangue.

E allora non sai se arriverai al giorno dopo, se rivedrai la mamma, sentirai le sue carezze, la sua voce che ti culla e ti sussurra un amore che forse non hai mai capito prima.

Scopri così di essere ancora capace di piangere e non te ne vergogni, perché anche gli altri intorno a te piangono quando hanno paura, quando vedono arrivare i proiettili dei mortai e dei cannoni e non hanno un posto dove andare, dove fuggire: uno dove solamente piangere e pregare.

La cosa peggiore, e il nemico lo sa, è quando i cannoni cominciano a martellare di notte: allora senti il fischio, ma non vedi arrivare il proiettile e la paura diventa terrore e le preghiere divengono suppliche e quando senti lo spostamento d’aria puoi solo ringraziare di essere ancora vivo.

Quella era una notte senza luna e senza stelle, perché il cielo era nuvoloso e da poco aveva smesso di piovere: era la notte ideale per un attacco del nemico: la tensione era palpabile, ma nessuno poteva conoscere il momento dell’inizio del bombardamento.

I soldati stavano in trincea, nei camminamenti senza neppure poter fumare per non dare al nemico neppure il riferimento di una piccola brace su cui regolare il tiro.

Mike attendeva, come tutti, ma aveva dei terribili crampi intestinali e doveva assolutamente liberarsi.

Il buio era totale: non era possibile neppure vedere le proprie mani e tutto era silenzio.

Il ragazzo strisciò fuori dalla trincea e si allontanò un poco per espletare le proprie funzioni.

Fu allora che si scatenò l’inferno: sentì il primo sibilo e non sapeva più dove fuggire, né da quale parte fosse la sua trincea.

Le bombe arrivavano e lui correva a zig- zag, forse in tondo, senza un riparo, terrorizzato di venir maciullato da una-scena-di-all-ovest-niente-di-nuovo-18392un proiettile solo perché aveva mal di pancia.

Poi, all’improvviso, cadde in una buca, una parte di una trincea crollata, e qui si rannicchiò in attesa che tutto finisse, in un modo o nell’altro.

In un momento di calma sentì un respiro, quasi un rantolo accanto a se: un altro soldato in cerca di riparo, ma amico o nemico?

Chi sei – gli domandò con un filo di voce – da che parte stai: dimmelo o ti ammazzo”  gli intimò impugnando la baionetta.

Gli rispose un rantolo e un accesso di tosse convulsa: quell’uomo era ferito, forse gravemente e non poteva parlare.

Mike tastò il terreno intorno a se, non osando spostarsi e trovò una borraccia: bevve, poi la passò all’altro uomo.

Lo sentì bere, poi una mano lo toccò: sussultò e strinse più forte la sua arma.

La mano lo colpì al braccio con due piccoli colpetti; allungò la sua e si trovò fra le dita una barretta di cioccolato: l’accettò, anche se il suo ultimo pensiero era mangiare, in quel momento.

Mortaio305Non poteva vedere l’altro, ma ne sentiva il calore, forse aveva la febbre, ne percepiva l’odore della sua stessa paure e un altro peggiore: quell’uomo stava morendo, forse prima dell’alba sarebbe stato solo nella buca con accanto un cadavere.

I cannoni non smettevano di sparare, i loro messaggi di morte cadevano ovunque.

Si sentì di nuovo toccare, allungò la mano lasciando cadere la lama che stringeva e si trovò dentro alla sua la mano dell’altro: la strinse e rimasero così, mano nella mano a farsi coraggio a vicenda a lungo.

Nei pochi attimi di silenzio fra un’esplosione e la successiva sentiva il suo compagno di sventura piangere e tossire con un gorgoglio che sapeva di sangue: lui non poteva farci nulla, nessuno poteva farlo, poteva solo stringere più forte la mano per dare all’altro un coraggio che lui non aveva.

Avevano bevuto insieme dalla stessa borraccia, condiviso lo stesso cibo, ma cosa sarebbe successo all’alba, quando il primo chiarore del cielo avrebbe mostrato a entrambi il colore delle reciproche divise?

Se quell’uomo ferito accanto a lui fosse stato un nemico avrebbe dovuto ucciderlo, perché la guerra è così: uccidere o essere uccisi, perché anche un moribondo ti può ammazzare, se sei un nemico.

L’alba… quanto mancava ancora ad essa?

Mike non aveva idea di che ora fosse: con quel buio non poteva certo vedere il proprio orologio.

Potevano essere le undici o la una o le quattro; uno dei due uomini con la mano stretta in quella dell’altro in una buca fangosa poteva avere solo poche ore di vita.

Adesso le esplosioni erano un po’ più lontane e meno frequenti: prima dell’alba l’attacco sarebbe finito e poi ognuno avrebbe raccolto i propri morti e feriti, con una specie di tacito accordo per cui i barellieri lavorano fianco a fianco con quelli dell’opposta fazione ignorandosi a vicenda.

Prima che venga l’alba forse Mike sarà comunque morto, forse lo sarà quell’altro, forse entrambi; prima che venga l’alba scoprirà finalmente se lui è dei nostri o degli altri, prima che venga l’alba non importerà, perché per allora sarà solo un fratello che ha condiviso con lui la paura.

alba

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Pubblicato da su dicembre 10, 2012 in Racconti

 

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