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LA STORIA DEL VIANDANTE, IL CANE E IL CAVALLO

17 Nov

LA STORIA DEL VIANDANTE, IL CANE E IL CAVALLO (versione aggiornata)

(Premetto che questa storia non è mia, me ne è arrivato un sunto via web: mia è l’elaborazione e il piacere di condividerla, come mia e reale è la seconda parte)

 * * *

 C’era una volta, in un tempo lontano e in un luogo indefinito, un uomo di nome Giosafat.

Quest’uomo non aveva famiglia, non una compagna, non dei figli ed i suoi unici amici erano un cavallo di nome Diamante e un cane di none Luce, entrambi di sesso e razza indefiniti, ma erano i suoi amici, coloro che lui amava e che lo amavano: i soli.

L’uomo amava a tal punto i suoi amici che mai avrebbe osato cavalcare il cavallo (e tantomeno il cane).

Faceva con loro lunghe passeggiate, a volte sulla riva del mare, a volte sulla strada polverosa, altre ancora nella frescura del bosco.

Quando tutti e tre erano stanchi, oppure quando lo era anche solo uno di loro, si fermavano, il cavallo brucava l’erba e Giosafat e Luce si spartivano un poco di pane, di formaggio e di carne secca.

Mentre passeggiavano l’uomo pensava e meditava di e su tante cose: l’essenza della vita, la consistenza dell’universo, l’esistenza di Dio.

Non ci è dato sapere quali fossero i pensieri dei suoi due inseparabili amici.

Un giorno, mentre passeggiavano lungo un sentiero di campagna, grosse nubi nere si addensarono nel cielo e scoppiò un violento temporale, ma non era certo la pioggia, poca o tanta che fosse, a spaventare i componenti del trio, se non fosse che cominciarono tuoni e fulmini e loro, bagnati fradici, erano diventati degli ottimi conduttori elettrici e fu così che un fulmine li colpì e li uccise all’istante.

* * *

A volte succede che quando la morte ci coglie repentinamente, non ce ne rendiamo subito conto e così, magari, si continua a fare ciò che si stava facendo senza curarci del fatto che, di rigore, non lo si potrebbe fare.

Così Giosafat, assorto nei suoi pensieri filosofici, continuò a camminare, affiancato dai suoi amici animali ai quali poco caleva dell’essere vivi o morti: a loro bastava poco, vale a dire l’immensità della loro amicizia.

* * *

L’uomo, il cane e il cavallo si trovarono a camminare su una nuova strada a loro sconosciuta, in lenta ma inesorabile salita.

E cammina, cammina su quel falsopiano, all’uomo e verosimilmente anche ai suoi amici, venne un gran sete, ma nelle vicinanze non c’erano né torrenti, né laghi, né fontane.

Dopo altra strada, però, apparve loro un magnifico portone marmoreo che reggeva un cancello d’oro, oltre il quale si vedeva un sentiero lastricato di pietre preziose e, al termine di questo, una sontuosa fontana marmorea che zampillava acqua cristallina e freschissima.

Va detto che davanti al portone era seduto un uomo, di certo il guardiano, ed a lui si rivolse il viandante: “Salve buon uomo: che luogo è mai questo?”.

“Questo è il paradiso!” rispose il guardiano.

Giosafat rimase perplesso, rendendosi conto solo allora del suo nuovo stato di non – vivo, ma alla fine andava bene così, perché nulla per lui era cambiato.

Ho tanta sete: potrei entrare a bere?” domandò Giosafat.

“Entra pure e bevi a volontà” rispose il custode del luogo.

“Anche i miei amici, però, hanno tanta sete” aggiunse l’uomo.

Ah, no! Qui gli animali non sono ammessi” rispose il suo interlocutore.

Allora niente: se non possono entrare loro, non lo farò neppure io!” disse Giosafat contrariato e deluso e riprese il proprio cammino.

Procedettero ancora a lungo, con quella sete terribile, ma con la consapevolezza che, a quel punto, non ne sarebbero morti di certo, visto che non erano più vivi.

Più avanti, difficile dire di quanta strada e di quanto tempo, laddove tempo e spazio non esistono, videro un altro ingrasso, stavolta protetto da un telaio di legno vecchio e consunto che reggeva, si fa per dire, un cancello un po’ male in arnese e arrugginito.

Al di là dell’ingresso si scorgeva un sentiero d’erba affiancato da alberi che curvava nascondendo alla vista il prosieguo dell’interno di quel luogo misterioso.

Anche a guardia di tale ingresso c’era un uomo semi – addormentato ed a lui si rivolse il viandante.

Salve buon uomo – gli disse Giosafat – io e i miei due compagni abbiamo una gran sete”.

“Entrate pure tutti e tre: oltre la curva c’è una piccola sorgente, ma l’acqua è buona”.

Felice l’uomo entrò, face il breve percorso e giunto alla sorgente bevve e fece bere i suoi inseparabili compagni.

Finalmente dissetato si diresse di nuovo verso l’uscita; il guardiano era sempre lì.

Grazie, ti siamo veramente riconoscenti per la tua gentilezza, ma che luogo è mai questo?”

“Questo è il paradiso” rispose serafico l’altro.

“Ma come? Il paradiso? Ma anche l’altro guardiano, quello del portone col cancello d’oro, mi ha detto che il luogo che sorvegliava era il paradiso!”.

“Quello? – replicò sorridendo il guardiano – quello non è affatto il paradiso: è l’inferno!”.

Giosafat rimase colpito dal tentato inganno, ma del resto si sa che il diavolo è il più grande bugiardo e imbroglione della storia dell’umanità: “Ma tutto ciò è scorretto – esclamò Giosafat indignato –, non dovreste permettere che il maligno inganni in questo modo i passanti, spacciando per paradiso il suo luogo di pena”.

“E perché mai dovremmo protestare per il suo inganno? Il diavolo è talmente stolto che non si rende conto che in questo modo ci fa un favore”.

“Un favore?” chiese perplesso Giosafat che, a questo punto, cominciava a non capirci più nulla.

“Certo, un favore – insistette il custode del paradiso – in questo modo là si fermano tutti coloro che, per interesse personale ed egoismo, sono disposti a rinunciare ai loro amici, mentre da noi arrivano solo quelli che sono disposti a sacrificare per questi il loro benessere e il loro tornaconto”.

Giosafat, Luce e Diamante avevano superato l’esame, lo aveva superato la loro amicizia e quindi furono accolti tutti e tre in paradiso, quello vero.

* * *

Erano i miei anni d’oro, o almeno io li ricordo così; c’erano ancora mio padre e mia madre ed io passavo spensierato due mesi di vacanza al mare.

Di giorno andavo in spiaggia o a fare pesca subacquea oppure a pescare a bolentino in barca, mentre la sera raramente andavo al cinema, ma più spesso a pescare a fondo sul molo.

moloVisto che quando non ero in spiaggia andavo fino in punta al molo a vedere pescare, conoscevo un po’ tutti, soprattutto i ragazzini.

Non ricordo come si chiamasse quello a cui mi appresto a fare riferimento: so che era emiliano, di Modena o di Parma e che aveva un amico del cuore del quale sì, stranamente, ricordo il nome: Michelangelo.

Io ero un po’ un mito fra i pescatori, non tanto per le mie catture, quanto per la mia costanza ed allora soprattutto i più giovani erano spinti ad emularmi.

Una sera, non so per quale motivo, non arrivai al molo principale, ma mi fermai al pontile prima, quello da cui partivano i pescherecci e dove oltre a gronghi si potevano pescare anche anguille, di certo più pregiate.

Passò il ragazzetto di cui ho parlato insieme al suo inseparabile amico; passarono in bicicletta, diretti al porto, mi salutarono, ma dopo una mezz’ora li vidi tornare e fermarsi a pescare accanto a me.

Gli avevano detto che al porto, di sera, giravano persone poco raccomandabili per dei ragazzini ed allora preferivano stare con me, di cui si fidavano.

Io partivo da casa con la bicicletta carica delle canne, il secchio, le esche, diversi golfini vecchie e bucati perché con l’avanzare della notte crescevano freddo e umidità e poi portavo acqua e alcune caramelle da succhiare nella serata.

Quella sera particolare ne avevo solo due di caramelle, ma commosso dalla dichiarazione di fiducia nei miei confronti, ne offrii una al mio amichetto.

Lui mi ringraziò e mi chiese se ne potevo dare una anche al suo amico del cuore.

Mi dispiace – gli dissi contrito – me ne sono rimaste due sole: una per me e una per te”.pontile

Lui mi porse semplicemente la caramella che gli avevo appena dato e mi disse: “Allora no, grazie, ma non la voglio neppure io”.

Rinunciava, dunque, alla sua caramella (e si sa come sono golosi i bambini) se non poteva averla anche il suo amico!

Io che feci? beh, a quel punto rinunciai alla mia di caramelle e le diedi entrambe a loro due.

La storia del viandante, il cane e il cavallo, mi ha ricordato quell’episodio sepolto nella mia memoria ed allra l’ho voluta raccontare a mio modo.

Un giorno, fra molti e molti anni, mi auguro, a quel bambino, oramai adulto e come tale sconosciuto alla mia memoria, saranno dischiuse le porte del paradiso, perché lui sì ha superato l’esame..

Fu l’ultimo anno che andai là in villeggiatura, poi mia madre si ammalò, venne a mancare, io presi altre strade, ma a volte mi tornano alla mente alcuni episodi di quel tempo, fra cui quella lezione impartitami da un bambino di dodici anni.

* * *

 

Nessuno ha un amore così grande come colui che dà la propria vita per i suoi amici.   (Giovanni XV, 13)


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Pubblicato da su novembre 17, 2012 in Racconti

 

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