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L’AMICO DEL CUORE

11 Nov

L’AMICO DEL CUORE

 

La lezione d’italiano era in corso quando si aprì la porta ed entrò il bidello con la mano sulla spalla di un ragazzino magro e dalla carnagione scura: “Scusi, professoressa, questo è il nuovo alunni di cui le ha parlato il preside”.

“Va bene Rosario, lo lasci pure; grazie” , rispose l’anziana docente della prima C della scuola media Guido Gozzano di Milano.

Poi si rivolse alla classe: “Questo è Fabrizio, il vostro nuovo compagno; su, va a sederti là, vicino a Ferruccio, che è da solo”.

Il ragazzino nuovo parve incerto: “Ma questa è la sezione di spagnolo e io volevo fare inglese!”, disse con aria piccata all’insegnante e senza dare cenno di avviarsi al suo posto.

Qui ti hanno messo e qui resti ed ora fila a sederti” tagliò corto la donna a cui non piaceva che un ragazzino le si rivolgesse con quel tono.

Erano altri tempi: alla scuola media si studiava una sola lingua straniera, se si esclude il latino, obbligatorio per tutti.

Erano anche i tempi in cui le scuole erano piene zeppe di sezioni e le classi di alunni, erano i tempi di maschi coi maschi e femmine con le femmine e dei doppi turni.

Era il secondo dopoguerra, i primi anni del boom economico e si facevano ancora figli, perché le donne non lavoravano e avevano tempo di curarli.

Non c’era bisogno di un secondo stipendio, perché c’erano poche esigenze: l’automobile era posseduta da non più del venti per cento della popolazione, ancor meno se si andava nei paesi, la televisione molti la vedevano al bar e spesso, al posto del frigorifero, si usava la tazza d’acqua con il burro sulla finestra, per mantenerlo fresco e le donne che non lavoravano facevano la spesa tutti i giorni nei negozi sottocasa perché il primo supermercato era ancora da venire.

Fabrizio mal volentieri andò a sedersi accanto a Ferruccio, il più bravo della classe, ma anche il più buono.

Il ragazzino aspettava solo quello: un compagno di banco e un amico, anche se non sarebbe stato facile sopportare quel ragazzo nuovo, capriccioso, a volte al limite dell’arroganza e della prepotenza, ma loro si sarebbero ben compensati.

Durante l’intervallo il nuovo arrivato aveva mille domande per il suo compagno di banco: i titoli dei libri di testo, l’orario delle lezioni, notizie sui professori e sui compagni.

Da lì iniziò un’amicizia che l’anziana professoressa definì “a filo doppio”.

Fabrizio era figlio di un dirigente di banca, stava bene economicamente, forse anche troppo per la posizione del padre e viveva in una villetta con giardino.

Ferruccio, invece, aveva il babbo impiegato, con uno stipendio modesto e stava in un normalissimo appartamento coi genitori e due sorelle più grandi.

Divenne un’abitudine per i due, nonostante non abitassero vicinissimi, vedersi tutti i giorni per i compiti e per i giochi.

A Ferruccio, prigioniero in un condominio, piaceva da matti poter giocare in giardino dall’amico, anche se poi non mancavano i litigi, come quando la mamma di Fabrizio propose loro d’innaffiarle le piante con la canna; finì che i due si bagnarono a vicenda da capo a piedi, poi uno spintone, una sassata su una mano e Ferruccio scappò a casa, soffocando le lacrime e senza dire nulla ai genitori del suo precipitoso ritorno (di solito non era mai a casa prima delle otto di sera, almeno nella bella stagione).

Ma comunque pareva che i due si volessero veramente bene, che ognuno fosse per l’altro l’amico del cuore, una situazione che a quei tempi era più frequente, perché non c’erano internet e i cellulari a isolare i ragazzi o a decuplicare le loro amicizie senza, però, averne una vera, di quelle con l’iniziale maiuscola.

Come detto Ferruccio era il primo della classe e Fabrizio gli stava dietro, ma comunque gli era inferiore e, col suo carattere, la cosa lo infastidiva tanto più quanto il fatto  era che ad essergli davanti era il suo amico del cuore e non uno qualunque.

All’altro non sarebbe interessato nulla se le parti si fossero invertite.

Comunque i due ragazzi andavano in piscina, al cinema, magari a fare un giro in centro città ogni sabato, sempre insieme, senza mai tradire l’amico per un altro.

Era anche un’epoca nella quale a undici, dodici, tredici anni si portavano ancora i pantaloni corti tutto l’anno e non si pensava minimamente alle ragazzine e al sesso; c’era solo il gioco e la fantasia per crearne sempre uno nuovo.

Trascorse così la prima media, la seconda, ed iniziò la terza; la sezione di spagnolo, poco ambita, aveva pochi iscritti e, col passare degli anni scolastici, fra bocciature e trasferimenti, si erano ridotti ad essere solo in nove, così vennero smistati in altre sezioni, pur mantenendo la lingua straniera scelta dall’uno e affibbiata all’altro.

Ora non erano più né in banco, né in classe insieme e così cominciarono anche un po’ ad allontanarsi: insegnanti diversi, compiti diversi, compagni diversi.

Soprattutto fu Ferruccio ad allontanarsi dall’altro e rivelò ad un comune amico che era contento di quella separazione, perché giudicava quasi un complotto di Ferruccio il fatto di essergli sempre davanti come risultati.

Quando questi lo venne a sapere ci soffrì e non poco: lui voleva veramente bene a Fabrizio e per lui amico del cuore non era un modo di dire: si era sentito tradito e preso in giro.

Con l’avvicinarsi degli esami di terza, poi, i due si persero praticamente di vista; se Ferruccio telefonava all’amico, questi si faceva negare con una scusa: “È dalla nonna, è da un amico, sta studiando, è a letto perché non si sente bene…”.

Nonostante ciò Ferruccio non se l’era tolto dal cuore.

Poi successe il patatrac: il padre di Ferruccio, come si sospettava, da anni rubava alla sua banca e la cosa saltò finalmente fuori.

Per soffocare lo scandalo, la banca preferì, al licenziamento e alla denuncia, una promozione e un trasferimento in centro Italia per l’uomo.

Era proprio il capolinea dell’amicizia dei due ragazzi, un’amicizia che era stata grande, ma era finita nel peggiore dei modi.

I destini dei due presero definitivamente strade diverse: il mediocre Fabrizio andò al liceo scientifico, mentre il bravo Ferruccio, la cui famiglia non avrebbe potuto permettersi l’università, s’iscrisse a geometra.

Passarono gli anni, vennero i diplomi, le fidanzate, le mogli, ma mai più le loro strade s’incrociarono.

Vennero anche le compagnie e le amicizie, ma nessuna fu mai come quella dei loro dodici anni.

Anche il matrimonio di Ferruccio non andò bene e rimase solo, solo coi ricordi, i rimpianti e le malinconie.

E a Ferruccio, proprio in un giorno di quelli delle sue malinconie ricorrenti, venne in mente la frase finale di un film: “Non ho più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni, ma perdio, chi li ha?”.

Allora una singola lacrima gli scivolò sulla guancia e, forse, solo allora si rese conto di cosa fosse davvero l’amicizia e di avere finalmente capito la vita.

 

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Pubblicato da su novembre 11, 2012 in Racconti

 

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