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LA SECONDA ARCA DI NOE’

04 Nov

LA SECONDA ARCA DI NOÈ

 

Fu quando la terra era divenuta troppo piena di tutto: di persone, di animali, di case, di cose, di egoismi, di cattiveria, malvagità e crudeltà che il mondo e il tempo finirono… quasi, sì perché c’è sempre un’ultima possibilità.

Era un giorno imprecisato di un mese imprecisato di un anno qualunque del terzo millennio.

In una elegante via del centro di una ricca città del nord del nostro paese (ma poteva essere un qualsiasi paese occidentale e una qualsiasi sua ricca città), una signora altrettanto ricca e inutile, con al guinzaglio un cane in origine bianco che era stato tinto di rosa confetto per intonarsi al colore del tailleur della sua padrona, sparì di colpo insieme al povero animale; a terra rimase il guinzaglio tempestato di strass.

Cominciò in questo modo la fine, non con catastrofi o calamità, con uragani o terremoti o comete che si schiantano sulla terra, ma con gente che improvvisamente spariva.

Succedeva mentre uno guidava, mentre faceva il bagno o dormiva o faceva l’amore: spariva, semplicemente.

Qualcuno vedeva gli altri sparire, prima di sparire egli stesso, e pensava all’Iran, alla Corea del Nord, al terrorismo islamico, a qualche nuova arma di sterminio di massa: invece era semplicemente il tempo che finiva… ma non per tutti, perché c’è sempre, come detto, una seconda opportunità, la domanda di riserva che ti raddrizza il quiz da un milione di euro.

La gente spariva, ma coloro che non avevano paura di camminare (le automobili non funzionavano più), si misero in cammino, guidati da una forza misteriosa, verso le montagne, per sfuggire ad alluvioni e catastrofi che non c’erano.

Erano operai, contadini, persone umili che mai avevano fatto del male, forse perché mai ne avevano avuto l’occasione, forse semplicemente perché erano delle persone miti e pacifiche; qualche contadino pensò alle sue bestie e le condusse con sé, altri portarono il gatto, il cane, i compagni di una vita.

Famiglie salivano insieme, coi bambini in braccio, ma senza bagagli, senza beni materiali, solo con la voglia di continuare, o di ricominciare, a vivere.

L’odio, la cattiveria, il male, la violenza, rimasero laggiù, in città, in quella e in tante altre città, lontano dalla meta verso la quale i prescelti andavano con l’andatura greve di chi ha visto la tragedia di oggi, ma ha pensato a domani.

Altri animali, domestici e non, s’incamminarono anch’essi, guidati dalla stessa misteriosa forza, da una voce silenziosa, da un richiamo istintivo.

Anche in essi non c’era cattiveria e camminavano uno accanto all’altro senza litigare, come a volte fanno i cani, forse perché l’hanno visto fare ai padroni, senza pensare a sbranare il vicino, anche se lo stomaco brontolava: sapevano che lassù, sulle montagne, avrebbero trovato erba e frutti e arbusti che li avrebbero sfamati.

E coloro che erano partiti per primi arrivarono proprio mentre gli ultimi rimasti accanto ai loro beni terreni sparivano. Lassù nessuno pensò a ricostruire, a ricominciare daccapo: semplicemente si sedette a terra insieme ai parenti, agli amici e agli sconosciuti ed attese, perché sapeva che così doveva fare.

Quando tutti furono arrivati a destinazione, uomini e animali, dall’alto videro una luce, come fosse stata una bomba, ma senza rumore, senza radiazioni, senza cattiveria.

L’onda luminosa aveva solo cancellato definitivamente il male, l’ultimo a morire, potremmo dire che aveva disinfettato il mondo.

Chi vide quel fenomeno si aspettò che tutto fosse stato distrutto, ma invece no: non si cancellano secoli e millenni di evoluzione e progresso. E il tempo passò, ma nessuno seppe quanto e dopo qualcuno sentì che era il momento, che doveva mettersi in viaggio di bel nuovo.

E allora tutti in fila discesero, discesero verso le città, le campagne e le trovarono come le avevano lasciate, con le macchine e i macchinari che ora funzionavano nuovamente: solo l’aria era più pulita, mondata dalle polveri, dai veleni, dal dolore e dal male.

E allora tutti sentirono che dovevano rincominciare, anzi, continuare, ma in un modo diverso.

Gli animali tornarono ai loro ambienti e ci furono di nuovo predatori e prede, perché quello non è cattiveria: è sopravvivenza.

Una volta, in un altro tempo c’era stata un’arca; ora erano state concesse agli uomini e animali le montagne, una volta erano stati guidati, ora erano andati da soli.

Forse non ci sarebbe stata una terza occasione.

 

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Pubblicato da su novembre 4, 2012 in Racconti

 

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