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STANNO ARRIVANDO…

27 Ott

STANNO ARRIVANDO…

Sdraiato sul letto, un cuscino dietro la schiena per stare semi – seduto, io, Thomas, aspetto ed intanto ritorno con la mente ad un ricordo sopito, uno di tanti anni prima.

* * *

Quanti anni avevo? otto? forse nove?

La mia era una famiglia piccolo borghese e, con solo lo stipendio di mio padre e tre figli da fare studiare, non navigavamo certo nell’oro.

Però… Però le esigenze della nostra famiglia non erano elevate: a quel tempo non si usava andare a mangiare la pizza magari il sabato sera, né uscire la domenica o passare il week-end fuori città; noi, peraltro, a quel tempo non possedevamo neppure un’automobile.

La domenica noi tre, i figli, andavamo all’oratorio, dove il film della domenica ci costava solo poche lire e mezz’ora di catechismo.

Mamma e papà rimanevano in casa: un po’ di televisione, tante incombenze domestiche per la mamma, del lavoro arretrato a casa per papà.

In questo modo lo stipendio, per quanto misero, ci bastava e a noi non mancava nulla, soprattutto perché ci si accontentava, ben felici di farlo, di ciò che avevamo.

Per i nostri genitori il bene più prezioso era la felicità dei figli, la consapevolezza di non fare mai mancare loro nulla.

E così, d’estate, ci potevamo concedere due interi mesi di villeggiatura, sempre con lo stesso schema: un mese al mare perché, diceva la mamma, prendere il sole asciuga le ossa ed evita raffreddori in inverno e un mese in montagna, perché nostro padre collaborava con un collegio che aveva una casa di vacanze, studio e recupero in un paese vicino a quello dove eravamo noi, verso il passo che comunicava con la Svizzera e il sabato e la domenica scendeva da noi carico di mastodontiche tavolette di cioccolato, di zucchero in enormi cristalli rossi, di dadi da brodo provenienti dall’altra parte del confine dove i prezzi erano molto inferiori e la qualità immensamente migliore.

Andavamo a prenderlo alla fermata della corriera, per lo meno ci andavamo io, che ero il più piccolo e la mamma e poi, la domenica sera, a malincuore, lo riaccompagnavamo e lo vedevamo andare via, tornare al suo impegno, quello che ci permetteva di fare le vacanze sulla sua pelle, sul suo instancabile lavorare.

Una domenica io ero in giro per sentieri con una mia amichetta, troppo piccolo per appartarmi con malizia: eravamo solo due esploratori e, dall’alto, dove eravamo giunti, vidi partire la corriera, quella con papà, che non avevo salutato, che non avrei rivisto fino alla fine della settimana seguente.

Abbandonai la mia compagna di giochi e feci la strada a ritroso di corsa, con le lacrime agli occhi, ma non potevo certo raggiungere la corriera.

Certo erano altri tempi, senza pericoli, a nonostante la giovanissima età, noi bambini, io e i miei amichetti, eravamo sempre in giro da soli.

Un’altra volta andai con un ragazzo grande, di ben una dozzina di anni, a caccia di rane con un retino da farfalle nei fossetti appena fuori paese; ne pescammo due o tre, che poi avremmo liberato.

Io corsi a casa orgoglioso a mostrare alla mamma e ai fratelli le mie prede, contenute in un sacchetto di cellophane pieno d’acqua: entrai trionfante nella cucina, dove mangiavamo anche, col sacchetto che spruzzava acqua da una miriade di forellini proprio mentre la mamma stava scolando la pasta; lei lanciò un urlo e, per poco, non la scolò per terra: “Porta via immediatamente quelle schifezze, altrimenti stavolta le prendi!”  mi intimò.

Sapevo che era una minaccia a vuoto, perché la mamma non mi aveva mai picchiato, e neppure il papà.

Andai al primo rigagnolo e liberai le mie prede.

Il mio compagno di caccia si era ben guardato dal portarle a casa a sua volta; era sempre così: mandavano avanti me, che ero il più piccolo.

Un’altra volta catturai delle rane piccolissime che misi in un catino di smalto, poggiato su un reggicatino di quelli che usavano un tempo per lavarsi il viso in camera da letto in tempi in cui il bagno non c’era o era fuori dalla casa: risultato, la ranine scapparono quasi subito, probabilmente saltando dal balcone dell’appartamento, che era a piano terra, ma le cercammo sotto letti e mobili per ore, con mamma terrorizzata dal fatto di potersele trovare fra le lenzuola di notte!

Quante ne combinavo, ma quasi mai nulla di grave; ero un bambino libero, felice come, forse, oggigiorno è impossibile esserlo per un bambino.

Lo ero perché avevo poco, ma quello mi bastava, perché il nostro giocattolo più bello era la libertà, quella e la fantasia che ci faceva inventare sempre nuovi giochi con niente altro che gli amici: complici, se vogliamo.

Poi, però, ci fu quella brutta faccenda…

Giocavamo davanti a casa, maschietti e femminucce; noi maschi, il sesso forte, avevamo sempre giochi un po’ più… fisici.

Quel giorno facevamo delle gare di corsa: le femmine non erano ammesse a partecipare, potevano solo assistere alle nostre performance.

Partivamo dal muro della casa dove abitavo io ed arrivavamo a quello della casa di fronte, attaccate alla quale c’erano delle panchine di pietra, ma in realtà erano solo delle sporgenze del muro, sulle quali stavano sedute le nostre tifose urlanti i loro incitamenti.

Io, come detto ero il più piccolo; ero anche poco atletico: non proprio grasso, ma basso e poco adatto fisicamente alla corsa e agli sport.

Subito, alla prima manche, io rimasi indietro e, quando i miei amici – rivali erano già arrivati al muro opposto, io era ancora a tre quarti del percorso (erano solo una trentina di metri, peraltro), ma non volevo darmi per vinto, nonostante l’ultimo posto oramai certo ed accelerai andando a sbattere contro una bambina bionda con i capelli sottili e le treccine.

La urtai e lei sbattè la testa contro il muro rugoso e subito le spuntarono numerose goccioline di sangue: nulla di grave, ma tanto spavento per entrambi: lei piangeva, io piangevo col cuore in gola, avevo paura.

Corsi a casa; mamma, distrattamente, mi chiese: “Non sei fuori a giocare?”.

“Sono stanco e non ho voglia” risposi cercando di dissimulare la mia agitazione, la paura delle conseguenze (per me, non per la mia vittima della quale, sinceramente, non m’importava nulla, ma si sa, i bambini sono egoisti).

La mamma mi si avvicinò e mi toccò la fronte per vedere se avessi la febbre: ero effettivamente accaldato, sia per la corsa, sia per la paura.

Sdraiati un po’”  mi invitò e io non me lo feci ripetere: mi misi sul suo letto, il letto matrimoniale.

Devo dire che la camera aveva l’ingresso alla sinistra del letto e la finestra alla sua destra; di fronte ad esso c’era una parete, corrispondente al muro da cui partivamo per le gare di corsa, eppure per me era come se ci fosse un’altra finestra: vedevo la bambina ferita (moribonda, nella mia fantasia), la mamma che la curava e vedevo i gendarmi: non i carabinieri, ma proprio i gendarmi, come quelli del libro di Pinocchio, che venivano ad arrestarmi.

Ero lì, sul letto, come sono ora, con cuscino dietro la schiena, semi seduto e mi dicevo: “Stanno arrivando…”

* * *

Poi la vita va come va.

Io presi una strada sbagliata.

Mi ero scordato troppo presto della mia infanzia, di quando si era felici con nulla e cominciai a volere sempre di più, a non accontentarmi mai e così i soldi non erano mai sufficienti, il lavoro costava fatica e rendeva poco e c’erano altri mezzi per farne, tanto e senza fatica, denaro che con la stessa facilità con la quale entra così se ne va, altrettanto velocemente, ma mi regalava le belle macchine, le belle donne, i locali notturni, le ore piccole.

Fortunatamente i miei genitori non ci sono più, perché soffrirebbero troppo a vedere ciò che sono diventato io, il piccolino di famiglia.

Coi miei fratelli ho perso i contatti, non so se neppure loro sappiano della mia attività; del resto non mi hanno mai preso, la mia fedina penale è intonsa: almeno l’intelligenza, se non la rettitudine, l’ho ereditata e conservata dalla mia famiglia.

Le prime rapine sono andate bene: tutto studiato alla perfezione con complici che, come quando combinavo marachelle da bambino, sono tali e basta, non veri amici.

Ogni volta siamo entrati, abbiamo neutralizzato la guardia giurata, abbiamo solo spaventato un po’ impiegati e clienti della banca prescelta, ma nessuno si è mai fatto male prima, prima dell’ultima volta.

Sì, sono un rapinatore di banche, perché è denaro, quello che ci fruttano le rapine, facile, facile e tanto e costa poca fatica, solo un po’ di paura, ma una volta lontani dalla banca siamo praticamente irrintracciabili.

Quanti colpi abbiamo fatto? Sette, forse otto.

Si rapina, poi ci si gode il frutto del nostro reato e, quando i soldi scarseggiano, si pensa al prossimo colpo.

E i soldi, però, durano sempre meno, perché il non conoscerne il valore, la fatica del guadagnarli, te li fa spendere senza limiti e senza ragione.

Sembrava che l’ultimo colpo avrebbe dovuto garantirci un periodo più lungo di tranquillità, perché era una banca grossa, con tanto denaro, perché avevamo studiato tutto, io avevo studiato tutto, perché io sono il capo.

Ma poi è andata male: era il giorno che arrivavano i fondi per le paghe di una grossa azienda che non fa bonifici, ma paga i dipendenti in contanti, forse perché buona parte di questi è in nero e noi non sapevamo che in quell’occasione i vigilantes sono due.

Abbiamo immobilizzato il primo, ma poi è comparso il secondo, ha voluto fare l’eroe ed allora o lui o noi: ho dovuto sparargli: l’ho preso in testa col mio fucile a canne mozze e poi siamo dovuti fuggire senza il denaro che avevamo preventivato.

Adesso sono qui, come detto, sul letto, seduto, guardo il muro di fronte a me ed è come allora, come da bambino, quando immaginavo ci fosse una finestra ed io vedevo al di là.

E come allora m’immagino di vedere la mia vittima con la testa sanguinante, non so neppure se sia morto o solo ferito ed i gendarmi col pennacchio colorato sul cappello che vengono ad arrestarmi.

“Stanno arrivando…” mi dico e sento già le sirene, sempre più vicine

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1 Commento

Pubblicato da su ottobre 27, 2012 in Racconti

 

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Una risposta a “STANNO ARRIVANDO…

  1. Michelle M Ruiz

    novembre 2, 2012 at 10:35 am

    This is very intriguing, You are a quite skilled blogger. I have joined your rss feed and look forward to looking for far more of your wonderful post. Also, I’ve shared your internet web site in my social networks!

     

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