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MISERIE E SPLENDORI DI M.EUR DE POMPADOUR

19 Ott

MISERIE E SPLENDORI DI M.EUR DE POMPADOUR

Il momento peggiore, forse quello decisivo, della vita di Fiorenzo ( il nome l’aveva voluto la nonna paterna perché, diceva, dovrà essere bello e puro come un fiore), fu verso la fine della seconda media, quando affrontarono la storia francese che culminava con la rivoluzione, la presa della Bastiglia e la conseguente decadenza e decapitazione di quei re così poco dotati di fantasia da chiamarsi tutti Luigi.

Quando la vecchia professoressa Borelli nominò Madame de Pompadour, la cortigiana per antonomasia, la favorita del re, quella che dispensava i suoi favori sessuali alla corte di Francia, lui divenne, per tutti i compagni, Monsieur de Pompadour, dove era più che evidente il doppio senso sul casato.

Già da prima, molto prima, il suo segreto fu, comunque, evidente.

Era nato molto piccolo, non tanto d’altezza, ma minuto: mani piccole, piedi piccoli, piccolo il nasino, le orecchie, le labbra: lineamenti delicati, quindi: forse troppo per un maschietto.

Poi era cresciuto, in altezza più o meno come tutti i suoi compagni e coetanei, ma con quei lineamenti affinati, ai quali corrispondeva una grazia di comportamento, una gentilezza di modi, che col passare dei primi anni dell’infanzia divenne sospetta.

Giunsero gli anni della scuola: dapprima le elementari, poi le medie: lui era il cocco degli insegnanti per quella sua spontanea gentilezza, per quell’essere sempre pronto se c’era qualche lavoretto extra da fare.

La stessa cosa, invece, infastidiva i compagni, soprattutto i maschi.

A parte il fatto che lui, durante gli intervalli scolastici, era sempre in mezzo alle femmine, giocava con loro, cantava con loro, si univa ai loro balletti, questa cosa dopo i dieci anni balzò all’occhio come sospetta anzi, come scoperta, ai compagni maschi più smaliziati.

Del resto quando durante la ricreazione andavano in bagno, lui cercava sempre di sporgersi al di là del divisorio degli orinatoi per “curiosare” l’attrezzatura intima dei compagni.

Questo più di una volta gli costò botte ed una anche più di un’immersione della faccia nell’orinatoio stesso.

Quando c’era lui nei bagni, allora, i compagni preferivano chiudersi dentro nei camerini, solo che anche qui Fiorenzo cercava di “buttare l’occhio” al di là ed un giorno, messosi in piedi sul water per osservare il gabinetto accanto dal di sopra del muro di divisione, scivolò, batté il mento sulla tazza e svenne.

Riprese i sensi in infermeria, con un vistoso cerotto a coprirgli un paio di punti di sutura e circondato da una serie di presenze sgradevoli, almeno in quel momento, tutte con aria di rimprovero e di riprovazione, più che di preoccupazione: c’erano la professoressa Borelli, il preside, il medico scolastico che l’aveva ricucito, ovviamente, e anche il bidello che aveva sfondato la porta per soccorrerlo, trovandolo svenuto, sanguinante e con i pantaloni sbottonati e un’erezione che aveva resistito anche alla perdita dei sensi.

Ma soprattutto c’erano mamma e papà, così saltò fuori tutto: le molestie ai compagni nei bagni, i conseguenti pestaggi, perfino gli innocenti balletti con le compagne.

Il ritorno a casa, sul sedile posteriore dell’automobile di papà, già furibondo per aver dovuto lasciare il lavoro per correre a scuola, avvenne nel massimo silenzio, solo che era un silenzio molto più fragoroso di un urlo.

Era un silenzio carico della consapevolezza, da parte dei genitori, di quella che era la vera natura del figlio; e non si trattava più del vecchio gioco che tutti i pre-adolescenti praticano del confronto o della misura reciproca degli attributi: era oramai chiaro quali fossero le sue preferenze sessuali.

Una volta, tanti anni prima quando egli stesso era ancora un ragazzo, il padre aveva letto di nascosto, perché a quei tempi era considerato oltremodo trasgressivo, un famoso rapporto, fatto da due coniugi americani, sul comportamento sessuale dei maschi.

Al di là delle varie cifre riguardanti i rapporti con persone del proprio sesso, molte specifiche di quel paese dove i college favoriscono i rapporti omofili fra ragazzi, c’erano vari dati riguardanti chi lo fa occasionalmente, chi solo durante l’adolescenza, chi perché rimasto scapolo oltre una certa età, chi in luoghi quali carceri e collegi, appunto, ma su tutti spiccava quel due per cento ai quali interessava avere contatti, se così si può dire con un eufemismo, solo con persone del proprio sesso.

A quel tempo, comunque, il soprannome storico era già stato appiccicato addosso a Fiorenzo ed il suo significato, dopo quanto successo nei bagni, era ancor più evidente.

Dopo quanto successo a scuola, egli dovette cambiare istituto (ed anche in quello nuovo non andò molto meglio che nel precedente); a casa non gli rimproverarono, né dissero mai nulla, perché nulla c’era da dire, ma lui percepì la disapprovazione e la delusione delle quali era carico il silenzio di mamma e papà.

Anche dalla nuova scuola, quindi, ogni tanto arrivava a casa con un occhio nero, segno che aveva molestato la persona sbagliata, ma comunque le medie finirono e vennero gli anni del liceo.

Qui le cose cambiarono: arrivò, chissà come, preceduto dalla propria fama e dal suo storico soprannome e il primo benvenuto non fu a base di botte, ma una violenza di gruppo da parte di ragazzi degli ultimi anni perpetrata nelle cantine dell’istituto e, stavolta, non venne nessun bidello a salvarlo.

A parte l’umiliazione e la violenza, la cosa non gli dispiacque poi neppure tanto: forse avrebbe desiderato di perdere la propria verginità in un modo più romantico, da romanzo rosa (dei quali era un accanito lettore), ma anche nella brutalità trovò parte di quella soddisfazione che la sua natura richiedeva.

Superato quel benvenuto, le cose si tranquillizzarono; ogni tanto qualche compagno più grande veniva a chiedergli di nascosto una prestazione, fosse pure una veloce, fatta a mano, oppure orale o, magari, completa se c’era una casa a disposizione.

Sparsasi la voce, oramai lui era diventato la cortigiana, la Pompadour di tutta la scuola.

Anche qualche maturo insegnante, con la scusa di una ripetizione approfondita, lo invitava, a volte, a casa propria, ma più per una “ripassata” che per un ripasso.

Se la sua sessualità godeva di questa parvenza di amore, il suo animo s’intristiva: lui cercava qualcuno che gli facesse pure qualsiasi nefandezza, ma che gli mostrasse anche un sentimento vero; ciò che trovava era, però, solo sesso nella sua forma più abietta.

In famiglia, da anni, i genitori avevano smesso di rivolgergli la parola e lo tenevano presso di loro solo come si fa con un parente gravemente handicappato, al quale non si può negare asilo.

In realtà più volte avevano meditato di buttarlo fuori di casa e se non l’avevano mai fatto, era solo per non dare modo ai vicini di sparlare più di quanto già facessero.

Se da piccolo era un bel bambino, con lineamenti delicati, crescendo era diventato un bellissimo giovane, anche troppo bello, visto che aveva caratteristiche poco virili, non fosse per quella vecchia cicatrice sul mento.

Cercò amicizia e amore in coetanei, in ragazzi più giovani, anche in adulti molto più vecchi di lui, ma da tutti ebbe solo sesso e mai amore, conforto, cameratismo.

Nel suo disperato cercare, percorse le stesse tappe di tanti altri ragazzi: i bar e le discoteche particolari, le librerie di un certo tipo, e sempre trovò partner, compagnia, sesso, ma mai conforto per il suo cuore.

Oramai aveva iniziato un percorso di annientamento della propria dignità che non aveva alcuna via di ritorno.

Oltretutto lui non pensava neppure a un’operazione di cambio di sesso, perché essere maschio gli consentiva di poter fare alternativamente il “marito” o la “moglie”: e gli piaceva quel doppio ruolo.

È vero che a volte non disdegnava di travestirsi da donna: si sedeva davanti alla vecchia petineuse di mamma, si truccava con cura gli occhi, dipingeva le labbra, si laccava le unghie e vestiva jeans attillati ed ornati di strass e golfini pelosi di improbabili colori viola o fucsia o rosa e, così mascherato, più che truccato, andava in quella famosa libreria, dalla quale usciva quasi sempre con un muscoloso giovanotto che, però, era solo un pezzo di carne.

Una sola volta, con un uomo vicino alla cinquantina, credette di aver finalmente trovato un compagno per la vita; questi lo invitò a casa sua, a stare con lui, fu gentile, ma dopo pochi giorni gli portò a casa un suo amico, pregando di concedergli i suoi favori.

Fiorenzo non si oppose, ma dopo pochi giorni ne venne un altro, poi un altro ancora, mentre il suo ospite teneva la cassa.

Fiorenzo se ne andò: a casa dai suoi, a questo punto, non poteva più tornare e non aveva un lavoro; per la prima notte dormì in un albergo ad un solo piano ed una sola stella sulle cui scale per tutta la notte sentì un via – vai di gente che rideva d’eccitazione; forse, per la prima volta nella sua vita, Fiorenzo pianse e si accorse di essere veramente solo e che lo sarebbe stato per sempre.

Poi si trovò un monolocale, del quale pagò la cauzione coi suoi ultimi soldi, frutto del risparmio di anni di regali di Natale e compleanno.

Se quello era il suo destino, se la natura doveva essere stata così perfida verso di lui, ebbene, così fosse.

Fece spese: una parrucca biondo platino, trucchi per il viso, un abito da vera cortigiana del settecento e la sera stessa fece il suo ingresso trionfale in un night riservato a persone coi suoi stessi gusti.

Entrò gridando ad alta voce: “ Amici, ecco a voi Monsieur de Pompadour: chi vuol essere il mio re per questa notte?”.

Fu accolto da un’ovazione e più di un attempato signore si spintonò per sedersi al suo tavolo.

Fiorenzo gli sussurrò all’orecchio la propria tariffa e l’altro rise ed estrasse platealmente e volgarmente il portafogli.

Dopo anni di umiliazioni, quella era la sua vendetta: chi non aveva saputo o voluto dargli amore, che pagasse, ed anche a caro prezzo, la sua bellezza e la sua giovinezza, almeno prima che queste sfiorissero.

Adesso erano altri a chiedere amore ed allora coloro che lo desideravano, che pagassero, pagassero per tutti, per chi l’aveva violentato in cantina, per chi l’aveva ricucito alle medie, per chi l’aveva usato, per chi lo aveva ignorato.

Era sempre il più richiesto, perché era ancora bellissimo e lui poteva accettare o rifiutare i clienti, poteva imporre tariffe sempre più care, poteva…

Lui era Monsieur de Pompadour: questo era il suo trionfo e la sua vendetta, questa era anche la sua sofferenza, ma quella nessuno l’avrebbe mai vista.

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2 commenti

Pubblicato da su ottobre 19, 2012 in Racconti

 

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2 risposte a “MISERIE E SPLENDORI DI M.EUR DE POMPADOUR

  1. anna.pagliarini@alice.it

    ottobre 21, 2012 at 10:13 pm

    Ognuno di noi ha tanta storia, tante facce nella memoria, tanto di tutto, tanto di niente e le parole di tanta gente…

     
  2. marina

    ottobre 23, 2012 at 2:32 pm

    Povero Fiorenzo, in realtà nulla era cambiato: prima subiva poi fece subire agli altri. Nulla era riuscito a far cambiare se non la sola prospettiva della sua esistenza, era come se in cima ad un monte avesse guardato prima a destra, poi a sinistra, lo stesso identico paesaggio.
    Lo spirito di Fiorenzo è fatto di amore come quello di ogni essere umano. Amore per quel sè stessi perso nel cosmo che di vita in vita rincorre , sè stesso. L’amore di accettare la propria sessualità la propria forma e farla diventare forza vitale. La vita si, da regalare agli altri e non un solo piccolo pezzettino di un paio di centimetri variabile come tutto nell’umano. Lo spirito di Fiorenzo era artistico era nello splendore della recitazione nell’immergersi nei colori e nella bellezza della luce.

    Ecco, Fiorenzo avrebbe potuto fare teatro e mettere in scena tutte le forme dell’amore. Ma, quante sono le forme dell’amore? E chi può dire quale fà bene al cuore?
    Grazie per avermo dato la possibilità e la riflessione nata dal tuo racconto raccontato bene
    Marina

     

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