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IL BUIO IN FONDO ALL’ORTO

13 Ott

IL BUIO IN FONDO ALL’ORTO

 

Dopo un inverno difficile per tanti motivi, Christian era finalmente in vacanza.

Nulla di particolare, ma il paese di campagna dove si recava oramai da anni era l’ideale per riposarsi e dimenticare, almeno per un mese, tutte le sue preoccupazioni.

Christian, che viveva da solo con il suo cane, aveva costantemente angosce per il proprio futuro, per la situazione politica, per la sua salute e per tutti i problemi esistenziali che affliggono solo le persone intelligenti e sensibili, quelle che riescono a vedere al di là dell’aspetto esteriore delle cose.

Le vacanze di Christian non erano, quindi, di quelle da raccontare per giorni agli amici, al ritorno in città, ma forse proprio per questo erano vere vacanze che facevano il loro dovere, vale a dire di consentire il recupero delle energie fisiche e mentali.

Ogni tanto, comunque, andava al mare a fare un po’ di vita di spiaggia, ma occorreva fare diversi chilometri in macchina, cosa che assomigliava troppo alla vita in città.

Così la maggior parte delle giornate passava con la lettura di libri per i quali non c’è mai tempo, o predisposizione mentale, in inverno, e passeggiate col suo cane, un meticcio di nome Kimbo.

Poco oltre la casa dov’era ospitato, c’era un passaggio fra due edifici che terminava in uno dei tanti orti del paese.

Un giorno da quel passaggio era sbucato un cagnaccio enorme e malintenzionato che Christian era riuscito ad allontanare dal suo Kimbo frapponendosi, dapprima, fra i due cani e poi minacciando con un provvidenziale bastone il grosso ed inquietante animale.

Da quel giorno, ogni volta che i due uscivano di casa, lo sguardo del padrone correva preoccupato all’orto per vedere se ci fosse pericolo.

Ma il peggio era la notte, all’ultima uscita per i bisogni di Kimbo, una notte totalmente deserta e silenziosa nel piccolo borgo: Christian guardava verso l’orto e vedeva solo buio.

Anche nelle notti di luna piena che, nell’aria tersa della campagna, illuminava quasi a giorno il paesaggio, da laggiù si vedeva solo un buio profondo, nero, inquietante, carico di pericoli e di misteri.

Un brivido percorreva la schiena dell’uomo e anche il piccolo cane, guardando verso l’orto, abbassava le orecchie, metteva la coda fra le gambe e lanciava dei flebili guaiti.

Cosa c’era là in fondo che incuteva tanta paura, che si mangiava ogni forma di luce?

Possibile che fosse solo un cane, per quanto grosso e feroce?

Passavano veloci i giorni di vacanza, passava come un fulmine un’estate dalla quale ci si attende sempre chissà che cosa e che, al momento del ritorno in città, lascia sempre un po’ d’amaro in bocca: un amaro che è il sapore delle occasioni perdute e del tempo che passa.

Ogni giorno qualcosa finiva in valigia perché non ci sarebbe stato più bisogno di un suo utilizzo: libri letti, rullini fotografici riempiti ed in attesa di sviluppo, indumenti sporchi che non valeva la pena lavare, poiché era meglio aspettare il ritorno a casa per un bel bucato generale.

Erano gli ultimi giorni utili per completare un’abbronzatura da esibire per poco tempo, prima che un paio di docce la lavassero via assieme agli ultimi residui di sale marino che avevano resistito ai lavaggi precedenti.

Il sentimento era sì di rimpianto per la vacanza finita senza avventure particolari, ma anche di euforia per il ritorno alla propria casa, ai propri amici, alle proprie cose, alla vita normale dei lunghi mesi autunnali e invernali, durante i quali s’incomincia da subito a progettare la prossima vacanza.

Christian e Kimbo uscivano la mattina presto, poi a mezzogiorno, alla sera, prima e dopo cena, e dopo la televisione, già assaporando il letto e il riposo.

Appena arrivati in campagna, l’uscita del dopocena avveniva sotto un sole ancora alto: ora alle otto di sera c’era già quasi buio, tranne che in fondo all’orto, perché là era già buio pesto.

Va detto che appena fuori dalla casa c’era una salitella: da qui si fronteggiava la stradina dell’orto, al di là della quale si vedevano il paese ed il lago.

Nelle fredde giornate di tramontana invernale, si poteva vedere addirittura la striscia luminosa del mare.

Ma nelle serate di quel fine agosto e, soprattutto, nella notte già fresca, se guardavi laggiù non vedevi nulla: non le luci del paese, non quelle del lago, non le paranze e le lampare sul mare; non si vedevano le stelle, non un raggio lunare, perché l’orto e i suoi misteri si mangiavano tutto.

Forse c’era veramente qualcosa d’inquietante che da là in fondo li spiava, attendendo solo di sferrare un attacco mortale; forse il cane che li aveva aggrediti non era nulla in confronto alla presenza oscura che si nascondeva in agguato.

Christian immaginava un altro cane demoniaco, enorme, alto quanto un elefante, nero come un rottweiler e con gli occhi simili a braci accese, con un enorme collare munito di punte acuminate: un animale degno di un film dell’orrore.

Nel silenzio delle notti di fine agosto, tendendo l’orecchio, gli pareva perfino di sentire un sordo brontolio.

Mancavano oramai solo pochi giorni alla partenza, ma Christian si sentiva a disagio: temeva che qualcosa sarebbe sbucata dalla strada buia per far loro del male, temeva che non sarebbe riuscito ad andarsene in tempo.

Avrebbe potuto anticipare la partenza, ma gli sarebbe sembrato veramente ridicolo fuggire solo per una sensazione, per una paura immotivata.

Venne l’ultimo giorno: la coppia di amici uscì per la passeggiata mattutina e il resto della giornata trascorse quasi interamente nella preparazione degli ultimi bagagli che sembravano essersi riprodotti autonomamente durante il mese di vacanza.

La valigia e il borsone coi quali era arrivato trenta giorni prima, ora sembravano esplodere e c’era un gran numero di sacchetti di plastica: gli accessori del suo cane, parte della biancheria da lavare che, oltre a non entrare più in valigia, veniva esiliata per non confondersi con gli indumenti puliti, alcuni pacchetti con piccoli regali per gli amici più cari e mille altre cose che l’uomo si domandava perché diavolo avesse portato in vacanza visto che, per la maggior parte, non erano mai state utilizzate durante questa.

C’era ora in lui un certo sollievo sapendo che presto sarebbe stato in mezzo alle sue cose, i suoi libri, i suoi film, il suo computer, il suo materiale di lavoro.

Ma c’era un’inquietudine di fondo: quella presenza in attesa l’avrebbe lasciato partire?

Era una questione che andava risolta, una volta per tutte.

Kimbo fu chiuso nella stanza da letto, affinché non lo seguisse e, nel tardo pomeriggio, il suo padrone, armato del suo oramai inseparabile bastone (ma poteva servire un semplice bastone se ci fosse veramente stato un cane o un altro essere infernale di tre e più metri d’altezza?), decise di avventurarsi verso l’orto per affrontare il nemico battendolo sul tempo: forse la presenza non si sarebbe aspettata un attacco anticipato.

Non senza timore l’uomo si avventurò per la piccola discesa che portava all’orto.

Il cane che l’aveva aggredito non c’era più e la sua catena giaceva arrugginita a terra: non c’era più neppure l’orto, lasciato abbandonato da tempo; sulla rete semi abbattuta c’era uno sbiadito cartello con scritto “vendesi” e con un numero di telefono oramai illeggibile.

Per il resto non c’era assolutamente nulla: non cani, non mostri, non spiriti malvagi, nulla che potesse mangiare le luci del paese e del lago.

Allora Christian capì: si era spaventato una volta, all’aggressione del grosso cane e, da allora l’orto era stato il custode di tutte le sue angosce e paure, quelle che ti fanno vedere il nulla nel futuro, quelle che t’impediscono di vedere la luce dove, invece, c’è e temere che il tuo futuro sia solo buio e nulla.

In fondo all’orto c’era il suo domani incerto, c’erano le malattie a venire, c’erano la vecchiaia e, da ultimo, lo spettro  della morte; c’erano solo quelli di mostri, i mostri reali.

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Pubblicato da su ottobre 13, 2012 in Racconti

 

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