RSS

C’ERA UNA VOLTA UNA BAMBINA

05 Ott

C’ERA UNA VOLTA UNA BAMBINA…

 

C’era una volta una bambina con gli occhi azzurri e i codini biondi legati con elastici multicolori.

Beh, proprio bambina, bambina non era più, visto che quando la conobbi era già intorno ai dodici anni, fatto sta che come la vidi me ne innamorai…

Si chiamava Virginia e per me era proprio come la Vergine Maria: inarrivabile, mistica, da adorare, fosse pure da lontano.

L’unico problema era che per lei non esistevo affatto: io, l’insignificante e quasi invisibile ragazzino vicino di casa da sempre, quello mai alla moda, vestito in maniera anonima, uno che non brillava né nello sport, né a scuola, in poche parole una mediocre nullità.

Passarono in fretta tutti gli anni della pubertà e vennero quelli dell’adolescenza: da quando mi ero accorto di lei, da quando l’avevo vista come donna e non più come semplice parte del mio ambiente, del mio habitat, se mi si passa il paragone naturalistico, non ero più riuscito a togliermela dalla mente: la sognavo di notte, mi nascondevo goffamente dietro un angolo o dietro le persiane solo per vederla quando usciva di casa e lei sempre niente: sembrava non accorgersi, non dico del mio interesse, ma neppure della mia esistenza.

È sempre dura la vita in un piccolo paese, dove si è sempre tutti quanti sotto gli occhi degli altri, dove ognuno è al corrente di ciò che si fa e io non volevo che nessuno si accorgesse del mio sentimento ed interesse per Virginia, non volevo essere preso in giro dagli amici, ma soprattutto non volevo che fosse lei a farlo, ed era questo il motivo per il quale non mi ero mai rivelato: per la paura di un rifiuto, di vederla scoppiare a ridermi in faccia, a ragione, in fondo, perché io non potevo certo ambire ad una come lei.

I codini ora non c’erano più ed erano stati sostituiti da una chioma lunga e luminosa.

Io giocavo a calcio nella squadretta, scassata, del paese ed il giorno in cui, non so per quale miracolo, vincemmo la finale di un torneo provinciale grazie ad un mio gol, fu lei ad accorgersi di me: l’unica occasione in cui per un solo attimo brillai di una luce che non mi apparteneva.

Ora cominciò Virginia a provare interesse per me, in fondo ero, almeno per qualche giorno, l’eroe del paese ed allora fu lei a venirmi dietro, fino a rivelarmi apertamente il suo interesse nei miei confronti.

Lei poteva farlo, perché non correva il rischio di vedersi rifiutare, di essere presa in giro da me o da altri.

Cominciammo a frequentarci, ad uscire insieme…

Uscire, in un piccolo paese! Altro che cinema, pizzeria, discoteca, l’unica cosa che si poteva fare era andare in bicicletta seguendo la strada sterrata che costeggiava il fiume e, durante il tragitto, parlare, raccontarci la nostra vita, le nostre aspirazioni, le nostre piccole cose quotidiane.

In fondo andava bene così: meglio avere modo di parlare che dover stare seduti fianco a fianco in un cinema o essere circondati da musica assordante che non ti permette di comunicare.

Ci vollero mesi prima che, nel punto più distante delle nostre escursioni, ci scambiassimo il primo bacio.

Io mi vergognavo, perché non avevo mai baciato altri che mamma, nonna e zie e anche quelle solo sulla guancia, così fu lei a farmi da guida e ad insegnarmi come si faceva a scambiarsi un vero bacio da innamorati.

Dopo altro tempo mi insegnò anche come amare e, devo dire, ci rimasi male nello scoprire che il suo fiore era già stato colto e non volli mai sapere da chi.

Terminammo entrambi gli studi: per farlo dovevamo, ogni mattina, prendere la corriera ed andare in un altro paese più grande, dove c’erano le scuole superiori.

Lei faceva una scuola professionale per parrucchiera, io ragioneria; lei continuava ad essere vivace e attiva, io mite e taciturno.

Dopo il diploma Virginia trovò lavoro nel salona da coiffeur di una sua cugina di non so più quale grado, mentre io fui assunto in banca nello stesso paese dove andavamo a scuola.

Non avevamo mai smesso di frequentarci, eravamo oramai una coppia fissa, anche se non c’era mai stato, come ancora si usa da noi, un fidanzamento ufficiale.

Per me tutto quello che stavo vivendo con lei era una favola e avevo paura che parlare di ufficializzare il nostro rapporto potesse spezzare l’incantesimo.

Ancora una volta fu lei a prendere l’iniziativa ed un giorno mi disse: “Sposiamoci!”, proprio così, semplicemente, come se fosse solo una formalità da poco e non un impegno per tutta la vita.

Io acconsentii: io le dicevo sempre di sì, qualsiasi fossero le sue proposte, i suoi desideri.

Così ci sposammo, lei in abito bianco, io con il vestito del giorno della maturità.

Così cominciò la seconda parte della nostra vita, quella della strada comune, quando finisce la favola ed inizia una realtà diversa, fatta di bollette, di mutui da pagare, di sopportazione dei reciproci difetti, delle inevitabili discussioni che sorgono quando si vive costantemente insieme ogni minuto della propria vita.

Passati i primi due anni, quando avevamo superato il più delle difficoltà economiche, lei si licenziò dal negozio della cugina e rimase a casa.

Tentammo anche di avere un figlio, ma per una sua malformazione non fu possibile.

Allora piano, piano, i problemi aumentarono; lei era depressa per il fatto di non essere in grado di avere figli, forse anche per il fatto di non poterlo imputare a me.

Presto cambiò, cambiò, anche fisicamente.

Tagliò i capelli e li tinse di nero, cominciò a sfogare la sua frustrazione di donna che si sentiva incompleta nel cibo e in poco tempo ingrassò a dismisura.

Inutile negarselo: anche l’aspetto fisico è una componente importante dell’amore, così in me si affievolì ben presto la fiamma, quella devozione che le avevo riservato per tanti anni: la guardavo, pensavo alla bambina coi codini biondi e non riuscivo a vederla in quel corpo che andava precocemente deteriorandosi.

Purtroppo non fu solo il suo aspetto a cambiare, e a farlo in peggio: divenne ben presto acida, cattiva.

Forse odiava il proprio aspetto, forse il fatto che io, invece, continuavo a mantenere una buona forma, grazie anche al calcio, così  mi costrinse a smettere di giocare ed io, mite come ero stato da sempre, l’accontentai anche in quello ma, nonostante ciò, le cose non andarono certo meglio: ora che non avevo più gli allenamenti e le partite, era di più il tempo che passavamo insieme e, visto che oramai avevamo ben poco da dirci, erano sempre più frequenti le sue urla, le cattiverie che mi diceva, fino a che io, mite sì, ma a tutto c’è un limite, uscivo di casa sbattendo la porta, prendevo la macchina ed andavo lungo il fiume a sbollire la mia rabbia e la mia delusione per quella vita che così poco mi dava, oramai.

Mi sedevo a lanciare sassi nell’acqua e pensavo a quei tempi della ragazzina con i capelli biondi e non potevo sopportare che fosse stata fagocitata da quel mostro informe e malvagio.

Qualche volta ci piansi anche.

Poi mi dicevo che non poteva essere tutto finito, che, forse, con un po’ d’impegno da parte di entrambi, le i poteva ritrovare un aspetto decente ed io ritrovare la ragazza che avevo amato per prima ed unica.

Avremmo potuto trovare nuovi interessi comuni, reimpostare la nostra vita come una delle tante coppie del nostro paese.

Gliene parlai: non l’avessi mai fatto!

M’inveì contro, dicendomi che si sentiva offesa dal fatto che io non l’apprezzassi più come donna, che le rinfacciassi il suo aspetto e che imputassi a lei la noia del nostro rapporto.

Allora lasciai perdere, misi da parte il sogno di riaccendere una relazione spenta, forse irrimediabilmente.

Oramai non facevamo più neanche l’amore ed ognuno viveva la propria vita indipendentemente dall’altro.

Io mi dedicavo alla lettura: lavoro, cena, lettura, lavoro, cena, lettura, senza un solo momento di novità nelle mie giornate.

Ora ero io che stavo cadendo nella depressione più nera.

Ogni tanto lei cercava ancora lo scontro verbale, ma io non cadevo nella sua trappola e, semplicemente, la ignoravo.

Così passavano i mesi e gli anni e sentivo di sprecare ogni secondo della mia vita, ma non c’era via di scampo per il semplice fatto che non c’era volontà da parte di lei di cambiare alcunché.

Se almeno uno dei due avesse avuto la forza e il coraggio di dire “basta” a quel rapporto insensato…

Ma Virginia non lo voleva fare perché, comunque, io la mantenevo e lei, col suo quintale abbondante e la sua acidità di carattere, non era certo più in grado di lavorare.

Da parte mia, oltre al fatto di non potermi permettere di pagare degli alimenti a quell’essere che aveva ingoiato la mia ragazzina, non potevo dimenticare gli anni di palpiti nel solo vederla passare.

Però gli insulti, le urla, l’avvelenarmi le serate in casa, alla fin fine toccavano anche me.

Passò il limite quando, mentre stavo leggendo l’ultimo romanzo del mio autore preferito, me lo strappò di mano e lo gettò nel camino, ridendomi contemporaneamente in faccia.

Fu la prima volta che smisi di volerle bene e cominciai ad odiarla.

Fu un attimo, poi mi fece pena: una grassa donna acida senza amore e senza aspirazioni, un grasso corpo che aveva dentro di sé una bambina prigioniera, una bambina coi codini biondi.

Così afferrai un coltello da carne, il più affilato, e glielo piantai nella sua flaccida gola, sperando di vedere uscire dal suo disgustoso doppio mento la piccola prigioniera.

Non fu odio o rabbia: l’avevo solo liberata da se stessa.

Poi andai in garage, presi la bicicletta che oramai non usavo da tempo e così, con le ruote mezzo sgonfie, mi avviai sulla strada che costeggia il fiume.

Ora sono qui, seduto sulla riva, di fianco a me c’è una bambina bionda che mi sorride; solo io la posso vedere.

Sento avvicinarsi le sirene dei carabinieri: mi alzo e vado loro incontro.

Un fantasma coi codini biondi legati con due elastici colorati, mi sorride e mi ringrazia.

 

Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su ottobre 5, 2012 in Racconti

 

Tag: , , , , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: