RSS

SBOCCIARE E SFIORIRE DI UNA ROSA

27 Set

SBOCCIARE E SFIORIRE DI UNA ROSA

 

Rosetta aveva quindici anni ed era bella. Pur essendo una ragazza di campagna, la sua bellezza aveva un ché di nobile, di etereo: sicuramente era sprecata nella cascina dove era nata ed era vissuta da sempre. Era sprecata anche per i contadinotti che avevano frequentato con lei la scuola media, sbavandole attorno, sempre pronti a metterle le mani dappertutto, a fare battute pesantemente volgari, ad invitarla ad appartarsi con loro in un fienile.

La sua famiglia era di quelle contadine di vecchio stampo: nella storica cascina non era mai stato messo il riscaldamento e, mentre nell’enorme cucina c’era un altrettanto enorme camino, per le gelide notti d’inverno si usava mettere nel letto i bracieri coi tizzoni ancora roventi. Non c’era neppure traccia di un bagno o di una doccia: i suoi fratelli si lavavano solo in primavera ed estate in una tinozza nell’aia; in mutande i più grandi, nudi ed esposti agli occhi di tutti i lavoranti della cascina, i più piccoli. Lei e le altre femmine, va detto che erano nove fra fratelli e sorelle, si lavavano, invece, con una spugna nella riservatezza di uno dei fienili dismessi.

Ma Rosetta sopportava tutto, perché aveva giurato a se stessa che un giorno avrebbe avuto la sua rivincita personale, che a forza di gomiti sarebbe strisciata fuori da quel pantano e avrebbe scalato le vette della società che conta.

Finita la scuola media, di proseguire negli studi neanche a parlarne: in campagna non servono lauree o diplomi, restava da stabilire se mandarla a lavorare in campagna, oppure collocarla “a servizio” presso qualche famiglia in città. Poiché lei era troppo bella e delicata per rovinarsi sui campi, fu scelta la seconda soluzione.

Non fu certo difficile trovare la famiglia disposta ad assumerla: vitto, alloggio e poche decine di migliaia di lire che Rosetta neppure vedeva, poiché venivano spedite direttamente a casa sua.

Non era certo trattata molto bene, ma se non altro qui si poteva lavare in un vero bagno, c’era il riscaldamento e il microscopico sgabuzzino che era la sua stanzetta le garantiva riservatezza, al contrario dello stanzone nel quale dormiva in promiscuità con fratelli e sorelle nella sua vecchia casa.

E poi aveva ben due pomeriggi, il giovedì e la domenica, liberi per andare a spasso, a guardare quelle vetrine piene di cose meravigliose che lei non avrebbe mai potuto comperare. Almeno per ora.

Il primo colpo di gomito per uscire dalla sua condizione era comunque stato dato.

Fu dopo circa quattro mesi che era arrivata presso la famiglia, che, approfittando dell’assenza della padrona, andata via per un periodo di cure estetiche presso un centro termale, una sera il marito entrò nella stanza di Rosa, le si sedette accanto e cominciò ad accarezzarla, finché le carezze diventarono molto intime. Al primo momento Rosetta si ritrasse, ma quando il padrone le mise in mano il denaro, non ebbe la forza di respingerlo: era più di quanto avesse mai visto, avesse perfino immaginato e più di quanto veniva mandato mensilmente alla sua famiglia.

Così pensò alle vetrine del centro, a quei bei vestiti che poteva solo guardare e che ora avrebbe potuto comperare, strinse i denti e da quel momento non fu più la piccola Rosetta, ma divenne definitivamente Rosa, e perse allo stesso tempo il suo primo petalo.

A quella sera altre ne seguirono, a quel denaro altro ne seguì, altre gomitate, altri petali persi.

Ma Rosa, non più Rosetta, si avviava a diventare una splendida donna, elegante, curata, disincantata e senza amore.

Ora che aveva un po’ di soldi da parte, le andava stretta anche la sua stanzetta, così lasciò la famiglia presso la quale aveva conosciuto il mondo vero, affittò un piccolo appartamento e trovò lavoro presso un bel negozio di parrucchiere del centro. Era una nuova gomitata, anzi, questa volta una spallata. Non inviò neppure più denaro a casa, anzi, decise proprio di rompere i ponti con quella famiglia della quale ora si vergognava. Del resto aveva oramai compiuto diciotto anni, quindi era maggiorenne e poteva fare ciò che voleva della sua vita.

Tramite le clienti del negozio dove lavorava, cominciò ad avvicinarsi al mondo che aveva sempre sognato: la moda, lo spettacolo, la società che conta.

Conobbe e fece amicizia con diverse modelle che frequentavano il negozio, e queste, avendola presa in simpatia, spesso la invitavano a feste come mai Rosa aveva visto o immaginato. E lei non sfigurava di certo: la graziosa ragazzina era ora una splendida donna, nonostante i petali che perdeva, si rigenerava come in una muta di una farfalla rara.

Ora anche il negozio le pareva soffocante per le sue ambizioni: poteva vivere d’inviti e di amanti. Ville, panfili, isole oceaniche, e sempre nuovi accompagnatori disposti a qualunque cosa per cogliere anche un sol petalo di quel magnifico fiore.

Conobbe nobili decaduti che fece decadere ancora di più, sedicenti registi, effeminati stilisti che in sua compagnia non erano poi così effeminati, quasi volessero succhiare da quel corpo perfetto la bellezza, la sensualità e la femminilità.

Ciò che non conobbe mai fu l’amore, ma quello era un lusso per chi era nato in campagna: aveva forse avuto amore sua madre, costretta a sfornare figli come fossero conigli, a fare la serva al marito e a un piccolo esercito di bambini e ragazzi? Aveva forse sua madre mai avuto modo di vedere anche solo una delle feste alle quali partecipava Rosa quasi ogni notte?

Le feste, certo, con lo champagne, quella deliziosa polvere bianca e ogni volta uomini nuovi che prendeva e gettava come fossero kleenex usati non appena ne trovava uno che potesse darle di più, che l’allontanasse il più possibile anche dal solo ricordo del pantano fangoso dov’era nata.

Era bella e pericolosa: la sua bellezza confondeva la vista tanto che nessuno vedeva le sue spine e, puntualmente si feriva al cuore.

Vennero i vent’anni, i venticinque, i trenta, ma la sua bellezza non veniva intaccata dal tempo, anche se qualcosa cambiava: il suo gelo cominciò ad allontanare molti corteggiatori. Passò dalle feste private ai night club, ma anche qui non mancavano gli uomini disposti ad esaudire ogni suo desiderio anche solo per una notte d’amore: ma quale amore?

Ora che era lontana perfino dal ricordo della vita di Rosetta, qualcosa cominciava a rompersi, troppi petali caduti, la maturità che la costringeva a pensare e a fare bilanci della sua vita, qualche colpo perso.

Fu una sera, anzi, una mattina, che usciva sola da un night e si apprestava alla vana ricerca di un taxi, che due uomini le si avvicinarono.

Le loro facce non erano quelle dei suoi abituali corteggiatori, ma erano dure, uno aveva una vistosa cicatrice su una guancia: “Che c’è, piccola, guardi la mia cicatrice? È stata un’operazione d’appendicite un po’ complicata!” E giù a ridere entrambi in modo sguaiato e volgare. Rosa, che aveva sempre dominato gli uomini che aveva conosciuto, ipnotizzandoli con la sua bellezza e il profumo della sua pelle, questa volta, invece, cominciava ad avere paura.

Continuarono: “E’ da un po’ che ti osserviamo, tu sei brava ad agganciare gli uomini e a ricavarne il più possibile, ma non puoi farlo impunemente nella nostra zona, per cui ora lavorerai per noi, che, però saremo generosi: ti daremo il dieci per cento degli incassi” e giù una nuova risata ancora più volgare, ma a Rosa non spaventava tanto quella, quanto lo scoprire finalmente ciò che era diventata: una puttana, bella e di lusso, ma sempre una puttana.

Fu allora che comparve il coltello nella mano dello sfregiato e il suo tono da scherzoso e sguaiato diventò improvvisamente cattivo: “E niente scherzi, se non vuoi che ti facciamo a fette quel bel faccino”.

Ma neppure il coltello riuscì a spaventare la piccola Rosetta, quanto vedere solo ora il fondo dell’abisso nel quale era sprofondata a forza di strisciare fuori dal pantano con troppa foga, e del quale adesso vedeva il baratro nero. Pensò a quello che era stata, a quello che era diventata e improvvisamente afferrò la mano dell’esterrefatto sfregiato, portandosi la lama al petto per poi spingervisi contro.

Bel casino che ci ha combinato questa puttana! presto, aiutami, nascondiamola nel vicolo, almeno avremo il tempo di filarcela.”

Fu trascinata in un vicolo cieco, dietro un cassonetto della spazzatura. Gli addetti sarebbero passati solo due giorni dopo. E due giorni dopo la trovarono.

Dal cassonetto era caduta una rosa sfiorita: sul selciato, una accanto all’altra c’erano ora due fiori oramai appassiti per sempre dopo aver dato bellezza e profumo per un tempo eterno eppure troppo breve.

 

Annunci
 
1 Commento

Pubblicato da su settembre 27, 2012 in Racconti

 

Tag: , , , , , ,

Una risposta a “SBOCCIARE E SFIORIRE DI UNA ROSA

  1. nike77

    ottobre 5, 2012 at 12:06 pm

    Bellissima davvero mi è piaciuta molto.

     

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: