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EMOZIONI DI SINTESI

20 Set

EMOZIONI DI SINTESI

 

Lui, Marzio, e il vecchio Arturo erano partiti la mattina presto per andare a pescare: nulla di particolare, non ambivano a grandi prede, solo un po’ di alborelle, triotti, vaironi, così, giusto per divertirsi, passare una giornata all’aria aperta e portare a casa qualche etto di pesciolini per il fritto.

Anzi, i pesci li avrebbe portati tutti a casa il vecchio amico, perché a Marzio neppure piaceva il pesce, amava solo la pesca in se stessa per le emozioni e le scariche di adrenalina che riusciva a dargli; poi, se era roba grossa, lui liberava le sue prede con tutte le cautele del caso.

La pesca gli piaceva, dunque, perché era emozione pura e a buon mercato: il galleggiante che affonda, la ferrata, sentire resistenza dall’altra parte, recuperare la preda.

Ma anche l’essere immersi nella natura, nel silenzio rotto solo dal monotono brontolio dell’acqua dei canali era emozione; per chi vive in una città brutta, frenetica, sporca, ogni cosa che si differenzia da essa è emozione.

Nonostante fosse passato un anno dall’ultima volta che erano stati in quel luogo, ricordavano perfettamente la strada: spesso la campagna è tutta uguale ed è facile confondersi, ma loro sapevano di dover svoltare in quella stradina sterrata coi due grandi alberi posti ai suoi lati, come guardiani, come due memnoni, talmente grandi che sul loro tronco erano stati inchiodati dei catarifrangenti per renderli visibili si notte nella strada priva d’illuminazione.

Come svoltarono verso il loro percorso e la loro meta, parve ai due uomini di essere entrati in un altro mondo, in un’altra dimensione.

Il traffico, già scarso sulla strada dalla quale erano venuti, lì era inesistente ed improvvisamente si trovarono immersi nel silenzio interrotto solo dal regolare ronzio del motore della loro macchina.

Poi, quando la natura si abituò a loro, ricomparvero le sue voci: cinguettii, richiami di uccelli, gracidare di ranocchie e frinire delle prime cicale.

Al punto che ben conoscevano parcheggiarono la macchina, il cui motore si spense con un lieve sibilo e crepitio delle parti metalliche che iniziavano a raffreddarsi; scesero, estrassero dal bagagliaio i loro attrezzi, le canne, le borse e s’incamminarono per il sentiero che portava al canale e che poteva essere percorso solo a piedi.

Alla prima opportunità, vale a dire un’apertura fra i cespugli che proteggevano le rive, il vecchio Arturo si fermò: per lui era fatica fare altra strada, mentre Marzio proseguì in cerca di un posto suo: meglio così, in quel luogo aveva proprio voglia di stare solo, sentirsi abbracciare da quella natura così difficile, oramai, da trovare.

Era un amplesso con essa del quale aveva quasi pudore e quindi meglio essere solo; una leggera brezza giocava fra i rami degli alberi e dei suffrutici producendo un’armonia tutta sua, irripetibile.

Leggere nuvole si spostavano, a volte velando il sole, altre unendosi per poi sfaldarsi, come in un gioco di creature innocenti e spensierate.

Anche Marzio trovò il punto adatto in cui fermarsi, un’apertura più ampia sulla riva, con l’acqua più vivace che gorgogliava fra le sponde.

Montò l’attrezzatura, ma non aveva molta voglia di pescare, aveva più il desiderio di fermarsi a pensare, anzi di non pensare a nulla e lasciarsi coinvolgere da tutta quella semplice bellezza.

La sponda opposta era libera di vegetazione: da lì si vedevano i campi, alcuni arati di fresco, altri col mais già alto: neppure una persona, non un contadino, non un trattore; in fondo all’orizzonte, si vedeva un campanile, pudico anch’esso nel suonare le sue campane, quasi che il loro suono potesse rompere un equilibrio fin troppo fragile.

D’un tratto (non sapeva neppure da quanto tempo fosse lì  godersi la bellezza e l’emozione di quella campagna), gli giunse la voce stentorea, nonostante l’età, dell’anziano compagno: “Marzio, come la và?”.

Non rispose, del resto anche la domanda dell’altro era un pro forma.

Poi fu di nuovo silenzio e dopo ancora solo i suoni della natura.

Guardò l’acqua che scorreva  regolare, stirando lunghe piante acquatiche che accompagnavano la sua corsa verso altri luoghi ed ebbe improvvisamente voglia di piangere: meno male che non c’era nessuno vicino, perché le emozioni a volte vanno condivise, ma molte altre van vissute da soli.

A monte di dove si trovavano loro c’era un allevamento di maiali; ad un tratto passò il corpo di un piccolo maialino: forse un lattonzolo che era stato buttato, in quanto morto, nel fosso,

Anche lui, forse andava a cercare, come tutti noi, un luogo e un tempo migliori: natura che tornava alla natura; era triste, ma faceva parte anche quello del ciclo della vita.

A volte all’uomo pareva di provare un dolore di vivere insopportabile, ma in quella giornata, in quel luogo, anche il dolore sembrava scomparire o tacere, almeno, nel profondo.

Aveva, quasi automaticamente, montato la canna e aveva anche preso alcuni pescetti, ma non era, stavolta, quella l’emozione della giornata, quella che era andato a cercare quando, alle sei, era partito di casa per andare a prendere il vecchio amico.

Dopo un po’ lasciò la canna appoggiata a un cespuglio e s’incamminò ad esplorare la riva a cercare altre sensazioni che aveva una voglia disperata di provare, ma era possibile che ci fosse qualcosa di più? Era lecito pretendere altro? Il canale faceva una curva, dietro la quale c’era un mulino, con la sua pala che monotona e regolare girava spinta dalla corrente: nessuno, non una persona a disturbare il suo amplesso con la natura, era una giornata magicamente irripetibile.

Oltre il mulino il canale riprendeva la sua corsa libera, da puledro, a perdersi fra i campi, i prati, l’erba e le coltivazioni. Marzio tornò sui suoi passi, dove aveva lasciato la canna, riprese la pesca e prese ancora altri pescetti, poi smise, smontò l’attrezzo e si sedette a terra, sul bordo della sponda che scivolava giù, in basso, fino all’acqua.

Ogni tanto arrivava un richiamo da Arturo, poi la pace aveva la sua rivincita e tutto scorreva insieme all’acqua: il tempo, il vento, la vita.

C’era un altro fossato, più piccolo, alle sue spalle poco lontano: andò verso di quello, non voleva perdersi nulla di quel luogo che vedeva solo ora come mai gli era capitato le volte precedenti.

Qui l’acqua era più vivace: c’era una piccola chiusa dove l’acqua faceva un mulinello, con una giostra di foglie che si era portata chissà da dove.

Dei pesci guizzavano, una rana s’accorse della sua presenza e si tuffò dalla riva nell’acqua e subito scomparve; adesso era certo che lì c’era un concentrato di tutte le emozioni che la vita può offrire: cosa altro avrebbe potuto chiedere in futuro?.

C’era tanta serenità che aveva voglia di morire lì, per non vivere altro, altro dolore, altre realtà; poi la luce cominciò a scemare, era il tempo di rientrare.

Passò a prendere il vecchio e si avviarono verso l’automobile; il compagno di pesca gli rivolgeva domande a cui lui non rispondeva e l’altro non si aspettava lo facesse: “Hai mangiato? Sei stato bene? Hai visto il maialino?”;

Spesso si perdeva con la mente nei suoi pensieri, il vecchio lo sapeva, lo considerava un po’ strano, ma gli voleva bene comunque proprio perché sentiva che l’amico aveva dentro qualcosa di speciale.

Abitavano nella stessa strada; Marzio si fermò dal vecchio a bere un bicchiere d’acqua, poi si salutarono senza parlare.

Si diedero un nuovo appuntamento senza farlo realmente.

Quando quella stessa sera, poco più tardi, Marzio rientrò a casa, dopo aver accompagnato il vecchio amico, qualcuno gli chiese distrattamente: “Allora, come è andata la pesca”; lui non rispose, ma andò in bagno, si chiuse dentro e iniziò a piangere ringraziando non si sa bene chi per quella sintesi di tutte le emozioni possibili, quelle che solo la natura può dare, che aveva vissuto in quel magico giorno.

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Pubblicato da su settembre 20, 2012 in Racconti

 

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