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UNA MAMMA MODERNA

13 Set

UNA MAMMA MODERNA

 

Fino ad un certo periodo la vita di Danilo fu felice e serena: mamma e papà si amavano come due sposini in luna di miele, lui aveva tutto ciò che voleva, pur senza essere stato viziato.

Dal punto di vista economico non si può dire che nuotassero nell’oro, ma non mancava loro nulla.

Inoltre il padre non aveva certo paura di fare delle ore di straordinario, se questo poteva dare alla moglie e al figlio qualche soldo in più per potersi togliere uno sfizio.

Ma ad un certo punto tutto cambiò: la madre, la signora Tosca, cominciò a non stare bene, accusava dolori al petto.

Le diagnosticarono un tumore maligno; ne poteva, comunque, uscire bene, ma solo con l’asportazione totale di un seno e di parte della muscolatura del braccio: mastectomia totale, la chiamarono i medici.

A quel tempo Danilo si avvicinava ai quindici anni, quindi era perfettamente in grado di capire tutto quanto stava succedendo intorno a lui e, quindi, anche questa cosa tremenda che era venuta a minare la serenità della sua famiglia.

Furono lunghi mesi di pena: prima l’amputazione, dalla quale la madre uscì con ottime prospettive di guarigione totale, ma con la tipica depressione che colpisce chi viene menomato nel fisico e, in questo caso, della propria femminilità; poi venne l’operazione di plastica ricostruttiva, con l’introduzione di una protesi in silicone che, almeno esteriormente, ridava alla madre un aspetto normale.

Ma era dentro di lei che qualcosa era cambiato per sempre: difficile dire se la causa fosse stata la malattia o la cura.

Dopo circa un anno di grande pena per tutta la ex famiglia serena, tutto sembrava tornato come prima, ma era il comportamento della signora Tosca ad essere profondamente mutato.

Vado dal parrucchiere”, annunciò un giorno: ne tornò con una capigliatura arancio, che sembrava esserle esplosa in testa.

Ma questo era solo l’inizio.

Cominciò, lei che era sempre stata sobriamente elegante, a vestire con fuseau attillati a vita bassa, di orribili colori che andavano dal viola acceso al fucsia, all’arancione.

Un giorno arrivava a casa con un piercing, un altro con un tatuaggio in parti, oltretutto, imbarazzanti: alla base della spina dorsale, sul ventre, al di sotto del già basso elastico dei pantaloni, eccetera.

Girava tutto il giorno per casa, una casa che aveva smesso di accudire, con un lettore Mp3 all’orecchio, così che non si poteva più nemmeno avere la possibilità di parlarsi.

Marito e figlio cercavano, nei limiti del possibile, di tenere in ordine la casa al suo posto: “E’ un momento così – dicevano – deve riprendersi bene dall’operazione”, ma in cuor loro sentivano che non sarebbe stato solo un momento.

Poi Tosca cominciò a uscire la sera: diceva che doveva ricuperare “L’anno che sono stata morta”, diceva proprio così, ed aggiungeva: “Sono una donna moderna e ancora giovane: ho rischiato di morire e non sono ancora certa di essere guarita, per cui non mi potete impedire di godermi la vita”.

Infatti nessuno glielo impediva, ma nessuno poteva impedire a marito e figlio di soffrire per quella situazione.

Ma il peggio doveva ancora venire; mamma Tosca era sempre più esigente in fatto di soldi e continuava ad accusare il marito di guadagnare troppo poco e di non sapersi far valere, così l’uomo si ammazzava di straordinari, portandosi anche del lavoro a casa e vegliando fino alle due, tre di notte per terminarlo: tutto, purché la moglie avesse quanto desiderava.

Mamma non aveva mai fumato ma, una volta che Danilo guardò dalla finestra appena lei era uscita per una delle sue serate di “divertimento sacrosanto”, la vide salire su un’auto piuttosto male in arnese e subito accendersi una sigaretta.

Che non erano solo sigarette, Danilo lo scoprì un giorno che stava cercando le chiavi di casa nella borsa della madre: lui era un bravo ragazzo, forse un po’ solo, con pochi amici, ma non per questo non era in grado di riconoscere uno spinello quando lo vedeva: a scuola ne giravano a centinaia.

Quella volta non dormì tutta notte e pianse a lungo su ciò che, improvvisamente, era diventata la sua vita familiare.

Oramai non si parlava più, in famiglia, non si vedeva più la televisione insieme, non si faceva proprio più nulla insieme: papà lavorava tutte le sere, chiuso nel suo studio, mentre la mamma usciva sempre con quelli della macchina malconcia e così Danilo si trovava da solo davanti alla televisione in una sala diventata di colpo troppo grande.

Una notte il ragazzo attese al buio dietro i vetri il ritorno della madre: la vide scendere dalla solita auto, dalla quale emerse anche un giovane magro con una capigliatura da “rasta”; si salutarono baciandosi sulla bocca e lui sentì una fitta al cuore.

Poi il cavaliere di mamma cominciò a venire a prenderla in casa; era un giovane pallido, con l’acne, poco più grande di Danilo: suonava, entrava senza salutare, si comportava come fosse a casa sua, girando per tutto l’appartamento, eccezion fatta per lo studio del padre, toccando e curiosando tutto ciò che vedeva. Danilo sospettava anche che, se fosse stato solo, avrebbe certamente rubato qualcosa.

Così passarono i mesi, con la mamma, diventata improvvisamente una mamma moderna, sempre più assente: assente in tutti i sensi. Così non si accorse quasi neppure quando il figlio si ammalò: una polmonite trascurata che  era degenerata in pleurite.

A causa della malattia, il ragazzo dovette restare per mesi chiuso in quella casa diventata oramai triste e silenziosa, ad assistere al sempre più evidente allontanamento della madre da lui e dal padre.

Ogni volta che il giovane pallido veniva in casa, era sempre più sfacciato: guardava Danilo con aria di compatimento e di sfida, con un sorriso sgradevole che metteva in evidenza una dentatura pessima e maleodorante.

Davanti al ragazzo appoggiava le mani ovunque sulla donna: una sera Danilo vide la madre che, dopo essere scesa dall’auto, sfilò dal portafogli diverse banconote e le allungò al giovane che, per tutta risposta, le diede una pacca sul sedere e la baciò a lungo sulla bocca.

Il padre non vedeva, o fingeva di non vedere nulla, ma lui non ne poteva più di assistere impotente a tutto quanto: avrebbe voluto addormentarsi una sera e, al risveglio scoprire che era stato solo tutto un brutto sogno oppure non svegliarsi mai più.

Un tardo pomeriggio, mentre il padre era, come sempre, nel suo studio a fare del lavoro straordinario e la madre era andata dal parrucchiere a rivitalizzare la tintura arancio dei suoi capelli, Danilo sentì la chiave nella porta; era il giovane pallido: “Mi ha mandato tua madre a prendere una cosa che ha dimenticato”, gli disse e cominciò a frugare ovunque, rovistando nei cassetti, mettendo tutto soottosopra e lasciandoli poi in disordine.

Quindi passò alla cucina, dove, finalmente, trovò in uno stipetto il portafogli dove tenevano i soldi per le spese di casa.

Ne sfilò il denaro e lo gettò, con disprezzo e delusione per il fatto che non conteneva quanto sperato, sul ripiano del mobile; questo era veramente troppo: nell’altra stanza il padre del ragazzo si ammazzava di lavoro e di dolore per guadagnare denaro che sarebbe servito a pagare la droga alla moglie e a quell’individuo disgustoso.

Allora Danilo prese dal cassetto del comodino il suo vecchio coltello da boy – scout e, senza una parola, lo piantò nella gola del giovane pallido che, mentre moriva dissanguato, con quell’espressione stupita e stupida nello sguardo, divenne ancora più pallido.

 

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Pubblicato da su settembre 13, 2012 in Racconti

 

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