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UNA STORIA VERA DI VERO AMORE

31 Ago

UNA STORIA VERA DI VERO AMORE

 

Si possono raccontare l’amore e il dolore, quelli assoluti? Io ci proverò.

In questi duecento, ed oltre, racconti, ho usato la favola, la fantascienza, il noir, la metafisica, ho parlato di politica, di cronaca e storia, ho parlato d’amore, ma era tutto frutto della mia fantasia.

In un solo caso, finora, sono stato completamente sincero, quando ho raccontato della mia famiglia (fanno, ovviamente, eccezione i quattro libri sulla scuola, dove è tutto vero).

Bene, questa è la seconda storia totalmente vera e che mi ha per protagonista.

È la storia di un amore grandissimo che nessuno potrà mai lontanamente capire a cui è seguito un dolore immenso e incolmabile, ma devo partire da molto indietro, da diciotto anni fa: era il millenovecentonovanta…

Devo averlo spiegato più e più volte come quell’anno fu il culmine di un terribile esaurimento nervoso di tipo depressivo: tenevo sul comodino da notte decine di scatole di medicinali pronto, quando il dolore sarebbe divenuto troppo forte, ad ingerirli tutti insieme.

Come poi entrai in quel tragico tunnel da giostrai sado – maso, è un’altra storia, che parla di fallimenti personali, di studi che non andavano avanti, dello strazio di veder morire mia madre di cancro giorno dopo giorno.

Così, un bel giorno il palloncino decide di esplodere e ci si ritrova come mi ritrovai io.

Ma non voglio scrivere un trattato sull’esaurimento e sulla depressione, ma raccontarne il dopo…

Il dopo fu che nel mese di settembre del novanta, appunto, dopo due o tre anni di depressione, decisi di prendere un cane.

La chiamano “Pet terapy”, ma non è una cura, bensì una reazione personale.

Avevo già avuto due cani: il primo, un barboncino di taglia media, arrivò a casa quando ero bambino e durò sette anni, visto che si parla di un tempo in cui vaccinazioni e terapie erano ai primordi.

Poi ci fu il terribile Pincher, al quale non volli meno bene, anche se lui aveva scelto come suo padrone mio padre.

Se ne andò all’età di tredici anni.

Pepe arrivò nel novanta, come detto.

Avevo deciso per un barboncino, che è il cane più “cane” che c’è: dolce, giocoso, affettuoso, solo che lo volevo color albicocca o grigio.

Me ne offrirono uno nero, invece.

Andai a Bergamo a vederlo e, appena presolo in braccio, m’infilò il naso in un’orecchia: era mio!

Da allora e per diciotto anni non abbiamo mai passato un giorno lontani, mai una notte non ha dormito sul mio letto o sulla brandina ai suoi piedi.

Mi sono laureato con lui, abbracciandolo e baciandolo appena giunto a casa dalla discussione della tesi.

Con lui ho iniziato a lavorare ed era divenuto il beniamino dei miei alunni, anche di quelli che non lo avevano mai visto se non in fotografia.

Ma soprattutto era partecipe dei miei segreti, dei miei dispiaceri: io gli parlavo e lui mi guardava, ascoltava, non parlava, ma capiva.

Quando nel novantanove tornai a casa da scuola e trovai mio padre morente in anticamera, lui era lì, lo assisteva, era l’unico che sapeva quando e cosa fosse successo.

Mancato mio padre restammo soli, io e lui, una sola anima, una vera famiglia.

Sempre di più diventò il mio confidente, il partecipe delle poche gioie e dei tanti dolori.

Ma in tutti questi anni, tanti e pieni di avvenimenti che erano solo nostri, il tempo lasciava i suoi terribili segni.

Cominciò la cataratta, inoperabile in un cane.

Poi smise di colpo di giocare: lui mi portava il suo osso di pelle e io glielo lanciavo: poi, quando il gioco lo stancava, iniziava quello più bello, per lui, vale a dire nascondere il giocattolo sotto mobili e divani e poi guardarmi con quell’aria furbetta come dire: “Che bello scherzo ti ho fatto!”.

A volte era esasperante, ma quando smise di farlo mi sentii morire: era la vecchiaia e la vecchiaia, forse per egoismo, non piace a nessuno.

Poi altri acciacchi: due vertebre malmesse, un’andatura sempre più lenta ed io lo sgridavo (non fatelo mai: poi ve ne pentirete!).

Ad ogni acciacco correvo dal veterinario, anche con un po’ di scrupoli per quanto lo ossessionavo, ma sia lui che i suoi due soci furono sempre comprensivi e capaci: capaci con gli acciacchi di Pepe, comprensivi con le nevrosi del suo padrone.

Spesso non mi facevano neppure pagare la parcella, eppure io per il mio cane mi sarei impegnato la camicia e anche la casa.

Il veterinario, scherzando, lo chiamava “Highlander l’immortale”; del resto lui aveva avuto una cagna coetanea di Pepe e andatasene da tempo.

Veniamo al ritorno dalle vacanze del duemilaotto: la prima cosa fu la vaccinazione annuale; poi, il mese seguente, ci fu il richiamo della stessa e da allora il cane non stette più bene: vomitava, poi cadeva su di un fianco e occorreva rialzarlo a mano.

La prima volta che successe credetti che mi venisse una sincope.

Telefonai al veterinario che, in un certo senso, mi rassicurò: era un riflesso del nervo vago, una specie di svenimento.

Intanto, però, il cane dimagriva; avevamo dato la colpa ad un’infezione dentale e progettato una pulizia in anestesia totale dal tartaro.

Così decidemmo per un esame completo del sangue.

E fu la fine.

Uno dei valori del fegato era addirittura oltre dieci volte il consentito!

Stabilimmo una terapia d’urto di almeno due mesi, ma dopo due giorni…

Ero rimasto a casa dal lavoro, ed era il mio ultimo giorno, per restargli vicino.

Nella tarda mattinata lo portai fuori per i suoi bisogni, ma faticava a stare in piedi, così lo riportai a casa in braccio (erano giorni, in realtà, che lo portavo su e giù dalle scale in braccio).

Come lo poggiai per terra non stette più in piedi.

Lo avvolsi in una coperta, lo misi sul letto grande e mi sdraiai accanto a lui, tenendogli la zampina nella mia mano.

Ovviamente non chiusi occhio tutta notte: non lo feci per tre notti.

Attendevo solo l’apertura dell’ambulatorio per portarlo a visitare e la domanda era sempre la stessa: “Eutanasia o flebo per sostenerlo?”.

Forse per vigliaccheria mia (ma attenzione: bisogna trovarsi in certe situazioni emotive per poter giudicare!), scelsi sempre il filo di una speranza che non c’era.

Al terzo giorno peggiorò: per tutta la sera e la notte, respirò a forse cento, centocinquanta ritmi, intervallati da piccoli gemiti: non nego che pensai anche a premergli un cuscino sul muso.

Poi deglutì e tutto smise.

Fu l’unico momento in cui non ho pianto: aveva smesso di soffrire e di farmi sentire impotente, poi non ho più smesso e non so se lo farò mai.

Ripresi fra la mia inutile mano la sua zampina che diventava sempre più fredda: volevo accompagnarlo verso la sua destinazione finale, ma la cosa dolorosa era che avrei dovuto tornare indietro, e non volevo farlo; poi, sfinito, mi addormentai per tre ore.

Avevo lottato contro chi sosteneva l’eutanasia, lottato contro chi mi suggeriva di prendere subito un altro cane (come una certa signora che, dopo aver assassinato il figlio, chiese al marito di aiutarla a farne un altro!).

Ora dovevo lottare per portarlo in Toscana, a casa di mia sorella, e seppellirlo dove, dalla finestra della mia camera estiva, avrei potuto vederlo.

Mi ritenevano inadatto a guidare dopo notti insonni e giorni di digiuno.

Ma ancora una volta vinsi io.

I cari amici Giancarlo, Francesca e David avevano provveduto a scavare la fossa: fui io a deporlo: io e nessun altro, così come pure io aiutai a ricoprire la fossa.

Poi mi sdraiai sul divano e mi addormentai fino alla mattina seguente.

Avevo un’idea: appena sveglio, col freddo del primo mattino, presi un certo numero di vecchie piastrelle e ne ricoprii la nuda terra, affinché l’acqua non lo bagnasse: così magro, chissà che freddo…

Ora temevo che mi avrebbero fatto smontare quella lapide “Kitch”, ma ancora una volta trovai comprensione: del resto è sempre così con i bambini scemi e capricciosi.

Prima di ripartire per Milano, più volte tornai davanti alla tomba e piansi, piansi su quello che nessuno poteva capire, su quei diciotto anni di vita insieme, di ricordi, che se ne andavano con lui. Per sempre.

Anche quando avevo avuto due infelici esperienze sentimentali, queste erano passate, ma lui era rimasto, dopo aver osservato in silenzio ed aver sorriso o sofferto con me.

Si può seppellire una parte così importante e numericamente notevole della propria vita?

Ho pregato un Dio che non ascolta, di farci addormentare insieme e non farci più svegliare, ma Lui sa essere misericordioso con alcuni e crudele con altri.

Tornato a casa dal mesto viaggio in Toscana, solo col mio dolore, volevo tenere chiunque fuori dalla mia sofferenza, perché solo io ero in grado di capirla.

Ero, però, anche stanco di soffrire (mi verrebbe da dire… come un cane).

Entrai in quella casa dalla quale mancavo da poco più di un giorno: la prima cosa che provai fu freddo, un freddo tremendo, perché non c’era più il calore di un affetto a scaldarla.

Dapprima spensi tutti i telefoni, cellulari e fissi, per non dover patire ancora lo strazio di raccontare a tutti quanto soffrivo, per non sentirmi dare le solite immancabili ricette che ognuno ha … per gli altri.

Poi feci il giro delle stanze e chiusi tutte le persiane e le porte, perché volevo chiudere al di fuori il dolore.

Invece ve lo avevo chiuso dentro.

Per sempre.

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Sul mobile della mia sala c’è un piccolo poster fatto da me al computer che recita: “Voglio amare ed essere amato prima che sia troppo tardi” scritto, stampato e appeso in uno dei miei tanti momenti di sconforto: non mi ero accorto che per diciotto anni avevo amato ed ero stato amato molto più della maggior parte delle persone.

Ora, ora invece sì è troppo tardi per amare, per essere amato, per qualsiasi cosa.

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Si dice che Dio ci sottoponga, a volte, a delle prove anche molto dure, ma che queste non sono mai più di quanto un uomo possa sopportare: beh, forse stavolta non è stato così e Dio ha voluto provare a farlo.

 

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Pubblicato da su agosto 31, 2012 in Racconti

 

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