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COMPAGNI DI SCUOLA

20 Ago

Compagni di scuola

 

Vi voglio raccontare di quando avevamo sedici anni.

Frequentavo allora un istituto professionale per il turismo: era l’inquietudine giovanile che ci faceva sognare un lavoro che ci consentisse di viaggiare, di percorrere le rotte di Gauguin, del quale ci aveva raccontato la prof. di storia dell’arte, con le isole tropicali, le palme sulla spiaggia, le ragazze con le tette di fuori che ti accoglievano con collane di fiori da metterti al collo.

Eravamo quattro amici inseparabili: Fausto, Gigi, Arrigo ed io. Tutti di estrazione popolare: figli di operai, piccoli negozianti, impiegati senza speranza di carriera.

Pochi soldi in tasca, ma tanti sogni e tanta fantasia.

Fuori da scuola ci attendeva puntualmente il calcetto, non lo sport di moda oggi fra gli yuppies per il quale servono scarpe da 200 euro, ma il vecchio calciobalilla del bar accanto alla scuola, che funzionava a monete da cinquanta lire, con l’immancabile fazzoletto messo dentro le porte per recuperare le palline e prolungare le partite per almeno un’ora; il barista fingeva sempre di non vedere e di non accorgersi del nostro trucco.

Giocavamo a coppie fisse: io e Fausto contro Arrigo e Gigi.

Avevamo un nostro gergo: anzitutto Arrigo, che si ostinava a tenere portiere e difesa nonostante fosse il più scarso di noi, era soprannominato “Harry lo spiazzato”; non solo, ma poiché non cercava di colpire la pallina in modo intelligente, ma tirava solo legnate, dicevamo che “chiodava”. “Harry, smettila di chiodare!” gli urlava Gigi inutilmente.

Oltre che “chiodare”, Harry “frullava”, faceva, cioè, girare vorticosamente le stecche con gli omini, il che, non di rado, lo portava a fare clamorose autoreti.

Frullare, oltre che vietato in tutti i tornei, era anche poco etico e tutti temevamo che un giorno o l’altro Gigi si sarebbe avventato su Arrigo chiodandolo e frullandolo per qualsiasi appiglio gli fosse capitato a tiro, naso o orecchie che fosse.

La nostra dolce vita del sabato sera era la televisione: studio uno, canzonissima, una volta l’anno il festival di Sanremo.

Avevamo allora, come ho detto, sedici, diciassette anni e a quei tempi e a quell’età non ritenevamo molto importanti le ragazze: nessuno di noi ne aveva ancora avuta una, eravamo tutti single e vergini.

Certo ci piaceva l’altro sesso, ci piaceva soprattutto parlarne fra di noi, ma in quanto ad azione… Un giorno a scuola ci proiettarono un film, che per quei tempi era una rarità (non esistevano videoregistratori o DVD, ma rumorosi proiettori da 8 o, se andava bene, 16 mm): ci portarono nell’aula di fronte alla nostra, preparata dai bidelli con proiettore, altoparlanti e telone perlinato, nonché finestre oscurate con cartoni e ci fecero sedere al buio.

Terminato il film, che non ricordo più quale fosse, la ragazza più carina della classe, che aveva assistito alla proiezione accanto a me, mi si avvicinò e mi sussurrò: “Peccato che c’erano i prof, altrimenti ti avrei fatto qualcosa…”.

Rimasi senza parole e imbarazzato da quella rivelazione inaspettata e riuscii solo a bofonchiare un goffo: “Già, peccato!”. Ovviamente dopo un’ora la cosa aveva fatto il giro della classe e di mezza scuola, con commenti sarcastici (o invidiosi) del tipo: “Si, ti faceva la spesa!”.

La cosa fu, comunque, frutto di conversazione per mesi: praticamente io ero diventato per tutti un play boy, l’unico ad avere avuto una quasi esperienza sessuale precoce! Precoce per quei tempi, per lo meno.

Un paio d’anni più tardi, quando Fausto, il più vecchio e maturo di noi, quello che oltre a studiare aiutava gli anziani genitori nella piccola cartoleria, compì diciott’anni e prese la patente, io e lui, i più trasgressivi, cominciammo a uscire il sabato sera, a volte anche fino alle undici, undici e mezza, con la ottoecinquanta di suo padre.

Si andava soprattutto allo sferisterio dove giocavano la pelota basca: duecento lire d’ingresso, altrettante per il caffè, ma poi, grazie alle puntate che facevamo sugli incontri, se eravamo in serata magica e fortunata, uscivamo in pari: una botta di vita totalmente gratuita!

A volte si andava a fare i “puttan–tours”, vale a dire che giravamo in macchina per i viali frequentati dalle prostitute, poi rallentavamo, le guardavamo bene, commentavamo e ridevamo, a volte con battute pesanti del tipo: “Ma quella non era tua nonna?”, “No, guarda che era tuo zio travestito” e giù a ridere della nostra ingenua stupidità e consci di aver fatto qualcosa di trasgressivo e che di notte avremmo sognato avventure erotiche da raccontare come vere agli amici l’indomani.

Ma gli anni passano e con essi l’ingenuità e, quindi, pian piano prendemmo coscienza di ciò che succedeva nella nostra società, che c’era un vento nuovo che cominciava a spirare da ovest: giocavamo un po’ di meno e parlavamo di più, commentavamo, litigavamo e alla fine decidemmo di partecipare, di impegnarci per un’idea che ritenevamo giusta.

Noi, piccolo borghesi squattrinati ci accorgemmo che c’era comunque chi stava peggio di noi e che per questi era giusto e doveroso lottare.

Cominciarono così le manifestazioni, gli scioperi, e noi quattro sempre in prima fila perché sentivamo di essere speciali, che la nostra amicizia faceva di noi una sola persona, così grande e forte da essere in grado di cambiare le cose.

Non so quale santo ci assistette, ma non fummo mai né arrestati, né picchiati dalla polizia o dai gruppi opposti: al massimo fummo costretti a respirare i lacrimogeni, ma per quelli bastava un fazzoletto imbevuto di limone, e a qualche fuga precipitosa dentro a negozi compiacenti che poi abbassavano la serranda alle nostre spalle, proteggendoci così dai “mastini” di un potere troppo conservatore che tentava di sopravvivere alla storia.

Si avvicinò così anche il momento del diploma: presto avremmo lasciato la scuola, ma giurammo che il nostro sodalizio sarebbe sopravvissuto e con esso il nostro impegno, sempre più cosciente.

Non fu così.

Arrigo fu assunto quasi subito come commesso in banca: quindici mensilità per alzare e abbassare le saracinesche elettriche, portare documenti da un ufficio all’altro e il solo obbligo di indossare giacca, camicia e cravatta e, naturalmente, dimenticare le lotte sociali.

E così lo perdemmo.

Gigi, invece, s’impiegò, tramite il fratello che già vi lavorava, in un’agenzia viaggi: non arrivò alle isole tropicali, ma fece qualche crociera nel mediterraneo dattilografando menù e organizzando giochi di ponte per gente lontana anni luce dalle nostre realtà sociali e dall’impegno che avevamo giurato a noi stessi.

E anche lui si perse; ora però dirige un’importante agenzia viaggi, ha un nugolo di figli e ha sepolto i suoi slanci giovanili e la sua coscienza civile sotto un’evidente pancetta da tranquillo impiegato e sotto un’incipiente calvizie.

Fausto ed io resistemmo un po’ di più: lui s’iscrisse all’università e fu quasi costretto a continuare a vivere l’inquietudine dei movimenti studenteschi.

Poi, però, con la laurea arrivarono una moglie, tre figlie femmine, un paio di nomine a direttore di banca, con l’emozione, non proprio gradita o cercata, di vedersi puntare una pistola alla testa e un coltello alla gola durante due tentativi di rapina e di conseguenza l’obbligo sociale e di padre – marito, di scordare ogni desiderio di rivoluzione ed evitare ogni rischio, tanto da lasciare le banche per dedicarsi a un meno pericoloso lavoro di consulente finanziario.

Si perse più tardi degli altri, ma anche lui rientrò fra le file di chi accetta tutto, di chi antepone la propria tranquillità alla disperazione degli altri.

Rimasi solo, solo con la mia inquietudine, solo a cercare la mia strada e a tentare di mantenere un giuramento fatto a me stesso, anche se chi aveva giurato con me aveva scambiato quel giuramento per un gioco da ragazzini incoscienti e scapestrati.

Lavorai un po’ ovunque, poi m’iscrissi anch’io all’università, ma non vendetti mai i miei ideali a nessun prezzo. Ero rimasto l’adolescente impulsivo di un tempo, nonostante i primi capelli bianchi, e forse per questo non mi feci mai una famiglia.

Frequentai per un po’ dei gruppi di ragazzi con idee rivoluzionarie come le mie, anche se questi erano decisamente più giovani di me.

Ma loro volevano appartenere a un movimento, seguendone ad occhi chiusi le regole: combattevano le divise indossandone una anch’essi.

Quanto a me, invece, volevo essere io stesso un movimento, agire come mi dettava la coscienza, perciò m’isolai sempre più.

Cercavo ogni tanto di spiegare le mie idee, di convincere qualcuno, ma erano parole a vuoto; volevo  raccontare la storia di quattro ragazzi che sentivano la missione di cambiare la società, abbatterla per ricostruirne una più giusta, ma nessuno capiva, pochi ricordavano, molti erano troppo egoisti e individualisti per accettare e soprattutto per agire.

Così ora sono qui perché so quello che devo fare e lo devo fare da solo, come sempre.

Ho paura, sto piangendo nel ricordare quei tempi, la mia adolescenza, le amicizie di allora e la nascita della nostra coscienza: ho paura di quello che mi accadrà, ma so che al momento buono non tremerò comunque.

Sono qui, accucciato e nascosto su questo terrazzo col fucile di precisione stretto spasmodicamente nelle mie mani e aspetto, aspetto, aspetto…

 

 

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Pubblicato da su agosto 20, 2012 in Racconti

 

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