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I VECCHI PESCATORI

15 Ago

I VECCHI PESCATORI

C’era una volta, e c’è ancora anche se è profondamente cambiato, un paese della riviera ligure di levante, forse l’unico con una vera spiaggia bella, lunga, profonda, anche se la sua sabbia non è proprio dorata, visto che si è formata nel corso delle ere dalle vicine cave di nera ardesia.

62385392Pur avendo tale spiaggia, i costi di affitti e pensioni, a quel tempo (si parla del decennio a cavallo fra anni settanta ed ottanta) erano ancora accessibili, soprattutto rispetto alle vicine, ma più modaiole, Santa Margherita, Portofino, Rapallo.

Qui la gente viveva di turismo, ma anche del lavoro nella grande fabbrica di tubi, poi andata in malora come troppe in Italia e del cantiere navale lì vicino che non ebbe miglior fortuna.

Al termine della grande spiaggia, la principale, sì, perché ce n’era un’altra più piccola divisa da un istmo di terra, al termine di questa, si diceva, iniziava la strada che portava al porto.

Oddio, forse porto è un termine esagerato, meglio definirlo semplicemente molo, un molo fatto un po’ come i ponti di una nave, a più livelli e su quello più alto c’era un ristorante, di recente distrutto da una mareggiata.

Prima di arrivare al molo principale c’erano due pontili in cemento: dal primo partivano i vaporetti per le gite a Portofino oppure alle Cinque Terre, mentre dal secondo si muovevano i pescherecci che si dedicavano alla pesca delle acciughe e sardine, per lo più.

Ma prima di vari divieti, di leggi strane che sembrano fatte solo per andare contro i cittadini e anche questo non è una novità nel nostro paese, sia i due moletti che il grande molo erano invasi, almeno nella stagione estiva, da pescatori dilettanti, quelli con la canna, tanto per intenderci.

Fra gli scogli che conducevano da uno all’altro dei pontili, sotto la strada carrozzabile, c’era poi sempre una frotta di ragazzini con retini, polpiere (che lì si chiamano polpeggi), fiocine e quant’altro, intenti ad immaginari e, nella loro mente bambina, grandiosi safari che si concludevano con qualche polpo, più frequentemente con alcuni poveri granchi o, nei più ingegnosi, con un secchiello di gamberetti.

Ma torniamo ai pescatori dei piani superiori, se così si può dire: c’erano tre tipologie di questi, infatti c’erano gli immancabili bimbetti sempre pronti a fare grovigli incredibili conditi da urla e maledizioni all’indirizzo degli amichetti e terrore dei pescatori più esperti che infastidivano con continue richieste: “Signore, mi disfa il nodo?”oppure “Mi lega l’amo?” o ancora “Mi slama il pesce, che io ho paura?”.

Poi c’erano i pescatori esperti, anche se il luogo non è mai stato fra i più pescosi: le prede più ambite erano i cefali, che in Liguria sono detti muggini o, in dialetto, müsai; si poteva prendere qualche occhiata di dimensioni modeste, qualche sarago discreto e, di sera o di notte, mormore, ma solo pescando a fondo dalla spiaggia o ancora gronghi dal porto.

E poi, infine, c’era un’altra categoria: c’erano i vecchi, i vecchi pescatori e non quelli locali, che evitavano accuratamente di andare sul molo nella stagione estiva, quando c’era tutta quella massa di incompetenti e pasticcioni.

Ma dopo parleremo anche di loro, comunque.

No, i vecchi pescatori dei pontili o del molo erano villeggianti, troppo anziani per fare vita di spiaggia, troppo presbiti per passare le giornate a leggere, uomini entrati nell’ultima parte della loro vita che tentavano di fare ciò che facciamo un po’ tutti, chi con più entusiasmo, chi meno, vale a dire cercare di tirare sera senza pensare troppo a problemi, malanni e dolori accumulati in tanti decenni di vita;era gente che veniva un po’ da tutto il centro – nord: milanesi, torinesi, emiliani, soprattutto.

Il primo dei vecchi di cui qui si narra, del quale non ricordo più il nome, si metteva sempre sul primo moletto con la sua canna fissa rigorosamente in bambù e ad innesti; lui arrivava a metà giugno e si fermava fino alla prima settimana di luglio, quando la stagione non è ancora altissima e i prezzi delle pensioni o degli appartamenti sono un poco più abbordabili per un pensionato.

Lui pescava quasi solo boghe, pesci spinosi e poco appetibili, ma che alcuni gradiscono fritti e poi marinati; era sempre allegro, ridente, cordiale con tutti, fiero delle sue prede, pesci da poche decine di grammi l’uno, ma catturati in quantità.

Poi, quando passava la stagione migliore per queste, anche lui se ne andava; faceva l’ultimo giro sul porto a salutare gli amici, anche se erano solamente semplici compagni di pesca ed ogni anno diceva sempre la stessa frase a chi gli chiedeva “Allora, ci vediamo il prossimo anno?”, lui immancabilmente rispondeva: “Se non scade la cambiale…”.

È brutto vivere ogni stagione come se fosse l’ultima; ed un anno non lo si vide arrivare, pescare sul suo pontile e neppure il successivo e gli altri ancora: la sua cambiale era, alla fine, scaduta.

Il vecchio Giacomo era di Torino; sembrava sempre che si fosse appena alzato dal letto, coi capelli arruffati, l’aria imbronciata e lo sguardo torvo, come se riprovasse tutto ciò che vedeva.

Lui non aveva preferenze: pescava tutto ciò che abboccava usando un impasto di pane bagnato e strizzato e formaggio grana, esca che i locali  chiamano “pastetta”; le sue catture erano fra le più piccole che si potessero immaginare, ma il fatto grave è che fra queste c’erano minuscole spigole e cefali che è un peccato pescare di quelle dimensioni, visto che son pesci che possono diventare molto grandi, ma guai a dirglielo: si arrabbiava, litigava, poi disfaceva la canna e se ne andava a casa; in effetti non era molto simpatico a nessuno, non aveva amici con cui ridere, scherzare, intrattenersi.

Ma anche per lui venne la fine; “Non vedo più Giacomo” diceva qualcuno a uno informato, forse perché abitava vicino a lui a Torino e quello rispondeva freddamente: “Te l’ho già detto, Giacomo è morto”.

C’era poi quello che, in segreto, veniva chiamato “uomo poltrona”, un emiliano grasso e caciarone che girava sempre con una sedia pieghevole, di quelle a strisce di plastica, appesa al braccio ed ogni volta che incontrava qualcuno che conosceva montava la sua poltrona e si sedeva a chiacchierare.

Aveva, è vero, anche un attrezzo per i polpi, ma raramente lo usava, perché mal si conciliava col suo starsene seduto comodo su quella che, oramai, era più una protuberanza del suo corpo che non una sedia da spiaggia.

Un altro ancora era il classico pescatore ballista che sosteneva che una murena gli aveva spaccato la canna; murene? E chi le aveva mai viste in quel paese? E nessuno l’aveva mai visto pescare: ah, già, non poteva, gli era stata rotta la canna dal mostro…

Si diceva, invece, dei vecchi del luogo; ce n’erano due che si potevano vedere alla mattina presto (i vecchi soffrono d’insonnia) in barca, un gozzo ligure per ognuno, a una trentina di metri da riva, all’inizio del paese, a pescare cefali a bolentino; loro avevano le proprie postazioni fisse dove ancorarsi ed erano anche bravi, i migliori in quel tipo di pesca, solo che da sempre si detestavano reciprocamente.

Uno era un ex ferroviere, con una certa, anche se modesta cultura, toscano d’origine e sanguigno come questi; l’altro, ex operaio e pescatore professionista, era privo di una qualsiasi cultura e a fatica riusciva a parlare in italiano; il fatto di pescare vicini, poi, li metteva in competizione anche oltre il proprio ceto sociale.

 

 

 

 

 

 

Un giorno parlando del primo, l’ex ferroviere, l’altro esclamò: Quel vecchio (!) lì non mi convince mica, ha qualche cosa per la testa; domenica scorsa, l’ho visto io, si è messo su addirittura l’orologio!”.

Ora tutti questi personaggi sono morti, perché il tempo è passato e i bambini di allora sono uomini con altri interessi che non i granchi da fiocinare e gli adulti sono vecchi, perché così è il ciclo della vita, ma quei vecchi con ognuno una sua peculiarità rimarranno sempre nella memoria.

Ora, forse, ce ne sono altri, ma chi scrive non ha più rivisto quel posto che aveva tanto amato, perché il tempo passa e tante cose succedono e allora rimangono solo i ricordi e gli aneddoti da tramandare, senza pensare che un giorno, probabilmente, si diventerà a propria volta oggetto di uno di essi.

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Pubblicato da su agosto 15, 2012 in racconti pesca

 

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