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COSA SEI VENUTO A FARE?

08 Ago

CHE COSA SEI VENUTO A FARE?

 

Che cosa sei venuto a fare?” gli chiese per la prima volta la casa, e lui iniziò a piangere.

In realtà l’interrogazione non gli era stata fatta con astio, bensì il tono esprimeva tutti i dubbi che Sandro stesso aveva e quella domanda, in realtà, era lui a rivolgerle a se stesso.

Però la casa gli parlava, era l’unica a farlo, perché loro due avevano dei ricordi in comune.

Ricordi di persone, di situazioni, di tempi passati, certamente migliori e più felici anche se ce ne si rende conto troppo tardi.

Allora Sandro non se ne accorgeva, invece ora avrebbe dato tutto per riavere quei momenti, per rivedere quelle persone.

Era stato un anno difficile, molto difficile per lui: problemi sul lavoro, problemi personali, anche problemi di salute e tutto era collegato, ogni cosa dipendeva dall’altra.

Tutto iniziava dalla fine, da qualcuno che non c’era più: da quel momento era stato male, aveva perso interesse al suo lavoro che, quindi, era diventato un peso e se il lavoro è un peso, ci stai male, ritornano i ricordi, si risvegliano i problemi.

Ora il suo contratto di lavoro, come ogni anno, era finito e lui era ufficialmente in ferie a tempo indeterminato e, come d’abitudine, aveva staccato la spina e i contatti con la città (quelli con le persone li aveva staccati da mesi, oramai o forse erano gli altri ad averli staccati con lui).

Il viaggio era stato interminabile, noioso, e durante esso non poteva fare a meno di pensare e pensare per lui voleva dire ricordare e ricominciare a piangere, come aveva fatto per mesi, notte e giorno, senza mangiare, senza dormire.

Cercava di resistere, perché guidare con gli occhi velati di lacrime non è proprio l’ideale: non che gli importasse granché, a questo punto, della sua vita, ma lì c’era di mezzo la vita di altre persone, sconosciuti che andavano a lavorare, che tornavano a casa, che come lui, forse, andavano in ferie.

Ma sicuramente con altro spirito.

Che cosa sei venuto a fare?”, gli ripeté una seconda volta la casa, con quel tono neutro, quasi fosse un’eco che rifletteva i suoi pensieri e lo faceva con voce atona e stolida.

Perché non sapevo dove altro andare”, cercò di giustificarsi Sandro.

Era assurdo doversi giustificare davanti ad una casa, eppure l’aveva già fatto, solo pochi giorni prima.

“Che cosa ci fai ancora qui? – gli aveva chiesto l’altra casa, quella sua, quella vera – sei in ferie, non hai legami, esci, vattene, vai altrove, lascia a me i ricordi, lascia qui il dolore”.

E così aveva fatto, ma ora era l’altra casa a porgli dei dubbi.

Né da una parte, né dall’altra stava bene: oramai non sarebbe stato bene in nessun luogo, mai più.

Stava male, forse aveva bisogno di un aiuto che non voleva.

Quello che avrebbe voluto, invece, in quel momento, era dar retta alla voce, che solo lui sentiva, della vecchia casa: mollare tutto, senza neppure rifare i bagagli e tornare indietro, ma per ritrovare cosa? Nulla, solo e sempre i suoi problemi, solo i rimbrotti dell’altra casa.

Tutti ce l’avevano con lui, forse cercavano solo di scuoterlo, ma lui non voleva essere scosso, voleva solo essere lasciato in pace, col suo dolore, coi suoi problemi, che di suo erano tutto ciò che gli era rimasto.

Guardò dalla finestra, pensò ai giorni seguenti, quando avrebbe dovuto riprendere a fare sport, ad andare al mare, senza voglia, solo per abitudine.

Negli anni precedenti aveva tenuto un diario delle sue attività estive: tot volte al mare, tot altre a correre e poi le cene in compagnia, eccetera, eccetera: poteva saper in quale giorno sarebbe andato in spiaggia, quante volte l’avrebbe fatto, solo che ora non aveva voglia di fare nulla: solo sdraiarsi sul letto, chiudere gli occhi e sperare di non riaprirli più.

Già, anche quella era una soluzione, ma era fin troppo facile: qualcosa gli diceva che doveva continuare, continuare a soffrire, a portare avanti una vita che non aveva più  nulla da dirgli.

Si era fatto buio, la casa non gli aveva più parlato: si affacciò alla finestra, vide il lago, vide le luci del mare e poi non riuscì più a vedere altro.

La mattina seguente si svegliò dopo una notte dove si erano alternati veglie e incubi; il mattino gli parve pallido, ma lo rimandò allo stesso mattino di un anno prima e così cominciò la giornata con le lacrime, invece che con il caffè.

In silenzio andò in bagno, poi tornò a letto, chiuse gli occhi e sentì un dolore fortissimo, solo che per quello non aveva medicine.

La casa tentò di parlare, ma era troppo lontano con la mente per ascoltarla: “Che cosa, cosa, cosa…”.

Poi tacque, fu il silenzio interrotto solo dal chiasso furibondo delle cicale.

Poi, miracolosamente, si addormentò.

Per alcuni giorni proseguì così, chiudendosi nel silenzio perché non voleva coinvolgere nessuno: almeno i problemi e il dolore erano solo suoi, erano tutto ciò che gli restava.

Poi, come sempre succede, come era già successo, le lacrime finirono.

Sandro se ne stupì, ebbe quasi paura: lui quel dolore lo voleva, perché metterlo a tacere e poi ricascarci sarebbe stato troppo per lui.

 

Riprese l’agenda dell’anno prima, riprese le corse, la spiaggia, mentendo a se stesso, mentendo a tutti gli altri, tutti quelli che non conoscevano il dolore, non il suo, per lo meno.

Per alcuni giorni anche la casa tacque, poi gli riformulò la domanda: “Che cosa sei venuto a fare?”.

E questa volta lui le rispose : “A cercare di reimparare a vivere”.

 

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1 Commento

Pubblicato da su agosto 8, 2012 in Racconti

 

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Una risposta a “COSA SEI VENUTO A FARE?

  1. lordbad

    agosto 9, 2012 at 2:24 pm

    bello questo dialogo di lui con la nuova casa e poi con la vecchia…
    il legame con il passato e alla fine la risposta fulminante ” a cerca di reimparare a vivere” perché evidentemente il passato fa parte di noi, dobbiamo accettarlo e non negarlo

    Comunque complimenti è ben scritto! 🙂

    A proposito di racconti e di estate ne ho scritto uno sul nostro blog Vongole & Merluzzi

    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2012/08/09/il-tuffo-del-granchio/

    Un saluto dai Pirati 😉

     

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