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AS TIME GOES BY…

02 Ago

AS TIME GOES BY…

Quando Luca era piccolo, tanti e tanti anni fa, gli avevano regalato un album per la raccolta delle figurine, che allora si incollavano con la coccoina in barattolo, ma non erano quelle solite dei calciatori, bensì, questa volta, si trattava di un album di fotografie di attori e attrici, soprattutto americani.

Luca, dunque, era piccino, aveva appena imparato a leggere e non era ancora in grado di pronunciare quei nomi stranieri così difficili; alcuni di quei visi li aveva visti, a volte, al cinema, quando il sabato pomeriggio il suo papà ce lo portava: allora c’erano sale che proiettavano due film al prezzo di uno, vale a dire poche lire.

Ed era sempre il padre che ogni giorno, al ritorno dal lavoro, gli portava una bustina di figurine per il suo album nuovo.“Papà, papà, ciao: cosa mi hai portato?” domandava Luca a sera, correndo incontro al padre e abbracciandolo, saltandogli al collo ed allacciandogli le ginocchia ossute intorno ai fianchi.

Suo padre rideva: “Sei stato buono oggi, per meritarti un regalino?”;  “Sì, sì – gridava il bambino eccitato – chiedilo alla mamma, se vuoi” e la madre confermava, magari scuotendo un po’ la testa prima, come per valutare la cosa ed allora il padre tirava fuori dalla tasca del cappotto, o dell’impermeabile, se si era nelle mezze stagioni, la preziosa bustina, a volte anche due..Luca l’apriva e, senza neppure guardare l’album esaminava le piccole fotografie: “Manca, manca, celo (con un po’ di delusione), manca, manca, celo”, ma comunque anche le ”celo” che era la crasi di “ce l’ho” andavano bene da scambiare con gli amichetti, con i compagni di scuola o dell’oratorio, bastava non farsi vedere dal Don: certe attrici erano considerate peccatrici pubbliche e messe all’indice.

Ecco, al momento dello scambio lui, che pur non conosceva i nomi, quando gli capitava Rita Hayworth o Greta Garbo, o una delle altre bellone, magari maggiorate, in voga in quell’epoca, esclamava orgoglioso: “Questa assomiglia alla mia mamma!”  al che i compagni più educati sorridevano sotto i… baffi, mentre i meno gentili si scompisciavano dalle risate, commentando con un “Seeee, domani…”.

Luca ci rimaneva male, perché la mamma è sempre la persona più bella, perché un bambino la vede con gli occhi del cuore e ne vede sempre la bellezza interiore, ne capta i sacrifici, fatti con amore dalla madre che sa benissimo che l’infanzia è un soffio e un piccolo vizio a un bambino non è un delitto, ma solo un compenso per i dolori che la vita gli procurerà.

Già, bisognerebbe pensarci bene prima di consegnare delle creature al mondo, ma la procreazione è, in fondo, un atto di egoismo, il cercare di perpetrare se stessi, le proprie idee, oltre la vita ed oltre la morte.

Un anno a Natale mamma e papà di Luca (ma più la mamma) gli avevano regalato un peluche, un orso bianco con tanto di rotelle, grande quanto un barboncino che lui desiderava tanto: era costato una fortuna, quasi uno stipendio del padre, ma Luca lo meritava, perché era quello il momento di giocare e di godere l’incoscienza.

L’orso bianco girò per casa per una ventina d’anni, resistendo impavido ad acari e tarme, perdendo solo, misteriosamente, le ruote.

Per tutta la durata della scuola elementare la mamma era per Luca una sicurezza: non possedevano un’automobile, non avevano troppe esigenze, quindi la donna rimaneva a casa, non aveva un lavoro se non tenere questa pulita: teneva in ordine il guardaroba di marito e figli e gli consentiva, al pomeriggio, di invitare a casa i compagni di scuola a fare i compiti, a giocare, sotto la sua discreta supervisione, senza che gli scatenati fanciulli dessero fuoco alla casa.

Quando Luca avrebbe apprezzato tutto questo? Molto, troppo tardi.

Quando si è bambini ci pare che tutto ci sia dovuto, non si capisce, si vive in un limbo di spensieratezza, di egoismo, d’ingratitudine.

Vennero gli anni delle scuole medie e poi delle superiori e questa è l’età in cui ci si stacca definitivamente, o forse definitivamente no, ma almeno per il momento, dalle gonne materne, ci si vergogna, quasi, di quell’amore che, scoperti i misteri del sesso e dei rapporti fra uomini e donne, sembra essere una cosa vergognosa.

Solo pochi mesi prima dell’ingresso del ragazzino nella nuova scuola, avrebbe fatto carte false per dormire, almeno una notte ogni tanto, nel lettone con mamma e non capiva perché il padre, costretto a scambiarsi di posto e di camera con lui, fosse così infastidito.

Poi capì, capì tutto, provò vergogna per quello che padre e madre, personaggi mitizzati e come tali, si presuppone, privi delle debolezze e delle necessità umane, immaginava facessero nella discrezione del buio e della loro camera.

Oltre ad aver smesso di chiedere di dormire nel lettone, non volle più, ora che il suo corpo era cambiato, che la donna gli facesse il bagno, lo insaponasse, lo vedesse come  l’uomo in cui stava mutando e non come un bambino.

Si chiudeva a chiave in bagno per lavarsi e tappava con l’asciugamano il buco della serratura, timoroso che qualcuno in casa spiasse la sua nuova natura.

Ora il suo album delle figurine, oramai completato, giaceva in fondo alla cesta dei giochi riposta in cantina, la madre non gli sembrava più così uguale alle dive: come aveva potuto commettere quell’errore? Lo vedeva ora che i fianchi della donna erano un po’ più grossi, la vita più rilassata, i capelli, un tempo castani come i suoi, ogni giorno un po’ più spenti da spruzzate di bianco, a volte anche in disordine, soprattutto la mattina quando si alzava, beveva il caffé e poi, in vestaglia, spazzava, spolverava, ordinava…

Anche i suoi “Dove vai? Quando torni? Hai preso tutto?” lo infastidivano ed era sicuro che le madri dei suoi amici non erano così apprensive e indagatorie.

Tornare a casa da scuola, dal liceo, dall’università e trovare la casa pulita, il letto rifatto, il cibo pronto e caldo in tavola gli pareva cosa dovuta, niente di straordinario, ma il giusto tributo per averlo messo al mondo facendo quelle cose schifose e segrete la notte, nella loro camera.

L’orso bianco, oramai privo delle rotelle, era finito dapprima in cantina e poi, misteriosamente, era sparito in maniera definitiva dalla casa e dai ricordi.

Poi Luca e mamma rimasero soli: succede spesso, quasi sempre, che in una coppia l’uomo sia il primo ad andarsene, quasi che vada a vedere se nell’al di là è tutto a posto e che non ci siano pericoli, come si fa quando si entra con la compagna in un locale pubblico.

Ora la sua diva di un tempo era un peso, una responsabilità, addirittura una palla al piede.

La donna accusava dolori, tipico per l’età, ma per Luca erano uno stratagemma per legarlo a lei, non lasciarlo andare e poi, in casa, faceva sempre di meno ed erano costretti a ricorrere ad una donna ad ore che doveva pagare lui col suo stipendio non certo esaltante.

La pensione della madre e la reversibilità del padre se ne andavano tutte in spese condominiali, bollette, canoni e medicine per le malattie, secondo lui inesistenti, della donna.

Luca, ed anche questo è normale, poi s’innamorò, lo fece due volte.

La prima fu Lisa, mora, moderna, frequentatrice di palestre, di aqua-gym, fanatica di aerobica, così diversa, coi suoi fianchi stretti e le sue forme sode, dalla madre che si era oramai lasciata andare fisicamente.

Mamma avrebbe voluto dirgli alcune cose che aveva notato della ragazza e che non le andavano a genio, ma tacque, per il quieto vivere, perché il suo Luca aveva il diritto di fare le sue scelte e poi non voleva sentire le sue urla.

Finì male, come previsto, ma neppure allora la madre disse nulla.

Poi ci fu Angela, bionda donna in carriera, ambiziosa e arrivista, piena di idee; si fece mettere su casa, una casa che avrebbe dovuto essere la loro (così almeno si sarebbe disfatto dell’ingombrante presenza della madre), gli prosciugò ogni risorsa economica, ogni sentimento e poi se ne andò lasciandolo solo, senza soldi e con una ferita non facilmente rimarginabile.

Allora Luca tornò da lei, e ringraziò Dio di non averla rinchiusa, come avrebbe voluto Angela, in un ricovero, ringraziò di averla ancora, di poterla vedere, parlarle, avere una presenza in casa quando la sera ritornava dal lavoro.

Ringraziò e fu grato alla sua diva per i pasti caldi e buoni che gli faceva trovare, per il letto rifatto e pulito che, nonostante la fatica sempre maggiore, gli faceva trovare.

Di amare un’altra volta neanche più a parlarne: due dolori erano stati più che sufficienti.

A volte sentiva impellente, quasi bruciante, il desiderio del sesso, di un corpo da stringere, da carezzare, ma basta pensare ad altro e poi anche quel desiderio passa.

La madre oramai aveva i capelli completamente bianchi, con riflessi azzurrati dati dal suo abile parrucchiere di sempre, eppure, anche così, bianca, con le rughe, i fianchi un po’ larghi, Luca avrebbe voluto mostrarla agli amici e dire: “Vedete, è come le attrici dell’album…”.Ma quale album? Quali amici?

No, non c’era bisogno di vantarla ad alcuno, gli bastava quel suo amore silenzioso e discreto.

La donna invecchiava a vista d’occhio, pareva che per ogni anno del figlio ne passassero tre, come minimo, per lei.

Però anche Luca ora aveva bisogno degli occhiali ed aveva delle spruzzate di neve nelle tempie, nella barba, sul petto.

Quando capì che la povera donna non ce la faceva più, si prese lui l’incarico della spesa, delle pulizie, dei piatti da lavare.

Vedeva il suo disagio, quello della sua impotenza.

La vedeva spegnersi e quando si spense completamente lui fu veramente solo.

Quello era il vero dolore, pianse più che per Lisa e per Angela, lo faceva ogni sera, ogni notte, in silenzio e da solo in una casa troppo grande.

Un giorno, una domenica mattina, quando non si sa mai cosa fare per tirare mezzogiorno e poi sera, scese in cantina, ritrovò la sua cesta dei giochi, il suo album con le figurine degli attori, tanti ricordi; li abbracciò e pianse di nuovo.

Non trovò più l’orso bianco, quello che era costato un mese di stipendio e, forse, molto di più; ebbe un’improvvisa e incontrollabile voglia di andare al cimitero, anche se era lontano.

* * *

Quando vi giunse si sedette sulla lastra di marmo che copriva l’ultimo talamo di entrambi i genitori e incominciò a parlare, a raccontare, a ricordare.

Per la gente che passava, che lo vedeva, era solo un vecchio un po’ matto, di quelli che parlano da soli o che credono di parlare coi loro morti e poi quello, fra l’altro, stringeva fra le mani un vecchio album di figurine…

Perché i vecchi vivono nel e del passato? Mah, forse perché sanno di non avere un futuro.

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1 Commento

Pubblicato da su agosto 2, 2012 in Racconti

 

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Una risposta a “AS TIME GOES BY…

  1. This Web page

    febbraio 18, 2013 at 9:59 pm

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