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L’UOMO NEL LETTO

27 Lug

L’UOMO NEL LETTO

 

La casa era grande, forse troppo, certamente inconsueta in un paese così piccolo.

Era una casa vecchia, fresca anche d’estate, a volte gelida d’inverno, un inverno che sull’Appennino, spesso, può essere spietato.

Tutto era immerso in una penombra discreta e pietosa; in fondo al lungo corridoio c’era una stanza con un grande letto e nel letto un uomo, o almeno ciò che ne restava, perché l’uomo stava morendo: anzi, sarebbe meglio dire che si stava disfacendo.

Accanto al letto, in una vecchia poltrona dalla tappezzeria un po’ sdrucita, la moglie s’era appisolata: era stata un’altra di quelle notti difficili, fatte di lamenti che degeneravano in urla di dolore, di lacrime silenziose, di richiesta di un pietoso aiuto per porre a termine tanta sofferenza.

La donna, così assopita, dimostrava ben più dei suoi quarant’anni: le guance scavate da troppe notti insonni, da tanti pasti saltati, il viso e lo sguardo devastati dal dolore.

In un’altra parte della casa qualcuno pregava sommessamente fin da quando si era sparsa velocemente la voce, come spesso succede nei piccoli paesi, che oramai il momento era vicino.

A quell’uomo tutti avevano voluto e volevano bene, e non perché ora fosse malato, ma perché tanto amore se lo era meritato quando era sano: era così ingiusto che proprio lui dovesse soffrire in quel modo ed andarsene così presto!

Tutto era cominciato non più di un anno e mezzo prima con qualche piccolo disturbo sottovalutato, un po’ di perdita di peso, poi, quando i sintomi avevano cominciato a peggiorare, le analisi avevano dato la risposta impietosa: “È troppo tardi”.

Da allora per l’uomo, la moglie, i suoi due figli ancora adolescenti, era iniziato l’inferno, l’inferno della consapevolezza che tutto ciò che si fa è inutile e non porterà a nulla se non a ritardare solo di un poco l’inevitabile epilogo.

Quando il più piccolo dei due figli scendeva, per andare a scuola, dalla stradina sul retro della casa, spesso trovava per terra un’arancia, un limone, un frutto caduto: il suo gioco era sempre quello di spingerlo col piede fino a che, presa la discesa e vinto, per la pendenza, l’attrito, questo cominciava a rotolare da solo, acquistando sempre più velocità, fino ad arrivare in mezzo alla strada principale, dove un’automobile lo avrebbe presto schiacciato.

Nella malattia di suo padre era successa più o meno la stessa cosa: questa era “rotolata”, dapprima piano, poi sempre più velocemente, ed ora era quasi giunta alla strada principale, in attesa solo delle pietose ruote che avrebbero posto fine a quel macabro gioco.

Negli ultimi mesi le urla di dolore, di quel dolore causato dalla bestia che ti divora da dentro, erano più volte riecheggiate per tutto il paese: qualcuno, udendole, aveva pregato, qualche risata, qualche discorso, erano stati troncati a metà, perché tutti sapevano e capivano, perché molti temevano, egoisticamente, che la stessa cosa potesse, prima o poi, capitare a loro.

Ora, però, i medici erano stati chiari: era questione di giorni, forse di ore e poi, per tutti, sarebbe stato un altro tipo di dolore, quello del vuoto, quello di entrare nella stanza in fondo al corridoio e vedere il letto rifatto con cura senza più nessuno dentro.

D’improvviso una nube nera, sottile e pure spessa come un mantello da pastore, si stese a coprire il paese: molte luci dovettero accendersi in pieno giorno.

Iniziò a fischiare un vento freddo, prima piano, poi sempre più forte, e il suo sibilo diventò un urlo.

Si mise a piovere con scrosci sferzanti.

L’uomo nel letto urlò, la moglie si svegliò di soprassalto, gli carezzò la fronte magra e grigiastra e gli tamponò le labbra secche con una pezzuola bagnata: altro non sapeva e non poteva più fare.

L’uomo urlò ancora, cercò di dire che lo aiutassero a finire quello strazio, ma non riuscì ad emettere se non un altro grido di dolore.

Dall’altra parte del corridoio le preghiere delle vecchie, già vestite in gramaglie, aumentarono di volume, quasi per non essere costretti ad udire più quelle urla.

La pioggia batteva, il cielo si fece più nero, il vento urlava ad ogni grido dell’uomo nel letto in fondo al corridoio, quasi a volerlo schernire: “Aah“, faceva uno “Uuh”, rispondeva l’altro.

Da tempo la vita aveva avuto perlomeno un po’ di pietà e l’uomo aveva perduto il senso della realtà, ma in queste ultime ore, essa era ritornata prepotente, lui era adesso nuovamente lucido, quasi a prepararsi coscientemente al viaggio senza ritorno che stava per compiere verso una destinazione tanto ignota, quanto definitiva.

Ansimava, sudava e piangeva, fra un grido e il successivo: la moglie no, non piangeva più, aveva usato tutte le sue lacrime da tempo.

Il vento urlava e il manto nero si stendeva sempre più vasto.

Poi ci fu l’ultimo grido e quindi il silenzio.

Nella casa tutti capirono.

Il vento cessò, la nube nera si ritirò.

La morte aveva avuto il suo tributo.

Ora la coltre scura si stendeva sul paese vicino; il vento cominciò a fischiare e qualcuno urlò: la morte si era spostata più in là.

 

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1 Commento

Pubblicato da su luglio 27, 2012 in Racconti

 

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Una risposta a “L’UOMO NEL LETTO

  1. Monica

    luglio 28, 2012 at 6:36 am

    …intensamente e brutalmente reale…

     

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