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L’ELABORAZIONE DEL DOLORE

07 Lug

L’ELABORAZIONE DEL DOLORE

 

Quanti sogni si fanno quando si è giovani!

E poi, quando si trova la persona giusta, allora i sogni si fanno insieme, per il futuro comune.

Gli antichi dicevano che in origine c’era un solo individuo che poi fu separato con un colpo di spada e da allora ognuno cerca la propria altra metà.

E Luca era certo d’averla trovata e anche Sabrina, quando lo conobbe, fu certa che era quella la metà giusta per ricostruire l’individuo originale, quello con otto arti, quattro occhi, ma con un cuore solo, talmente grande da farne, dopo il colpo di spada, altri due.

E Luca e Sabrina cominciarono dunque a fare progetti per il futuro, il loro futuro insieme, ma non sapevano che questo è realtà, non sogni, e non ha quasi mai in serbo nulla di buono.

Si frequentarono, fecero progetti e, in pochi mesi, si sposarono.

Lui aveva il suo lavoro di rappresentanza, ma cercò di organizzarsi in modo da non stare mai via troppo tempo, mai troppo a lungo lontano dalla sua altra metà appena ricostituita.

Lei, invece, aveva una brillante carriera di ricercatrice spalancata davanti, ma si era ripromessa che se fosse venuto un figlio, quella allora sarebbe stata la sua miglior carriera, perché tirar su bene un bambino non ha pari con nessun lavoro al mondo.

Non usavano precauzioni particolari e, così, il figlio venne presto e lei prese un’aspettativa a tempo indeterminato e Luca chiese alla sua ditta ed ottenne un impiego a minor reddito, ma che non lo costringeva più ad allontanarsi da casa, da Sabrina, da quel figlio benedetto che già amavano prima ancora di averlo conosciuto.

Pensavano, ora, anche al suo di futuro, facevano sogni anche per lui, ma il futuro, come detto, non è fatto di sogni: anzi il futuro se ne frega dei sogni.

Comunque dopo il tempo giusto, il bimbo nacque, un maschietto bello e sano che subito fui sommerso di attenzioni e d’amore.

Crebbe, conquistandosi giorno dopo giorno il mondo, quel mondo che a lui pareva immenso e meraviglioso, protetto com’era da tutto quell’amore.

Imparò a camminare, a dire le prime parole, imparò i giochi, scoprì la televisione con quei buffi pupazzi e animali colorati che vi si muovevano dentro, ma che non riusciva mai a prendere.

Quando tutto è perfetto, però, qualcosa deve intervenire, perché la perfezione non è un dono concesso agli uomini.

Shakespeare ha detto: “Non siamo che mosche che gli dei si divertono a schiacciare per il loro diletto”.

Fu verso i tre anni del bimbo che gli dei decisero che dovevano fare qualcosa per impedire tanto amore, tanta perfezione, tanta felicità.

Un giorno, improvvisamente, il piccolo divenne cianotico: un rigurgito, un banale rigurgito; l’ambulanza, la corsa, la sentenza inappellabile, il dolore, per la prima volta, ma così immenso che sarebbe bastato per tutta la vita.

Ora quell’individuo che era stato ricomposto dalle sue parti originali cominciava a sgretolarsi: non c’erano più sorrisi, non c’era più felicità, non c’era più amore; il grande cuore si era irrimediabilmente spezzato.

Il dolore prima o poi si assopisce, ma non se ne va, non se ne andrà mai più: rimane addormentato nel profondo delle persone e le divora dal di dentro come e più di un cancro maligno.

Cominciarono fra Luca e Sabrina le prime discussioni, le prime liti, l’insofferenza, perché ognuno ricordava all’altro quel dolore che covava nel profondo.

E allora Sabrina, per non pensare, perché altrimenti sarebbe morta di dolore, riprese il suo lavoro di brillante ricercatrice, di donna in carriera, anche se come donna, non essendo più madre, si sentiva amputata di una parte preponderante di se stessa.

Avevano anche pensato di fare un altro figlio, ma un figlio non si può sostituire come si fa con un oggetto che si rompe: sarebbe stato infame trovare il modo di sostituirlo con un’altra creatura solo per allontanarne il ricordo: nessuno dei due se la sentiva, era il loro ultimo e definitivo dono a quel bimbo troppo amato per troppo poco tempo.

Come Sabrina aveva ripreso a lavorare, anche Luca ricominciò a viaggiare. Stava via a lungo e quando tornava erano litigi, così, senza un motivo, non fosse che gli occhi di lei e quelli di lui, se li guardavano a lungo, diventavano quelli di quella creatura che non erano stati capaci di aiutare: che razza di genitori erano dunque stati, si chiedevano? Un genitore non dovrebbe mai sopravvivere ai propri figli.

A volte Luca sbatteva la porta, usciva di casa, si chiudeva in macchina, trovava un posto isolato ed urlava, urlava fino a farsi bruciare la gola, fino a sentirsi il cuore accelerare al punto che sembrava volergli fuggire dal petto.

Poi, quando non aveva più forze si lasciava andare al pianto.

Dopo questa fase cominciò, nelle sere peggiori, quando sentiva il suo cancro pulsargli insostenibile lì, da qualche parte nel petto, a uscire e girare di bar in bar, a bere fino a stordirsi, fino ad addormentare sé e il proprio dolore in quei due metri cubi di macchina.

E un giorno partì per un viaggio di lavoro e non tornò più e Sabrina non disse nulla, non pensò nulla, perché sapeva che anche lui non aveva ancora, e forse non lo avrebbe fatto mai, elaborato il proprio dolore: naturale, perché il dolore non si può elaborare e perché i sogni che si fanno quando si è giovani non esistono, sono fatti di polvere e di nulla.

Passarono gli anni e Sabrina ebbe molti successi in campo lavorativo, ma mai più nessun sorriso.

Luca si passava di motel in motel, con la valigia della biancheria e quella del campionario, trascinando queste e la propria vita senza uno scopo, senza saper cosa, chi e perché lo costringeva a farlo: sarebbe stato tanto più semplice farla finita…

Passarono stagioni e anni, molti anni, tanti da lasciargli spruzzate di bianco fra i capelli e un giorno lui ritornò a casa, quella casa da cui erano fuggiti in due: lui e la felicità.

Bussò semplicemente e lei semplicemente gli aprì senza sorpresa ma senza gioia, poi lo guardò e vide il volto di quel bambino mai cresciuto.

Allora lo abbracciò e pianse, cosa che non faceva da anni, forse come non aveva mai fatto.

È stato tutto per colpa mia” disse lui; “No, sono stata io che l’ho lasciato morire, io dovevo curarlo come fa una madre e invece l’ho lasciato morire”.

Forse è così che si elabora il dolore, dandosene la colpa e pagando per questa, perché se si pensasse che il dolore è ineluttabile, così come lo è la morte, s’impazzirebbe.

Oramai era passato il tempo dei sogni, ma tornarono a vivere insieme, anche se senza più gioia; non potevano farne a meno, perché, comunque, erano le due parti di un unico individuo, un individuo, però,  privo del proprio cuore.

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Pubblicato da su luglio 7, 2012 in Racconti

 

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