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LA BAMBOLA GIAPPONESE

27 Giu

LA BAMBOLA GIAPPONESE

 

Gabriele era un uomo solo, solo in tutti i sensi: lo era perché viveva da solo da quando i suoi genitori erano mancati, ed era solo perché aveva pochi amici e non una donna o una ragazza che gli avesse mai detto d’amarlo e che avesse scelto di passare la sua vita con lui.

Così gli anni erano trascorsi un po’ tutti uguali e quella gran canaglia che è il tempo aveva fatto danni irrimediabili: se una volta Gabriele aveva almeno quella che si chiama “la bellezza dell’asino”, vale a dire la giovinezza, ora con questa se n’erano andati molti capelli, colorando d’argento i rimanenti, una buona parte della vista, che lo costringeva ad antiestetici occhiali spessi come fondi di bicchiere, ed era invece comparso un rotolo adiposo intorno alla vita e ai fianchi che faceva sembrare la sua non eccelsa statura ancora più ridotta.

Così lui si avvicinava alla boa del mezzo secolo con più rimpianti che rimorsi, con ben pochi slanci, anche se a volte un sorriso, una mano innocentemente sfiorata, gli rifacevano battere il cuore come vent’anni prima, per poi ripiombarlo, chiarito con se stesso il malinteso, nella monotona vacuità della sua piatta vita.

Oltre a tutto, la solitudine è così possessiva che pian piano ti abitua a lei, ed è talmente gelosa da farti desiderare lei sola.

Rimaneva, dunque, solo quella magra consolazione che viene definita “altri interessi”: il cinema al sabato pomeriggio, da solo, ovviamente, un po’ di brutta pittura e, soprattutto, la lettura: libri, ma in particolar modo molte riviste di viaggi, scienza e tecnologia per capire, aggiornarsi e sognare.

Un giorno gli capitò un articolo che parlava di certe bambole giapponesi costruite in modo da sembrare vere. Pare che in Giappone abbiano una vera passione per le studentesse adolescenti, così quasi tutte queste bambole riproducevano proprio quell’età e quell’abbigliamento. L’articolo era accompagnato da diverse fotografie e, effettivamente, risultava difficile distinguere quelle bambole da ragazzine vere. Alla fine dell’articolo c’era anche l’indirizzo di un negozio, anzi, dell’unico negozio dove si potevano trovare queste bambole in Italia.

Non era certo il tempo che mancava a Gabriele, così un pomeriggio decise di andare a cercare il negozio dell’articolo, per soddisfare la sua curiosità e vedere di persona se quelle bambole adolescenti erano così verosimili come sembrava dalle fotografie.

Il negozio era in centro, ma in una viuzza un poco nascosta; era la tipica bottega di articoli orientali, compresi misteriosi cibi in scatola, la maggior parte a base di pesce o crostacei, altri veramente indecifrabili. C’era poi tutta una serie di paraventi, lampadari e abat-jour in carta di riso, le immancabili tende di bambù, i classici dipinti orientali su seta, nonché una serie di spade e pugnali di ogni dimensione, ma delle bambole neppure l’ombra.

Gabriele si vergognava a domandare alla commessa, che se pure italiana mostrava la tipica cortesia orientale, temendo di fare la figura del vecchio morboso. Così per quella volta se ne andò, non senza avere acquistato alcune inutili cartoline riproducenti giardini, alberi di pesco in fiore e minuscoli uccelli variopinti.

Ma le bambole non smettevano di ossessionarlo: teneva la rivista sul comodino da notte e continuava a rileggersi l’articolo ogni sera prima d’addormentarsi. Poi sognava, sognava di tenere per mano una ragazzina giapponese con la divisa del college: la giacca blu coi bottoni dorati, in stile marina militare, la minigonna, sempre blu, con due bande bianche verso l’orlo, i calzettoni bianchi al ginocchio e le scarpette basse di vernice nera. E fra i calzettoni e l’orlo della gonna spuntavano alcuni centimetri di quella pelle così liscia e chiara che solo le ragazze giapponesi possiedono, e la studentessa leccava lentamente un cono gelato e gli sorrideva con gratitudine e malizia…

Tornò al negozio, questa volta portando con sé la rivista con l’articolo sulle bambole; lo mostrò alla commessa chiedendo, timidamente, se per caso fossero esaurite, visto che non le vedeva esposte.

La ragazza gli rispose, con la consueta cortesia, che le bambole erano nel retro e, se voleva seguirla gliele avrebbe mostrate volentieri.

Gabriele rimase un po’ interdetto: un conto è guardare un articolo esposto in mezzo ad altri mille, ma farsi condurre nella stanza delle bambole era più impegnativo e lui non era certo né di voler acquistare una di quelle bambole, né di potersela permettere: a quanto aveva intuito dovevano essere molto, molto care.

Erano esposte su di uno scaffale: alcune in piedi, altre sedute, altre ancora con le gambe accavallate a lasciare intravedere immacolate mutandine di cotone.

Erano ancora più reali di quanto sembravano in fotografia.

Ed erano anche più care di quanto avesse potuto immaginare.

Se torna la settimana prossima, lo sorprese la commessa, le mostrerò un’assoluta primizia: venga e non se ne pentirà

Così fece: visse tutta la settimana come durante un attacco febbrile.

Non riusciva più a mangiare, né a dormire: pensava solo alle bambole, alla giapponesina col gelato che gli faceva oscillare la mano nella sua avanti e indietro, alla primizia che non riusciva a immaginare cosa fosse. Quando si presentò al negozio vide che c’erano due clienti, due vecchie impellicciate che toccavano ogni articolo condendo l’esame con una serie di rochi “oh” di meraviglia.

Attese che uscissero prima di entrare. “Sono contenta che sia tornato, lo accolse la commessa, e non si preoccupi, non voglio venderle nulla, solo mostrarle in anteprima i nuovi arrivi.

Nel retro, sullo scaffale c’erano ancora le bambole della volta precedente, per cui rimase un attimo deluso, fino a che la ragazza non lo condusse in un’ulteriore stanza; qui c’era una serie di bambole a grandezza naturale, femmine e anche qualche maschio, ma, oltre l’altezza, lo colpì il realismo che riusciva a superare perfino quello delle loro sorelle più piccole.

Belle vero?” lo sorprese la commessa risvegliandolo dal suo stupore e facendolo sussultare, “ma provi a toccarle”.

Era incredibile: la consistenza e il calore erano quelli di una vera persona; gli sembrava di carezzare il braccio di una ragazzina in catalessi.

Si azzardò a domandarne il prezzo: era veramente pazzesco e non avrebbe mai potuto permetterselo, ma poi la vide, lei, la quindicenne del sogno, e gli parve che gli sorridesse con la stessa malizia dietro la frangetta corvina completata da due codini sbarazzini. “Vede, lo risorprese la commessa facendolo sobbalzare di nuovo, sono disegnate al computer in modo da riprodurre ogni particolare di una persona reale. La pelle è di una sostanza sintetica indistinguibile dalla pelle vera e l’imbottitura è fatta con un particolare tipo di silicone che riproduce la stessa consistenza dei muscoli umani; è il medesimo che si usa per rifare i seni in chirurgia plastica. Anche sotto gli abiti ogni particolare è identico al reale, tranne che per una cosa: le nostre bambole non hanno, come dire, aperture; capisce cosa intendo, sono un’opera d’arte e non volevamo che diventassero un articolo da porno shop. So che il prezzo è molto alto, ma se è veramente interessato le posso fare delle agevolazioni sul pagamento”.

Lo ricondusse nella parte principale del negozio dove, nel frattempo, erano entrate altre due anziane signore che stavano esibendosi in tutto il loro repertorio di “Oh” meravigliati.

Fattolo accomodare su una sedia di fronte alla piccola scrivania che reggeva anche il registratore di cassa, gli mostrò delle tabelle di una finanziaria con rateizzazioni in due, quattro, sei anni: non gliene fregava nulla, lui pensava solo alla bambola nel retro, quella di cui si era innamorato all’istante. Disse che ci avrebbe pensato, ma già sapeva come sarebbe andata a finire…

La commessa gli propose, nel frattempo, di sceglierne una (erano tutte diverse una dall’altra) e, senza impegno, l’avrebbe tenuta da parte per quindici giorni: il tempo di decidere e, eventualmente, procurarsi i documenti necessari al finanziamento. Lui indicò la sua preferita: “Bene, il suo nome è Yuko: ogni bambola è diversa, ogni bambola ha un suo nome, ma, ovviamente lei la può chiamare come vuole e non credo che si offenderà”, concluse con un sorriso la commessa prima di congedarlo con la squisitezza che la caratterizzava.

Prima della scadenza dei quindici giorni Yuko si era stabilita nella casa e nella vita di Gabriele.

Da quel momento la sua vita cambiò: licenziò la donna che settimanalmente veniva a fare i lavori domestici e pian piano allontanò i pochi amici, non voleva che nessuno mettesse più piede in casa sua, non voleva dividere Yuko con nessuno e non voleva mostrare la sua debolezza.

Col tempo la bambola occupò sempre più la sua vita: le parlava a lungo, a tavola apparecchiava anche per lei, servendole cibi che poi finivano regolarmente in pattumiera.

Le aveva acquistato vestiti e biancheria nuovi e, la prima volta che la spogliò per cambiarla rimase interdetto: il suo corpo, in ogni particolare, era proprio come quello di una persona vera: i capezzoli lievemente turgidi come naturale durante l’adolescenza, la lieve e morbida peluria pubica, il rilievo del pube stesso, la sodezza dei glutei. Prima di rivestirla la carezzò e baciò a lungo sul corpo e sulle labbra, cercando di penetrare con la lingua quelle labbra incredibilmente vere ma irrimediabilmente saldate, vergognandosi del fatto di esserne visibilmente eccitato.

Cominciò a farle il bagno una volta alla settimana, lavandole i capelli, capelli autentici, ovviamente, come nelle bambole di una volta, e pettinandoglieli a lungo e lei gli sorrideva sempre con malizia: forse era affetto, forse compassione.

La notte la portava nel suo letto, dopo averla spogliata e rivestita con un corto baby doll; poi, al buio, le infilava le mani sotto la camiciola e la carezzava a lungo ovunque.

Per Natale e per il suo compleanno (vale a dire il giorno dell’acquisto) le faceva regali adatti alla sua età presunta: un braccialettino, un monile da caviglia, un Walkman con cuffie che le applicava quando lui usciva, affinché la musica le facesse compagnia.

Ma lui usciva sempre meno: un po’ perché aveva chiesto il pensionamento anticipato per stare più tempo con la sua amata, un po’ perché non stava molto bene.

La sera si sedeva sul divano, con la bambola abbracciata a lui (la sua consistenza permetteva di metterla in qualsiasi posizione si volesse) e Gabriele le commentava i programmi che vedevano insieme. E lei lo guardava e sorrideva.

Nel frattempo la salute dell’uomo peggiorava, la malattia avanzava inesorabile: sarebbe stato necessario un suo ricovero in ospedale, aveva sentenziato il medico, ma lui non poteva farlo, perché non voleva lasciare Yuko sola. Chi si sarebbe occupato di lei, chi le avrebbe preparato da mangiare, l’avrebbe lavata, cambiata, pettinata?

Gabriele si aggravò sempre più: oramai era vicino al termine del suo viaggio, ma era sereno, perché il suo amore per Yuko e quello di lei per lui aveva reso felici quegli ultimi anni, aveva riempito la sua solitudine.

Quando si sentì vicino alla fine, con un ultimo sforzo si sdraiò sul letto con la sua amata accanto: la carezzò a lungo un’ultima volta, poi, con un lungo coltello da cucina le trafisse il petto piangendo. Nessun altro era degno di averla dopo di lui.

Mentre l’uomo moriva, la bambola moriva con lui, perdeva la sua imbottitura, spandendo silicone sulle coperte, afflosciandosi, deformandosi.

Solo il suo viso rimaneva intatto e continuava a sorridergli con sbarazzina malizia.


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1 Commento

Pubblicato da su giugno 27, 2012 in Racconti

 

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Una risposta a “LA BAMBOLA GIAPPONESE

  1. pantofi dama

    maggio 23, 2014 at 11:30 pm

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