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L’AMICO

21 Giu

L’AMICO

Raul e Riccardo erano amici da vent’anni, forse anche di più: diciamo venticinque.

Si erano conosciuti al mare, d’estate, ma la loro amicizia era durata anche oltre i due mesi estivi.

Raul era un tipo calmo, riflessivo, amante della giustizia intesa non come legge, ma come concetto assoluto.

Riccardo era sempre stato più nervoso, più estremo, più impulsivo; a volte, anche da ragazzi, perché erano dei ragazzi, anche se fra loro c’erano una decina d’anni di differenza, discutevano: discutevano di tutto, di calcio, di musica, d’attualità, di politica e, come spesso avviene fra persone raziocinanti, c’erano cose su cui non si trovavano d’accordo.

Guai se due amici fossero sempre in accordo su tutto: sarebbe la fine della loro amicizia, perché mancherebbero gli argomenti di discussione.

Raul cercava sempre di esporre le sue ragioni con motivazioni valide e, a volte, Riccardo non sapeva più come replicare: un po’ era per la sua minor esperienza e conoscenza, essendo il più giovane dei due, allora tagliava corto: “Lo vuoi un pugno sul naso?” gli diceva; a questo punto Raul lasciava perdere, perché non voleva che nulla guastasse la loro amicizia.

Per tutta l’infanzia, la pubertà e l’adolescenza Raul aveva avuto sempre amici per non più di due o tre anni, perché a quelle età è così: finisce la scuola, finisce la vacanza, finisce l’amicizia; ora, invece, da adulto aveva imparato il vero significato di questo rapporto, lui amava i suoi pochi amici e non voleva perderli e neppure litigarci.

Ma gli anni passano comunque: i due amici abitavano nella stessa città, ma da parti opposte di questa, poi Riccardo cessò di andare in villeggiatura nel paese dove si erano conosciuti e poi ci furono l’università, il lavoro, gli impegni, così si sentivano tre, quattro volte l’anno, ripromettendosi di fare “una seratina” insieme, magari di andare a mangiare una pizza, ma poi c’era sempre qualcosa, qualche imprevisto o contrattempo.

Poi successe il fattaccio, e Raul non si capacitava del perché Riccardo, il suo amico più caro per tanti anni, avesse fatto una cosa del genere, poteva solo fare supposizioni: le tensioni della società, la sua inquietudine che era rimasta quella dell’adolescente ricciuto e bizzoso, forse problemi personali che lui non conosceva, sta di fatto che Riccardo si barricò dentro una scuola media.

Siccome, però, era comunque una brava persona, fece uscire tutti, compreso il custode; affermava di aver minato l’edificio e minacciava di farlo esplodere.

Ora, la scuola era un istituto di un certo prestigio, era nel centro della città ed era attorniata da case ed uffici e un’esplosione sarebbe stato un bel danno anche economico, oltre che d’immagine: forse per questo intervenne il sindaco.

In poco tempo la scuola fu presidiata da vigili del fuoco, ambulanze, polizia con i reparti d’assalto, negoziatori e, appunto, sindaco con tanto di scorta.

Tutti a debita distanza; in realtà gli investigatori dubitavano che Riccardo avesse veramente riempito la scuola di esplosivo, ma non potevano rischiare.

Iniziarono le trattative, arrivarono giornalisti, televisioni pubbliche e private, curiosi; arrivò anche Raul, si presentò e chiese di trattare: “Non possiamo coinvolgere dei civili” rispose seccamente uno di quelli che comandava, ma poi intervenne il sindaco, che pensava alle imminenti elezioni e alla sua rielezione precaria ed allora lo fecero provare.

Riccardo gli permise di entrare, si abbracciarono, piansero.

Secondo Raul l’amico era sull’orlo di un crollo nervoso: si era infilato in quella faccenda e questa gli stava scivolando di mano, non sapeva più come gestirla.

Dapprima chiese che certi personaggi politici andassero lì a confessare peccatucci, peccati e misfatti, cosa che naturalmente nessuno dei chiamati in causa fece.

Raul cercava di farlo ragionare, ma sapeva che, comunque fosse finita, avrebbe perso di nuovo il suo caro amico per anni: di sicuro non l’avrebbero lasciato andare con una tiratina d’orecchi.

Era inutile parlargli, era come da ragazzi, a i tempi del pugno sul naso.

* * *

Era estate; Raul andava in vacanza da solo già da anni, del reso aveva passato la ventina; Riccardo, invece, ci andava con la famiglia, avevano affittato un appartamento, che poi, negli anni seguenti, sarebbe diventata una villa.

Frequentavano entrambi lo stesso stabilimento balneare, avevano amici in comune e a Raul piacque subito quel ragazzetto coi capelli ricci: lui pensava che i ricci fossero atipici, diversi e per questo gli ispiravano subito simpatia.

A volte durante le discussioni estive, i giochi di gruppo, si ritrovavano allo stesso tavolo, ma il più giovane sembrava neanche accorgersi della presenza dell’altro e lui, essendo più grande di tutti quegli anni, non osava farsi avanti per non sembrare un adescatore di adolescenti.

Una sera andarono al cinema, ci andò tutta la compagnia del bagno Ester e il cinema era un’arena all’aperto, anche se in realtà era una specie di corridoio lungo e stretto, tanto che lo schermo non era neppure panoramico.

I sedili erano un’unica fila stretta fra corridoio e muro, per cui si entrava in colonna; Raul era rimasto quello più esterno, Riccardo un paio di posti più in là, poi il ragazzo parlottò coi suoi vicini, questi si alzarono sospirando, scalarono di posto e lui andò a sedersi di fianco a Raul: perché quella manovra? Raul pensava che fosse uno scherzo, visto che qualcuno della compagnia sospettava che lui fosse gay, lo volevano mettere alla prova mettendogli di fianco il più piccolo del gruppo.

Solo molto più avanti scoprì che Riccardo aveva voluto spostarsi soltanto perché la persona davanti a lui, oltre ad essere troppo alta e non consentirgli di vedere nulla, fumava e gli dava fastidio.

Così nacque la loro amicizia.

* * *

Raul entrava e usciva dalla scuola portando le richieste dell’amico, sempre più strampalate, sempre più segno di un disordine emotivo e di uno stato confusionale che lui non sapeva come risistemare; riuscì, di nascosto, a portare dentro la scuola anche un paio di brioches per l’amico che non mangiava da quasi un giorno; l’acqua quella no, perché dentro c’era comunque un distributore automatico di bottigliette ed anche uno di caffé: anche quello ci voleva in una situazione del genere.

Ma tutto era in stallo, non si sapeva come uscirne, poi arrivò Luca.

Quando dopo quella prima estate insieme al mare i due amici si erano rivisti in città, Raul aveva conosciuto Luca, che Riccardo gli aveva presentato come suo migliore amico e Raul era stato colto da una punta di gelosia che, però, non aveva mai manifestato palesemente.

Adesso si era rifatto vivo il suo “rivale”, anche lui era stato ammesso alle trattative, solo che Luca ora lavorava nello staff del sindaco e non era lì per aiutare l’amico, non principalmente per quello, per lo meno, ma per far sì che la situazione si risolvesse al più presto senza danni né materiali, né politici.

Una spia infiltrata, insomma.

Adesso le richieste erano passate dalla presenza dei politici corrotti, a un aereo per Cuba, niente denaro, solo un aereo: ma come poteva solo pensare di uscire di lì, prendere un taxi, andare all’aeroporto e volare via da quel paese che, a ragione, non amava più e di farlo così, senza ostaggi?

Raul avrebbe fatto lui volentieri da ostaggio, ma sapeva che appena usciti un cecchino avrebbe sparato al suo amico, forse avrebbe sparato ad entrambi, in fondo lui era amico del terrorista, forse suo complice.

Raul aveva un nodo di pianto in cuore per quella situazione senza via d’uscita.

Del resto non si poteva tirare troppo per le lunghe: la gente, la massa, cominciava già a dividersi in due frazioni, a discutere, a porsi anche domande e le autorità, sindaco, governatore della regione, prefetto in testa, avevano interesse che tutto finisse col minor danno politico possibile.

Per questo c’era Luca, l’infiltrato, il falso amico.

* * *

Quando il primo anno della loro amicizia si erano rivisti in città, una sera che la famiglia di Riccardo era via e la casa libera, l’occasione era stata una partita della nazionale di calcio in televisione.

E c’erano diversi amici di Riccardo: c’era Stefano, pescatore incallito, c’era Alberto, matto e strambo come un cavall0o, c’era Luca, il “nemico” di Raul e c’era sua sorella, Martina, che piaceva a Raul, ma piaceva anche a Riccardo, così Raul evitò persino di parlarle direttamente, del resto anche lei era troppo giovane per lui.

Finita la partita Luca diede spettacolo, lui che faceva scuola di magia: fece alcuni giochi con le carte, giochi di prestidigitazione, vale a dire senza trucchi, ma solo di abilità manuale e poi fecero una finta partita di poker in cui Luca dimostrò come ad un mago sarebbe stato facile barare senza essere scoperto; avrebbe dovuto capirlo allora Raul, avrebbero dovuto capirlo tutti che non ci si può fidare di un mago.

* * *

Appena gli fu possibile, vale a dire in un momento in cui Riccardo era andato in bagno, sì, perché anche i terroristi devono fare pipì, ed aveva lasciato Raul di guardia, quasi che l’avesse nominato suo secondo in comando, Luca aprì le porte dotate di maniglione anti–panico e fece entrare i poliziotti armati e bardati con giubbotto anti-proiettile.

Ma Riccardo non era armato; non aveva neppure messo gli esplosivi nella scuola, era un bluff, solo che lui non sapeva barare bene come Luca.

Raul se ne accorse troppo tardi dell’arrivo dei poliziotti; Riccardo stava uscendo dal bagno, erano pronti a sparargli e Raul riuscì solo a mettersi in mezzo, in mezzo fra l’amico del cuore della sua giovinezza e la pallottola del fucile destinata a lui.

* * *

Erano in spiaggia, Raul, ventiquattro anni, e il suo amico del cuore, Riccardo, che ne aveva sedici.

Avevano giocato tutto il giorno a pallone sulla sabbia, la sera sarebbero andati al cinema, poi, forse, a mangiare una pizza, il sole era caldo, erano stanchi, sudati, ma felici.

Soprattutto Raul era stanco, aveva bisogno di riposare, si sdraiò sulla sabbia una sabbia dura come piastrelle di granito che gli rimandò la consapevolezza del proprio corpo sofferente; aveva quel gran dolore al petto, sanguinava, era tanto, tanto stanco, chiuse gli occhi e piano, piano, la luce scemò, poi fu tutto buio e lui non sentì più  alcun dolore, solo una grande pace.

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2 commenti

Pubblicato da su giugno 21, 2012 in Racconti

 

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2 risposte a “L’AMICO

  1. Una Piccola Donna...

    giugno 21, 2012 at 6:18 pm

    passi anche da me!!!!!!!!

     
    • profmarcoernst

      giugno 21, 2012 at 9:03 pm

      scusa, l’ho capito in ritardo: sono un po’ rinco in questo periodo. è che non mi aspetto mai il lei

       

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