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IL SOGNO

15 Giu

IL SOGNO

E poi ci fu quell’anno che Gilberto ebbe l’esaurimento, o forse solo una depressione, o forse non c’è alcuna differenza, fatto sta che stava male, piangeva, voleva guarire, ma non aveva la forza e allora piangeva e stava male.

Va detto che anche le persone più buone d’animo, davanti al dolore, fisico o spirituale che sia, possono diventare cattive verso gli altri.

Può darsi che costringere gli altri a soffrire sia un mezzo per comunicare con loro, per far loro sapere che cosa vuol dire soffrire, quindi trovare comprensione, magari aiuto.

Ovviamente tutto questo avviene a livello subliminale, inconscio, senza alcuna premeditazione.

Gilberto non faceva eccezione.

Le sue giornate si dividevano fra mediocri e difficili, veramente difficili.

Aveva perso la capacità di amare, tutti, compreso se stesso.

In tutto quel caos che gli si era formato in testa come una matassa dopo essere passata fra le grinfie di un gatto capiva, però, che era ancora troppo giovane per arrendersi: non si getta la spugna alla quinta ripresa, quando ne hai ancora almeno sette da disputare e dove potresti cambiare le sorti del match (ma potresti prendere ancora tante di quelle sventole da giocarti il budino grigio che hai nella testa).

Allora, con lentezza e riluttanza, riprese a fare alcune delle cose che nella sua vita precedente lo facevano stare bene.

Lo fece soprattutto non per tornare a stare bene, ma per riacquistare il rispetto degli altri. Sì, perché sai che cosa c’è, che quando stai così male, la gente, se va bene, ti compatisce, ma non ti rispetta anzi, ti prende per matto: qualsiasi malattia che sia anche di un solo centimetro sopra la radice del naso e di altrettanto sotto la scatola cranica, nell’accezione comune è sinonimo di pazzia.

Provate a consigliare a una coppia di genitori il cui figlio (o figlia) abbia dei problemi che si manifestano soprattutto a scuola, di portarlo o portarla da uno psicologo: vi risponderanno “Mio figlio (figlia) non è mica matto, cosa crede: solo perché non è un genio a scuola non deve mica andare in manicomio”.

Questo è il pensiero comune.

Giberto ricordava che quando aveva fatto i famosi tre giorni al distretto, ai tempi del servizio militare obbligatorio, un suo coscritto, solo per aver dichiarato che la madre aveva avuto in passato un leggero esaurimento nervoso, era stato ricoverato per tutti i tre giorni e sottoposto, addirittura, a un elettroencefalogramma!

Allora lui aveva imparato a dissimulare, a non piangere in pubblico, a non parlare da solo, a fingere che vivere gli interessasse.

Convocò Flavio, il suo compagno di marce non competitive ed ex amico: ex, perché l’amicizia era, a suo giudizio, un sentimento, forse il più forte, perché non contaminato dalla passione, e lui era, oramai, incapace di amare, di voler bene, di qualsiasi sentimento, persino di odiare.

Flavio accettò la proposta di riprendere le marce domenicali; forse, pensava, un po’ di endorfine avrebbero fatto bene a Gilberto: lui gli voleva ancora bene.

All’amico, però,  non era passata la voglia di coinvolgere gli altri in discussioni che facessero stare un pochino male anche loro, soprattutto a carattere esistenziale.

Così, ad una delle loro prime uscite, in mezzo ai campi della provincia, a bruciapelo chiese a Flavio:

Secondo te cosa c’è oltre l’universo?”.

“Oltre l’universo c’è il nulla!”.

“E il nulla fin dove arriva?”.

“All’infinito!”.

“Ma come può esistere l’infinito? Deve pur finire e, se finisce, cosa c’è al di là?”.

Flavio forse non era molto istruito, ma neppure stupido e non aveva voglia di farsi angosciare da una discussione senza capo né coda, da argomenti che non avevano, né potevano avere una risposta, quindi troncò la discussione con un pragmatico: “Ueh, ma se t’infili in questi ragionamenti non vai più a casa!”.

Dopo di che accelerò l’andatura e staccò Gilberto, debilitato nel fisico da digiuni e insonnie, oltre che da medicinali e nell’animo dal suo dolore di vivere.

Era iniziato, se non proprio come uno scherzo, almeno come un piccolo dispetto, ma per Gilberto il quesito sull’infinito era diventato un’ossessione, sì, perché chi si trova nel suo stato emotivo ha bisogno di risposte e di certezze.

Fu da allora che cominciò il sogno…

La sua non era più una casa di città, un appartamento in un condominio, ma una villetta con giardino e, nel giardino c’era una scala: non una scala a libro, ma una di quelle diritte, come quelle che si appoggiano a un muro per salire al fienile, solo che la scala era appoggiata al nulla e non ce ne vedeva la fine, tanto che una parte imprecisata di essa scompariva tra le nuvole.

Gilberto era sotto la scala e, naso all’insù, cercava d’indovinarne la fine.

Poi si svegliò…

* * *

I giorni trascorrevano più o meno uguali: Gilberto non aveva ripreso il lavoro, perché non ne era ancora in grado, ma continuava ad andare a correre con Flavio che oramai regolarmente lo staccava, non fosse altro che per non sentirlo elucubrare di universi ed infiniti; in realtà l’altro non aveva intenzione di riprendere il tema con lui, ma con se stesso.

E il sogno ritornò…

* * *

C’era il giardino, c’era la scala e lui attendeva una giornata serena, magari fredda e ventosa, ma serena, per vedere la fine della scala, ma c’era sempre almeno una nuvola, una di quelle simili ad un enorme batuffolo di cotone, all’interno della quale la scala si inseriva per sparire verso altri mondi.

* * *

Senza più medicine, senza aiuto, se non commiserazione delle persone più vicine, non c’erano cambiamenti nello stato di Gilberto.

A volte si autocommiserava, altre si odiava per come si faceva stare male.

Ma ancora il sogno tornò…

* * *

Naso all’insù Gilberto guardava la scala, poi vi poggiò una mano: sembrava solida e stabile e allora cominciò a salire: una mano dopo l’altre, un piede dopo l’altro, lentamente e con timore, come quando si va verso l’ignoto.

La nuvola – batuffolo era più bassa di quanto sembrava e Gilberto vi entrò in un tempo relativamente breve, anche se i tempi dei sogni sono del tutto particolari e non paragonabili a quelli reali.

Dentro la nuvola sentì freddo e l’umidità di questa lo bagnava.

* * *

Si svegliò zuppo, certamente di sudore, data la particolarità del sogno: particolare ed inquietante…

* * *

Temeva di ricominciare dal giardino, invece il sogno iniziò con lui già all’interno di quella nuvola fredda, buia, umida.

Continuò a salire, per quanto tempo non era valutabile, anzi temette di doverlo fare fino all’infinito, come punizione per i suoi dubbi, invece la scala finì, finì sopra la nuvola.

Questa si estendeva ora in orizzontale a perdita d’occhio; Gilberto la saggiò col piede: era stabile, tanto da poterci camminare sopra ed allora lasciò il sicuro appoggio della scala, lasciò la presa con le mani e si trovò a camminare su una nuvola verso il nulla.

Eppure oramai doveva saper quanto fosse esteso il nulla.

Potevano essere migliaia o milioni di chilometri, più di quanto si possa percorrere non in una notte, non in un sogno, ma in una vita.

Ma, come detto, i tempi nei sogni seguono una unità di misura diversa e così Gilberto si trovò a camminare per quello che gli parvero anni.

Gli venne alla mente, nel sogno, la barzelletta di quell’uomo davanti a un palo altissimo, con in cima un piccolo cartello e allora l’uomo comincia ad arrampicarsi per leggere il cartello ed alla fine ci arriva: il cartello dice “FINE DEL PALO”.

Solo che Gilberto non aveva voglia di ridere né in sogno, né da sveglio; Gilberto aveva tante questioni irrisolte con il mondo e con se stesso.

Ora la sua priorità era arrivare fin dove poteva avere delle risposte.

Si voltò e non vide più la scala, ma poco importava, perché sapeva che quello era un viaggio senza un ritorno: era il viaggio della vita, quello per avere un’unica risposta.

Camminò per giorni, mesi, anni; sapeva di sognare, non sapeva quanto tempo in realtà stesse passando nel mondo reale.

Forse era caduto in coma, forse ora, nell’altra vita, era un vecchio legato a macchinari e cateteri, ma non importava, perché lui stava per avere la risposta, l’unica che importasse, quella che altri milioni di persone non avrebbero mai avuta.

Senza punti di riferimento, nel nulla, non sapeva neppure se stesse procedendo in linea retta o, se come avviene spesso nel deserto, stesse girando in torno. Ma no, questo era un sogno, un sogno con uno scopo: assurdo perdersi in questa situazione. Non sentiva, nel sogno, né fame, né sete, né stanchezza e così arrivò ad un certo punto dove il nulla sembrava finire in un nulla più nulla.

Era come se davanti a lui ci fosse un muro invisibile, perfettamente invisibile, ma che divideva un mondo da un niente assoluto. Gilberto percorse di corsa gli ultimi metri correndo, arrivò al confine e col palmo carezzò quel muro inesistente, ma comunque milioni di volte più denso e reale di ciò che c’era al di là.

Allora Gilberto si fece coraggio e spinse la sua mano al di là: sentì un dolore mai provato alla mano stessa e poi a tutto il braccio, guardò e non vide più il resto del suo arto nel limpido nulla, ma gli parve di scorgere, molto lontano, se stesso visto di spalle davanti a un muro invisibile; ecco, era arrivato al confine fra l’universo e il nulla, che era assenza totale di materia. Più in là, se questa era la fine, c’era l’inizio dell’universo.

Difficile dire se questo fosse una sfera, una specie di ciambella o una spirale. Ritirò la mano e si stupì di scoprire che c’era ancora. Aveva avuto la sua risposta, forse qualcuno gli aveva concesso di vedere; non tornò indietro per la strada dalla quale era venuto, ma semplicemente si svegliò.

* * *

Non erano passati anni, ma solo una notte e lui ora sapeva.

Forse ora avrebbe cominciato a guarire, ma comunque per diversi giorni la mano gli fece ancora male, un male infinito.

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Pubblicato da su giugno 15, 2012 in Racconti

 

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