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HANNO AMMAZZATO COMPARE TURIDDU

09 Giu

HANNO AMMAZZATO COMPARE TURIDDU

Erano già passati alcuni giorni dalla risoluzione dell’ultimo caso e, stranamente, a Milano nessuno era stato ammazzato.

Il commissario Grieco stava nel suo ufficio e controllare rapporti, a sbrigare vecchie pratiche che, di solito, non c’era mai tempo di fare; la porta si aprì e già sapeva che si trattava del l’ispettore Trentin, il suo braccio destro e, nella sua idea, il suo successore quando avesse deciso di andare in pensione.

Già, la pensione: ci pensava alla fine di ogni caso, dopo essere stato all’obitorio, dopo la triste incombenza della perquisizione della casa della vittima, che era un po’ come perquisire l’anima di una persona, scoprire i suoi più remoti segreti.

Così, mollata la tensione del caso si diceva: “Chi me lo fa fare di continuare a vivere in mezzo a morti e brutture? Oramai ho trent’anni di servizio, perché non mollo tutto?”.

Poi arrivava il nuovo caso e tutto era scordato, perché lui era poliziotto, lo era fino in fondo ed era uno di quelli che vogliono sconfiggere il male, non uno di quelli che picchiano i disoccupati: uno che si illude di migliorare il mondo, un idealista d’altri tempi. Trentin, quel ragazzo in cui riponeva tante speranze e molte certezze, riusciva a mandarlo fuori dai gangheri, col suo entrare sempre senza bussare, col suo umorismo, a volte nero che gli faceva scattare qualcosa dentro; poi, ripensandoci, capiva che era anche questo che faceva di quel giovane un poliziotto e una persona speciale.

“Hanno ammazzato compare Turiddu” esclamò, quasi accennando l’aria dell’opera l’ispettore.

“Trentinnnn – urlò Grieco – ma quando cresci e la smetti di fare l’imbecille?”.

“Ma è così, commissario: hanno ucciso Salvatore Compare, detto Turiddu, un mafioso inserito nella lista dei cinquanta latitanti più pericolosi; sicuramente un‘ammazzatina di mafia. Andiamo noi della omicidi o avvertiamo l’antimafia?”.

A Grieco non piaceva lasciare agli altri i suoi casi: “Fintanto che non ci sono prove che sia un omicidio di mafia, è solo un omicidio e quindi è roba nostra: cosa sai dirmi?”.

Adesso Grieco si era calmato, ma non gli piaceva che si scherzasse sui morti: per lui erano comunque persone, esseri umani. “Del morto le ho già detto: hanno chiamato che c’erano stati degli spari in un appartamento della Comasina. Una pattuglia che passava è intervenuta, ha riconosciuto il morto e ci ha avvertito; è roba di poco fa”.

Trentin era giovane e per lui un omicidio, uno di mafia, poi, voleva dire adrenalina.

Grieco si alzò e seguì il suo assistente fino al garage; Jovine, l’agente che componeva con loro il magico trio, li aspettava in macchina col motore acceso.

Non c’era molto traffico e ci vollero una ventina di minuti per arrivare sul luogo del delitto.

La casa era una piccola abitazione indipendente, una di quelle che un tempo, in quel quartiere popolare e malfamato, erano chiamate case minime; nessuno vi aveva ancora messo piede.

Non sapendo se sarebbe stato un caso dalla omicidi o dell’antimafia, nessuno aveva ancora avvertito la scientifica del Tenente Marchetti e neppure il dottor Riva, il medico legale. Grieco, Trentin e Jovine entrarono nell’ordine.

Qualcosa non quadrava: il pensionato che, passando col cane aveva udito gli spari ed aveva telefonato al 113 non si era mosso di là, la volante era arrivata in meno di cinque minuti, l’omicida, dunque, da dove era fuggito? Queste le riflessioni che stava facendo Grieco quando udì un rumore provenire da un armadio a muro.

Il tempo di riaversi dalla sorpresa e una figura piombò in mezzo alla stanza; ci furono due spari: il secondo freddò l’indesiderato ospite, effettivamente un Killer di mafia, ma il primo prese Grieco sotto la spalla sinistra.

Poi fu tutto un caos: il commissario a terra non dava segni di vita, Trentin su di lui urlava il suo nome con le lacrime agli occhi, mentre Jovine chiamava con mano tremante il 118; dovette fare il numero tre volte, perché continuava a sbagliare.

Erano passati sei mesi: nell’ufficio di Grieco c’era ora il commissario Mantegna, diretto superiore di Trentin e Jovine, trasferito da Pavia a Milano a sostituire Grieco.

Ma Grieco non era morto: era stato, è vero in grande pericolo, ma ne era uscito ed ora, ancora molto debole, stava facendo convalescenza nella “sua” Sestri Levante, ma non alla pensione “da Bono”, bensì in un appartamentino fra le mimose, tranquillo, trovatogli dal suo amico Gennaro Cascella, comandante della stazione dei carabinieri del posto.

Grieco voleva stare solo, lontano dalla gente: era stato male e l’aveva anche presa male.

I pasti gli venivano portati da Bono, ma aveva anche poca voglia di mangiare, eppure doveva farlo: aveva avuto un’emorragia importante, il proiettile del killer gli aveva reciso un’arteria ed era quasi arrivato al punto di non ritorno; Trentin e Jovine gli avevano donato ognuno una buona quantità di sangue, ma questo lui non avrebbe mai dovuto saperlo.

Essere così vicini alla morte ti cambia la vita; Grieco aveva cominciato a porsi domande esistenziali e poi, quella pallottola sparatagli a bruciapelo, la prima della sua carriera l’aveva quasi presa come un affronto.

Anche per Trentin era stata la prima volta, il primo uomo ucciso, ma nessuno gliene aveva fatto un appunto, nessuno avrebbe indagato su di lui, nemmeno la disciplinare; la verità è che il commissario Alfonso Grieco alla questura di Milano godeva di molta considerazione e, se e quando si fosse deciso a ritornare in servizio.

Mantegna sarebbe tornato in buon ordine nella sua Pavia, dove succedeva ben poco, rispetto al capoluogo.

Ma al momento Grieco non aveva intenzione di tornare al lavoro, non voleva farlo mai più: adesso non era più solo la questione di cadaveri stesi su un lettino d’acciaio, di case vuote, di parenti a cui dover dare la notizia, ora era la sua vita, l’unica cosa che possedesse di veramente suo e che aveva rischiato di perdere.

Ne valeva la pena per uno stipendio da fame e un lavoro senza orari, mentre politici che facevano il proprio lavoro poco e male guadagnavano dieci volte tanto? Ma non era una questione economica: quante volte aveva pensato alla propria vita senza amore e senza slanci come ad un peso? Ma quando si è veramente vicini a perderla, solo allora se ne apprezza il valore.

Il suo cellulare aveva squillato molte volte e mai una aveva risposto.

L’elenco dei nomi non era quello di amici, ma di colleghi, in qualche modo, di lavoro: Trentin, Jovine, Riva, Santambrogio, Mantegna, perfino Marchetti, col quale non aveva mai legato e si era spesso scontrato.

Ma forse, anzi quasi di sicuro, tutte quelle chiamate non erano per lavoro: erano per affetto.

In fondo il suo mondo era quello, la gente che frequentava era quella ed era quella ad interessarsi di lui, di Alfonso Grieco, non del commissario della omicidi.

Lo sapeva, eppure, con quello che aveva passato e con la debolezza che ancora non lo aveva lasciato, non gli bastava neppure questa realtà.

Lui, che era sempre stato un duro, poco incline a debolezze e esternazione di sentimenti, spesso la sera, nel suo letto, al buio, piangeva e non sapeva perché, nessuno lo sapeva, tranne, forse, chi aveva visto la morte accanto a sé. Col passare dei giorni, comunque le forze, piano, piano, ritornarono.

Grieco cominciò a muoversi, seppure con paura, dal suo rifugio fra le mimose, a fare brevi passeggiate.

Col passare dei giorni e il ritornare delle forze, queste si allungavano sempre più.

Non piangeva più tutte le sere, arrivò perfino ad acquistare un giornale all’edicola più vicina.

Per fortuna non vi si parlava di omicidi, perché quello non lo avrebbe sopportato; era un quotidiano locale che parlava della piccola e sonnacchiosa cronaca della riviera fuori stagione.

Un giorno il commissario arrivò fino in paese; dopo qualche altro giorno si spinse fino al porto, si sedette sul dscn3635cmolo, poco distante dai pescatori che riparavano le reti fra l’odore di arziglio e, per la prima volta dal suo ferimento, cominciò a domandarsi cosa voleva realmente fare del resto della sua vita: la pensione, come si riprometteva dopo ogni caso risolo? Oppure ancora qualche anno di lavoro in mezzo a morti, assassini e case vuote?

Non riusciva ancora a prendere una decisione: tutto sommato era più facile lasciare che la vita gli scorresse attorno senza lambirlo.

Poi, un giorno si decise a rispondere al telefono: era Trentin.

Avrebbe voluto dirgli grazie, avrebbe dovuto e voluto dirgli tante cose, ma non riuscì a parlare; cominciò a piangere in silenzio e riappese.

Trentin capì.

Qualche giorno più tardi rispose anche al medico legale, il dottor Riva, forse il suo solo amico.

Come era solito fare lui la buttò sul ridere e riuscì a far sorridere anche Grieco: forse stava cominciando a guarire, a farlo da solo, sì, perché le medicine, gli antidepressivi che gli avevano dato erano intatti sul suo comodino.

Aveva capito che dalla depressione non se ne esce se non lo si vuole fare, che le medicine possono curare il corpo, non l’anima.

A Sestri stava bene, c’era pace così, fuori stagione, c’erano piacevoli ricordi di gioventù, ma da lì a una settimana tornò a Milano e dopo un mese era di nuovo sulla sua sedia, dietro la sua scrivania.

Sentì che il telefono al centralino squillava; dopo pochi secondi Trentin entrò come una furia, senza bussare, naturalmente: “Commissario c’è stato un omicidio…”.

Capì che era guarito, che quella era la sua vita e che non avrebbe mai potuto lasciarla.


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Pubblicato da su giugno 9, 2012 in Racconti

 

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