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ORFEO ALL’INFERNO

04 Giu

ORFEO ALL’INFERNO

 

L’Orfeo del quale parliamo non è il mitico cantore innamorato di Euridice, nemmeno quello “negro” del film di Camus, ma un uomo normale dei nostri giorni al quale è stato imposto questo nome un po’ desueto.

Orfeo non ricorda più la sua età, perché ha passato i cento anni già da parecchie stagioni; nonostante questo il suo cervello funziona come un tempo ed è perfettamente lucido, anche se le sue gambe non lo reggono più molto ed il suo cuore è tanto stanco e, probabilmente, fra qualche giorno si prenderà il meritato e definitivo riposo.

Orfeo, come detto, è un uomo normale: non è capace di fare miracoli e non ha vissuto solo per fare del bene, ma in compenso non ha mai fatto del male, e questo è già molto rispetto a quello che fa la maggioranza delle persone, al punto che se tutti fossero come lui il mondo sarebbe migliore.

Orfeo è, in sostanza, un uomo giusto.

Così, come premio per questa sua giustezza, un giorno, quando oramai ne mancavano pochi alla sua partenza per il viaggio estremo, gli fu concesso di vedere l’inferno e il paradiso, senza, peraltro, anticipargli cosa gli sarebbe toccato.

Orfeo s’addormentò che erano da poco passate le otto: i vecchi, si sa, vanno a dormire presto, poiché esauriscono in fretta le poche energie che rimangono loro e poi, magari, si svegliano altrettanto presto al mattino, perché non serve loro molto sonno per ricuperare quel poco che oramai consumano.

Così si ritrovano a girare per casa in ciabatte strascicate ad un’ora in cui tutti dormono ancora e a cercare di non far rumore perché i vecchi, si sa, spesso sono un peso e un fastidio, così inutili come sono oramai diventati, tanto che quando se ne andranno con lo stesso silenzio e discrezione con cui si muovono nella semi oscurità della casa addormentata, forse nessuno se ne accorgerà.

Ma torniamo alla notte in cui Orfeo vide.

S’addormentò subito, sfinito dal non fare nulla e dal sentirsi di peso e si ritrovò davanti ad un cancello altissimo.

Attraverso le sbarre, però, non si poteva vedere nulla, così la sua curiosità aumentò, ma si rese conto che mai sarebbe stato in grado di spalancare un cancello tanto grande e, verosimilmente, pesante.

Eppure ci provò e ci riuscì; al solo tocco, il battente si aprì come fosse l’antina di uno stipetto e Orfeo si ritrovò al di là.

C’era un leggero venticello, ma piacevole, non come quello che un vecchio deve evitare portando sciarpe e golfini anche in tarda primavera per non ammalarsi; poi si accorse che quel vento aveva corpo: non avrebbe saputo dire se erano angeli o anime.

Così quel vento gli parlò dentro la testa ed il cuore e lui sentì, anche se da molto tempo quando la gente gli rivolgeva la parola, raramente peraltro, doveva fare coppa con la mano per udire parole che gli arrivavano sfocate come vecchie fotografie.

L’entità gli disse: “Ecco, questo è il paradiso, guardalo bene, perché non hai molto tempo. Guarda e ricorda.”

Guardando bene, allora, vide persone che camminavano serene, con lo sguardo in preda all’estasi mistica.

Gli vennero in mente Bernadette Soubirous a Lourdes e i tre pastorelli di Fatima e pensò che dovevano avere avuto anche loro lo stesso sguardo, quando gli apparve la Signora.

Le anime camminavano in un immenso giardino dove non c’era nulla, se non una sedia con Lui seduto ed essi si beavano non di ciò che noi potremmo pensare: musiche celesti, prati fioriti e profumi, ma della sua sola presenza, perché Lui è la natura, la musica, il profumo e molto di più.

A questo punto Orfeo si risvegliò per una fitta al bassoventre che gli ricordò l’impellente bisogno di orinare.

A malincuore, dopo aver visto per alcuni istanti il paradiso, e a fatica, trascinò le proprie gambe che non volevano fare giudizio, giù dal letto e infilò i piedi dentro pantofole che, forse, avevano la sua stessa età.

Attento a non disturbare il resto della famiglia, strisciò se stesso e il proprio bastone verso il bagno.

L’operazione di espulsione del liquido giallo e caldo gli costò fatica, dolore e sudore.

Con altrettanta cautela tornò a letto al buio: in quella casa dove aveva gioito e sofferto, dove aveva visto nascere e morire, non aveva bisogno di luci per muoversi, nonostante l’età.

Quando ebbe, finalmente, ritirato sul letto le proprie inutili appendici, era sudato per la fatica.

Si tirò fino al collo la copertina di lana e si riaddormentò quasi subito.

Prima, però, meditò su quanto aveva visto, sogno o presagio che fosse.

Lui era stato ammesso solo come spettatore, non aveva potuto gioire della Sua visione: aveva solo potuto capirne la grandezza e l’importanza.

Questa volta Orfeo si ritrovò davanti ad un cancello simile al primo, anzi, identico, eppure capì che non era il medesimo.

Oramai sapeva che si sarebbe aperto anche al suo debole tocco, e così fu.

Non c’erano i gironi e le pene descritti da Dante, né diavoli col forcone e neppure odore di zolfo.

Il paesaggio era identicamente scarno ed anche qui personaggi assorti giravano senza scopo e senza meta.

Il solito vento animato gli sussurrò: “Ecco, questo è l’inferno, guardalo bene, perché non hai molto tempo. Guarda e ricorda”.

Allora Orfeo guardò bene le anime: parevano uguali alle altre, ma non avevano la stessa estasi nello sguardo, bensì una profonda tristezza ed un immenso dolore.

E qui non c’era Lui seduto: allora che scopo c’era nella loro esistenza (ma è giusto chiamarla così?) se non c’era nulla da fare, nulla di cui godere, nulla in cui sperare?

Gli venne da pensare che la loro situazione era molto simile alla vecchiaia, una vecchiaia eterna.

Lui era solo un testimone, eppure anche a lui la mancanza della presenza e della visione e Supremo parve insopportabile.

Nel passaggio fra i due mondi, aveva visto di sfuggita anche il purgatorio, più simile all’inferno, ma con la speranza, un giorno, di poter vedere e bearsi di Lui.

Tutto svanì all’improvviso.

Da quel momento il sonno di Orfeo continuò senza sogni.

Lui era un giusto e perciò aveva avuto il privilegio di vedere, ma non quello di sapere quale sarebbe stato il suo destino: in fondo era sì un giusto, ma non un santo e qualche peccatuccio…

C’era, comunque, abbastanza tempo per pentirsi, purché ciò avvenisse nell’animo e non nelle sole parole.

Ora bastava attendere: solo pochi giorni ed avrebbe saputo quale sarebbe stata la sua nuova e definitiva esistenza.

Se gli fosse toccato, comunque, l’inferno, pensò, non sarebbe stato molto diverso da ciò che erano stati gli ultimi suoi lustri, per cui era preparato ed allenato anche a quello.

Forse è proprio per questo che esiste la vecchiaia.

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Pubblicato da su giugno 4, 2012 in Racconti

 

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