RSS

IO, ASTRONAUTA

18 Mag

Io, astronauta

 

Scrivo queste mie memorie in questo mio diario nel caso che, in un futuro non si sa quanto prossimo o lontano, qualcuno lo trovi e conosca la mia storia.

Tutto nacque dal fatto che il mio pianeta era ed è condannato.

Quando da ragazzo, a lezione d’astronomia, ci fu spiegato che una stella, dopo aver consumato tutto l’idrogeno dal quale è costituita, trasformandolo in elio, si sarebbe trasformata in una stella gigante rossa, espandendosi fino ad inglobare diversi pianeti, mai avrei pensato che la catastrofe fosse così vicina.

Tantomeno avrei immaginato che sarebbe toccato a me, insieme ad altri miei colleghi, andare in giro  per il cosmo alla ricerca di un pianeta adatto a trasferirvi l’intera popolazione del nostro pianeta.

Intendiamoci, la fine non è così vicina, ci vorranno forse due o trecento anni prima che il calore della stella cominci a bruciare ogni forma di vita, ma pensate cosa vuol dire evacuare alcuni miliardi di persone con i loro averi, almeno quelli indispensabili, più diversi milioni di tonnellate di tecnologia ed attrezzatura irrinunciabili per la ripresa della vita sul nuovo pianeta.

Io ero preparato ed addestrato da anni per un possibile viaggio intergalattico, solo che un maledetto meteorite mi ha deviato facendomi precipitare. Ironia della sorte, sono caduto proprio sul pianeta adatto alle nostre necessità per atmosfera, clima e condizioni biologiche.

Certo installarci qui dove sono arrivato io avrebbe significato, o significherà, nel caso che un altro esploratore giunga anch’egli qui e completi la mia missione, una guerra interplanetaria, poiché anche questo pianeta è abitato, anzi, sovrappopolato, quindi per colonizzarlo è gioco forza sterminare i suoi abitanti: è la legge naturale del più forte e della sopravvivenza, quindi o noi o loro.

Eccetto che, dopo alcuni miliardi di caduti in guerra, da una parte e dall’altra, non si trovi un accordo per una pacifica convivenza fra i superstiti.

Del resto loro ci metterebbero il pianeta e le sue risorse natural, noi le tecnologie che questi primitivi non hanno.

Fra l’altro non è abitato, come da anni e dalla letteratura si narrava, da omini verdi con antenne oppure grigi e calvi, ma da esseri totalmente identici a noi, del resto le identiche condizioni biologiche hanno probabilmente favorito lo stesso processo evolutivo sia delle persone che degli animali, che delle piante, solo che loro sono un po’ più arretrati, come detto, nella tecnologia, tant’è vero che siamo arrivati prima noi sul loro pianeta, che non loro sul nostro.

Comunque noi eravamo spinti dalla necessità estrema.

Così sono partite numerose navette esplorative, ognuna con un solo membro d’equipaggio, a cercare nell’universo il pianeta adatto, ed è stata un’imprudenza, come dimostra la mia vicenda.

Le nostre navi viaggiano nell’iperspazio, altrimenti non potrebbero esplorare galassie lontane milioni di anni luce. Il resto lo sapete: l’incidente, la nave distrutta, l’impossibilità di comunicare l’esito dell’esplorazione.

Così è iniziata la mia esplorazione personale: avevo freddo, fame, sete, stanchezza. Dovevo trovare cibo e vestiti. Sono riuscito a rubare degli abiti e vi lascio immaginare il mio stupore quando ho visto i primi alieni ed ho scoperto che erano identici a noi!

Identici? Beh, forse non proprio identici: esteriormente si, ma il loro linguaggio era incomprensibile per me, come pure le loro abitudini, il loro cibo, i loro svaghi.

Quando sono giunto nel primo paese, a piedi, malvestito, subito un indigeno vestito diversamente dagli altri (poi ho scoperto che era un poliziotto e il suo vestito era una divisa) mi ha posto domande che non capivo e alle quali non potevo rispondere; così mi hanno chiuso in un luogo, che poi ho scoperto essere un ospedale, con la diagnosi di probabile amnesia e stato confusionale.

Grazie al fatto che noi piloti veniamo scelti fra coloro che hanno un quoziente intellettivo superiore, ho imparato in fretta molte parole del linguaggio alieno, così che presto mi hanno dimesso.

Ho dovuto trovarmi un lavoro, una abitazione, ma proprio allora è iniziato il mio dramma.

Anche se stavo imparando la lingua locale, quando due persone parlavano velocemente fra loro non capivo assolutamente nulla, per cui avevo sempre la sensazione che parlassero di me, anzi, che sparlassero di me.

Oltretutto, ancora adesso quando mi parlano io devo tradurre dentro di me le parole nella mia lingua, elaborare una risposta e poi tradurla: potete immaginare la fatica che comporta anche un semplice e breve dialogo?

Ma la vita non è fatta solo di sopravvivenza: ci sono anche i rapporti con gli altri. Io chiamo loro alieni, ma in realtà l’alieno a casa loro sono io.

Mi mancano i miei amici, la mia famiglia, le mie usanze, la mia vita quotidiana che è così diversa dalla loro.

Se c’è stata una convergenza evolutiva per quello che riguarda l’aspetto delle nostre due razze, così non è per la vita quotidiana. Io mi ero sempre posto questo problema sul nostro pianeta, quando arrivavano immigrati da regioni più povere.

Pensavo, soprattutto al dramma dei bambini che, oltretutto non capiscono perché sono strappati dalla loro terra, dai loro amici, dalle loro usanze e tradizioni, per essere scaraventati in posti diversi, quindi per loro brutti, fra gente diversa che parla strano e si comporta in modo strano, che magari ti accetta, ma non ti ama e ti vede sempre come un animale diverso: non sarai mai loro amico.

* * *

Sono passati diversi anni da quando sono precipitato, ma ancora soffro quando penso a casa mia, cioè la mia città, il mio paese, le nostre feste, le nostre tradizioni, le nostre credenze religiose. Io considero i miei nuovi vicini dei barbari e se loro non lo pensano del tutto di me, è unicamente perché mi giudicano solo uno straniero e non un alieno.

Un giorno non so quanto lontano io chiuderò gli occhi per sempre e con me morirà la speranza di tornare a casa: anche le mie ossa sono condannate a quest’esilio forzato.

Sono impotente, non sono in grado di riparare la mia cosmonave, non potrei, neppure volendo, chiedere aiuto, poiché la tecnologia locale non capirebbe neppure come funziona un nostro motore, figuriamoci ripararlo!

Uno meno forte di me l’avrebbe già fatta finita, ma io vivo o meglio, sopravvivo.

E poi c’è sempre quella minima speranza che un giorno possa arrivare un’altra astronave a cercarmi. A cercarmi? Forse a cercare un pianeta adatto, non un pilota così idiota da precipitare nel momento che ha trovato la meta del suo viaggio.

Spero, spero che un pilota, casualmente arrivi in questa galassia alla periferia dell’universo e trovi questo terzo pianeta del sistema solare chiamato terra.

Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su maggio 18, 2012 in Racconti

 

Tag: , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: