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DUE NOTE

13 Mag

DUE NOTE

Erano gli anni ’60: quante volte abbiamo sentito e detto (almeno noi di una cera età) questa frase.

Ma questa volta non parleremo dell’illusorio boom economico, della voglia di vivere dopo essersi leccati le ferite del dopoguerra.

Erano gli anni sessanta della nostra vita, quelli che, forse ultimi, ci hanno fatti sentire vivi e felici.

Certo ignoravamo cosa si tramava alle nostre spalle, cosa facessero, allora, i politici: eravamo convinti che Andreotti fosse un santo, Craxi il paladino degli operai, che i comunisti (russi) mangiassero i bambini e che i fascisti fossero definitivamente morti, sconfitti o ravveduti.Ma non è la politica il nostro racconto, il fil-rouge della nostra vita di quegli anni.

Si cominciava quasi tutti ad avere la televisione in casa: basta andare a vedere “lascia o raddoppia” al bar o addirittura al cinema; basta festival di Sanremo vissuto a casa dei vicini, dove ci si presentava col pacchetto di pastarelle.

La nostra vita era cambiata soprattutto la sera: prima si usciva, almeno dalla tarda primavera il poi, ci si sedeva ai tavolini della gelateria della piazza e si ordinava lo spumone artigianale, il più buon gelato che si potesse immaginare.

Ma poi arrivò, a rate, nelle nostre case la televisione, in bianco e nero, con un solo canale, ma che meraviglia! Mai avremmo potuto immaginare nulla di meglio: colore? Digitale? Altra definizione? No, noi eravamo ingenui utenti, non fautori della fantascienza della comunicazione.

Alle venti c’era il telegiornale e solo così si arrivava a sapere cosa succedeva nel mondo: l’assassinio di Kennedy, la scomparsa del Papa buono: allora i giornali quotidiani erano prerogativa di una elite e il mondo, con la televisione entrava nelle nostre case e nelle nostre vite.

Il giovedì c’erano i quiz, il lunedì il film e poi i teleromanzi, le opere, le commedie, ma, finalmente, arrivava il sabato sera.

C’è da dire che se il telegiornale iniziava alle venti, le trasmissioni di svago cominciavano alle venti e trenta e terminavano un paio d’ore dopo, così prima delle undici adulti e bambini erano a letto, perché il mattino dopo c’era la scuola, c’era la fabbrica, c’era da preparare la colazione per chi andava a scuola e in fabbrica.

Il sabato c’erano gli show che ci facevano pensare di essere uguali agli americani: anzi, avevamo avuto anche il mitico Perry Como sui nostri schermi.

A proposito di schermi: allora i televisori giganti erano i ventun pollici, dei mastodonti con le gambe avvitate sotto di essi; anche pensare ai quaranta o cinquanta pollici era inimmaginabile.

E tutti aspettavamo la stagione in cui al sabato sera c’era “Studio uno”: non uno show, ma lo show.

C’erano i balletti, i cantanti , i comici, o umoristi che fossero; certo, rivedendolo ora farebbe sorridere la sua semplicità, l’ingenuità delle battute, la leggerezza delle canzoni, comunque orecchiabili al punto che il giorno dopo le cantavamo tutti quanti.

Ma allora… allora ci si esaltava per il bianco e nero e per i mastodontici apparecchi da ventun pollici: la gente normale aveva i diciannove!

Mamma stava seduta sul divano, vicino al termosifone e lavorava a maglia: aveva sempre un maglione da fare; papà stava sull’altro divano, quello ad angolo, a volte pensoso, a volte appisolato ed io sulla mia poltrona attaccata, quasi, al televisore.

Non c’era scelta di canale e quindi tutti si stava insieme, tutti si vedeva la stessa cosa.

Solo mio fratello, più grande, il sabato usciva con gli amici; né discoteca, però, né happy hour, ma il bar – tabacchi della piazzetta, dove giocavano a carte fino al massimo alle dieci e trenta, l’ora, peraltro, in cui terminava il varietà televisivo, l’ora del volontario coprifuoco per tutti noi.

Anche mia sorella si univa raramente a noi: lei aveva la passione per lo studio e quindi aveva sempre un testo da studiare, magari di filosofia.

E ridevamo, e commentavamo ed eravamo felici, sì, perché la felicità non è una cosa così complicata come si crede ora: è una ricetta semplice, semplice come la frittata o la pasta al pomodoro o le patatine fritte.

Soprattutto eravamo uniti e, magari, durante un balletto si parlava del nostro piccolo mondo, delle nostre cose: la casa, il lavoro, la spesa, i vicini e i conoscenti.

Poi, all’ora fatidica, attaccava la bellissima voce di Mina: “Due note si dondolano in cielo sopra una nuvola…”.

Era la fine della serata, era una canzone dolce e triste: dolce perché non era urlata, triste, per la musica e perché finiva quella serata magica e forse non ci pensavamo ma ogni cosa che finisce ci avvicina alla fine definitiva, magari quella di un mondo semplice eppure pieno di tanta serenità, nonostante i problemi quotidiani che tutti avevamo.

Ecco, le ventidue e trenta: mio fratello rientrava, mia sorella a malincuore riponeva il suo testo di filosofia.

A turno si andava in bagno e l’ultimo era mio padre che controllava se il contatore del gas e lo scaldabagno fossero ben chiusi.

Poi le luci si spegnevano e un sonno dolce e ininterrotto ci attendeva.

L’indomani sarebbe stata domenica: un giorno un po’ meno bello e il perché ce l’ha spiegato Leopardi: il sabato preannuncia la festa, la festa, invece, il ritorno al lavoro, in qualche modo la fine, una fine di un momento bello, ma troppo breve.

È l’eterna attesa del domani e poi il domani arriva e se ne va.

Comunque la domenica, andando a messa vestiti bene, si sentiva odore di pollo arrosto e di patate al forno uscire un po’ da tutte le case.

Papà, tutti i papà (o quasi) andavano a fare la coda in pasticceria ed arrivavano col cabaret di bignè e cannoncini.

Mamma puliva, preparava e si pranzava tutti insieme e poi, al pomeriggio, quando la televisione non proponeva nulla di particolare, si stava, comunque, insieme in sala: noi uomini ad ascoltare “tutto il calcio minuto per minuto” e mamma col suo interminabile maglione da sferruzzare e mia sorella nel suo angolo personale col suo libro di filosofia.

Ecco, finiva anche la domenica, una di tante tutte uguali.

Allora voi che avete vissuto quel periodo provate a dirlo ai ragazzi, provate a fare capire loro com’era bello essere una famiglia semplice con poche cose materiali, ma con tanto amore anche senza face book, sushi bar e discoteche.

Ditelo, ditelo voi, perché a me non crederanno, perché io sono deprimente, nostalgico, forse troppo romantico per i tempi attuali.

Non capiranno, almeno la maggior parte di loro non concepirà quei tempi, quella vita, quella musica.

Ma se qualcuno con tanta fantasia riuscirà con questa a vedere quel mondo, quei sabato sera, allora forse potrà sentire anche una musica dolce e vedere due note danzare nel cielo sopra una nuvola: la colonna sonora di un passato e di un mondo che non torneranno più, quando c’era una parola oramai obsoleta: AMORE-

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Pubblicato da su maggio 13, 2012 in Racconti

 

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