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TROPPO TARDI

08 Mag

TROPPO TARDI

 

E un giorno lei ritornò.

Lei, Stefania, dopo tre anni, come se nulla fosse successo, come se il tempo non fosse passato e difatti per lei non era passato ed era bella come l’ultima volta che l’aveva vista, quasi fosse stato cinque minuti prima, o la domenica prima, perché era la domenica che si vedevano: domenica mattina.

Era molto più di tre anni la prima volta che si erano incontrati: erano stati quanti? L’aveva dimenticato.

Più di dieci? Certamente!

Più di quindici? Probabile, ma cosa importava? ciò che importava erano quei tre anni di separazione, tre anni in cui lui aveva imparato a non vivere più, a non amare più, perché amare gli aveva fatto troppo male e di male ne aveva dovuto patire troppo nella sua vita.

Tre anni, pensò Stefania: mio Dio! Solo tre anni e lui come era cambiato!

Sembrava l’ombra dell’uomo che, forse, non aveva mai amato veramente, ma al quale aveva voluto bene.

Non si poteva non volergliene: così goffo, così patetico nel suo amore assoluto, incondizionato, cieco.

Tre anni, ma quanti ne erano passati dal loro primo incontro? L’aveva dimenticato anche lei.

Gli stessi pensieri… più di dieci? Certamente! Più di quindici? Probabile, ma cosa importava?

Lei era lì, ma non era sicura di volerci essere; d’altra parte, dove, da chi poteva andare?

Quando si erano conosciuti, pensavano entrambi senza riuscire a guardarsi negli occhi, lei era una ragazzina, lui era già un uomo, lui aveva già tanto sofferto da essere vecchio, vecchio dentro.

Non erano state necessarie tante storie a spegnerlo dentro, ne era bastata una, importante, importante come sarebbe stata poi la loro.

La prima l’aveva invecchiato, la seconda l’aveva ucciso dentro ed era stata colpa di lei.

O forse no, era stata colpa del destino che già sapeva, che già aveva scritto tutto: l’incipit, la trama, il finale.

Avevano iniziato a frequentarsi che lei andava ancora a scuola, faceva il liceo ed era libera solo la domenica mattina.

Mai un cinema, mai una pizza, mai una passeggiata: solo quell’ora di parole e di amore una volta alla settimana.

Dopo qualche anno, poi, lei aveva incontrato quell’altro, più giovane, più bello, più tutto.

Anche questo era naturale, era scritto a una pagina, forse cinquanta, forse cento, del libro del destino.

Ma avevano continuato a vedersi quell’ora della domenica mattina per anni, per tutto il liceo, per i primi anni dell’università che lei, poi, aveva lasciato per mettersi a lavorare.

Lui sapeva, perché aveva già vissuto quella storia, perché le sue storie erano, dovevano essere tutte uguali.

Lei era cieca, invece, non lo aveva visto spegnersi nella consapevolezza, non lo aveva visto invecchiare, no perché quando la stringeva come solo lui sapeva fare la rendeva cieca.

Poteva sentire il suo amore fluire dalla pelle di lui alla sua, ma non poteva amarlo, perché a un cucciolo fedele si può volere solo bene: l’amore è un’altra cosa e lui non era quello da amare; quello da amare era quell’altro, quello del sabato sera, della domenica mattina, quello delle vacanze e dei pranzi di Natale e Pasqua.

Come si può amare chi non lotta, chi è già rassegnato, chi ti vede andar via dalle sue braccia per sapere che poco dopo sarai fra quelle di un altro?

Forse era mitezza, forse presunzione.

Quello che era, era e lo sapeva solo lui, così come sapeva che un giorno lei gli avrebbe detto che era finita.

Ma lei non glielo disse.

Gli disse che si sposava, quello sì, ma gli disse anche che gli avrebbe telefonato, che se avesse potuto sarebbe tornata a trovarlo, magari non la domenica mattina con l’altro a casa, ma una sera dopo il lavoro.

Sono cose che si dicono: un paio di telefonate a Natale e per il suo compleanno.

A lui era precluso anche quello, lui non poteva telefonarle, poteva solo urlare da solo nel ricordo che non se ne voleva andare.

Poi quell’altro se n’era andato: anche quello lui sapeva che sarebbe successo, ma solo nelle ultime pagine del libro del destino, quando si era oramai già quasi alla fine.

E allora lei era tornata, era tornata da lui, perché era l’unico posto dove poteva andare, ma non immaginava che lui si fosse spento definitivamente: una candela l’accendi e la riaccendi, ma quando cera e stoppino sono consumati, non c’è più nulla da riaccendere.

Quante volte lei lo aveva visto piangere!

Quante volte lui aveva pianto davanti a Stefania, vergognandosene, allontanandola, perché un uomo non piange, non deve mai farlo.

Lei non aveva mai pianto: né quando avevano litigato e poi fatto pace, né quando gli aveva detto che si sposava, neppure quando l’altro l’aveva lasciata.

Ora erano soli uno davanti all’altra, era domenica mattina, lui stava leggendo un libro quando il campanello suonò: poggiò il libro su di uno sgabello e si alzò per andare ad aprire: era così raro che qualcuno suonasse alla sua porta.

Mentre lasciava la stanza un refolo di vento entrato da qualche parte girò le pagine del libro, le ultime pagine, e arrivò, così, prima del dovuto l’ultima pagina, quella con la parola fine.

Erano lì, in piedi, nessuno aveva il coraggio di parlare, di dire, di spiegare, di chiedere perdono, di perdonare,

Ricordavano, avevano, senza saperlo, gli stessi pensieri perché, comunque, tutti quegli anni avevano lasciato in ognuno dei due qualcosa dell’altro.

Fu lui a parlare: “Come stai?” le chiese.

E da come lo chiese lei capì, capì dal tono della sua voce, perché lo conosceva bene, capì che era finita la cera, lo stoppino, poi vide il libro sullo sgabello con la pagina aperta con la parola fine scritta in grande.

Capì, capì che era troppo tardi.

Allungò la mano, fece una carezza all’aria davanti a lui, poi si voltò ed uscì e sulle scale, finalmente pianse.

Lui tornò alla sua poltrona, vide il libro con le pagine girate fino all’ultima, e allora allargò le braccia e lasciò la stanza e riprese a non vivere da un’altra parte.

 

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Pubblicato da su maggio 8, 2012 in Racconti

 

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