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FREDDO

02 Mag

FREDDO!

 

È brutto diventare vecchi, pensò Germano stringendosi sul davanti il vecchio cardigan pesante, quello fatto a mano, tanto, tanto tempo addietro da una donna della quale ricordava a malapena il nome, ma non più il volto.

Poi, preso il coraggio a due mani, si tolse il golf, si tolse il pigiama e mise, sopra i mutandoni di misto – lana, i pantaloni pesanti, quelli di flanella, e poi indossò tre maglioni uno sopra l’altro e i vecchi guanti di lana ai quali aveva tagliato le dita per poter usare le mani pur avendo un po’ di protezione.

La maglia della salute, quella di lana ruvida, gli pungeva la pelle, ma sempre meno di quanto pungesse il freddo.

Si girò una interminabile sciarpa della quale era difficile individuare oramai  il colore originario, intorno al collo e mise sul capo un berretto di lana; si sentiva un po’ ridicolo così bardato, ma freddo e malattie, che vanno a braccetto di pari passo, non sono ridicoli.

Faceva freddo, certo; guardò fuori dalla finestra: i primi fiocchi, gelati, svolazzavano nell’aria gelida indecisi sul da farsi.

Oltre quarant’anni di officina ed eccolo qui, pieno di acciacchi, di freddo, di tristezza e rimpianti per il passato.

Aveva accumulato nel tempo, in cantina, vecchie cassette della frutta, quelle che non si usavano più, sostituite dalla plastica ed ora ne aveva un mucchietto trasformate in listelli di legna da ardere per terra, vicino alla vecchia stufa che era stata dei suoi nonni e, chissà come, era finita anch’essa nella sua cantina.

Comunque adesso era tornata buona anch’essa, buona a dare una mano ai termosifoni che da soli non ce la facevano a dare un po’ di tepore alla sua abitazione.

Trascinando le vecchie ciabatte che perdevano i pezzi, arrivò al tavolo della cucina e accese la televisione; c’era il telegiornale, uno dei tanti.

Lui non aveva molti studi alle spalle: lavoro quello sì, ma era sempre stato un operaio e quelle cose che dicevano adesso alla televisione le capiva poco, giusto una metà, giusto la cronaca nera.

Ma la politica, l’attualità, la scienza, per lui erano arabo, o anche solo inglese, che lui sapeva a malapena l’italiano e il suo dialetto che nessuno più usava.

Anche lì, al tiggì, parlavano del freddo, degli aeroporti bloccati, delle autostrade chiuse per ghiaccio, degli incidenti. E poi c’erano i senzatetto, sempre di più, o meglio sempre di meno, visto che morivano come mosche e lo facevano soli, in mezzo a una strada, in mezzo a un gelo che non dava scampo, in capannoni abbandonati e freddi.

Eppure anche quelli erano state persone che avevano lavorato, che avevano arricchito gli industriali, ma appena c’era stata la crisi delle banche, quella energetica e tutte quelle altre cose che dicevano e lui non capiva, erano stati licenziati ed erano finiti lì, a morire di freddo in mezzo a una strada o in un fabbricato diroccato.

A lui era andata bene, tutto sommato: una pensione da miseria, ma almeno aveva una casa e in qualche modo tirava fine mese, magari rubando qualche frutto o ortaggio marcio dai sacchi dei rifiuti del mercato; per quanto marci, c’era sempre una parte ancora buona che si poteva ricuperare, e poi si era portato a casa dal mercato quelle benedette cassette di legno, ora introvabili, ma presto sarebbero finite anche quelle e col freddo, col razionamento dei combustibili sarebbe stata dura…

Si mise addosso il quarto maglione di lana e posò sul letto la quinta coperta, anzi una trapunta, stavolta. Ecco, alla televisione avevano smesso con la cronaca del freddo, e avevano incominciato a parlare di quelle cose che lui non capiva: politica, economia; dovrebbero parlare per tutti, non solo per quelli che hanno studiato!

Effetto serra: che cos’era? Lui conosceva le serre di vetro, o di cellophane, quelle dove si coltivavano le piante d’inverno, ma come potevano quelle influire sul clima e poi, le serre riscaldano, non fanno mica freddo!

Guardò ancora dalla finestra: ora la neve scendeva più intensa e lui guardava con nostalgia la sua Milano, quella che un tempo era la Milano dei navigli ed adesso era la Milano dei grattacieli, dei viadotti, delle superstrade che la tagliavano e ferivano in tutte le direzioni.

Dio, che freddo!

Trascinò nuovamente per la casa le sue vecchie pantofole e si accinse a preparare un po’ di minestra sulla stufa così rovente eppure così inutile.

Pastina in brodo: un cibo da vecchi, ma lui era vecchio, vecchio, malato e pieno di freddo, quel freddo responsabile proprio dei suoi malanni.

Intanto la televisione blaterava di altre cose che lui non capiva: o che, forse ci voleva una laurea per ascoltare il telegiornale? Crisi, sempre quel termine ricorrente e poi catastrofe ecologica e immagini da animali morti e di persone morte come animali ed ancora effetto serra e polveri sottili e ceneri vulcaniche e, e, e…basta!

Spense la televisione e gettò un altro po’ di listelli di legno nella stufa con su la minestra che cominciava a bollire e chiedeva che le venisse aggiunto qualcosa per renderla meno squallida.

Certo, Germano era arrivato quasi al capolinea del suo viaggio: che gli importava? Forse, finite le cassette della frutta, l’avrebbero trovato stecchito, come un uccello ritardatario che non è migrato per tempo, come la rondine del “Principe felice”. In qualche modo bisogna pur morire, del resto.

Gli avevano detto che non era una brutta morte quella per assideramento: ci si addormenta e non ci si sveglia più.

Forse non sarà una brutta morte, pensò, ma è una brutta vita con il gelo che ti penetra nelle ossa, ti fa colare il naso, ti riempie di dolori e via dicendo.

Era domenica, ma per un pensionato poteva anche essere lunedì o giovedì o qualunque altro giorno: tanto eran tutti uguali.

Si sentiva proprio vecchio, uno di quelli che rimpiangono i tempi andati, ma come dargli torto? Ricordava quando, finiti i mesi di lavoro andava quindici giorni alla pensione al mare.

Ora la pensione aveva un altro significato: là ti davano da mangiare, con questa di pensione, invece, ci facevi la fame.

Tutto era cambiato, tutto era peggiorato: Milano, il clima, la vita, le persone. Sentì che lui era fuori dal tempo, che fra poco sarebbe venuto il suo momento, ma non avrebbe rimpianto quello che lasciava.

Aveva sì dei rimpianti, ma erano quelli per i suoi tempi felici, o che credeva felici, per la sua gioventù che era passata senza dargli un preavviso.

Si versò la minestra e per buona regola le aggiunse un panino di qualche giorno prima, rinsecchito, affettato come fossero stati dei crostini.

Se non altro il brodo bollente gli avrebbe dato, per qualche minuto, una parvenza di calore.

Terminò il modesto pranzo e si alzò a fatica e non senza dolori dalla sedia cigolante.

Andò alla finestra e, per l’ennesima volta, guardò fuori: la neve, che adesso turbinava impetuosa, aveva già raggiunto almeno i trenta centimetri.

Ciabattò fino al terrazzino, scostò le tende e guardò il termometro appeso al muro esterno: meno ventidue!  Guardò l’altro, quello in casa: più otto, otto miserabili gradi per non morire di freddo finché avesse avuto legna.

Faceva proprio freddo, poi guardò il calendario alla parete era il dieci di agosto; lì a Milano, come ovunque, dovevano esserci le stelle cadenti, ma invece cadeva la neve e faceva freddo, un freddo mortale.

Germano aggiunse la sesta coperta sul letto.

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Pubblicato da su maggio 2, 2012 in Racconti

 

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