RSS

IL CAMPIONE

11 Apr

IL CAMPIONE

 

Alessandro era fermo in mezzo al campo, stranamente fermo.

I compagni, pur nella concitazione dell’azione, l’avevano scorto in quella sua strana immobilità.

Aveva solo vent’anni, ma era già un punto di riferimento per la squadra ed era già stato convocato anche in nazionale.

Ora, lì immobile in mezzo al campo, aveva avuto un flash su quello che era stata la sua vita, la sua carriera fino ad allora.

* * *

Aveva undici anni, quando giocava nella squadretta dell’oratorio del suo paese, poi un giorno dei signori, venuti apposta dal vicino capoluogo per vedere lui, lo invitarono a sostenere un provino, ma non lì, sul campo di terra e polvere del suo oratorio, bensì sul quello di una società giovanile satellite o, se si vuole, incubatrice, della società importante, quella di serie A.

Nessuno a casa poteva accompagnarlo, perché nella sua famiglia, una famiglia modesta, si doveva lavorare, a volte anche di domenica, così al provino Alessandro ci andò da solo.

Non possedeva neppure una borsa e allora indossò a casa calzoncini e maglietta, si mise le scarpe coi tacchetti consumati intorno al collo, legandone insieme le due stringhe e si mise in marcia.

Era una domenica assolata, nessuno in giro, solo un bambino con sulle spalle scarpe e paure, che si sentiva schiacciato dai palazzi minacciosi e incombenti del paese che stava diventando periferia della città.

Giunse al campo, un bel campo di erba verde, con tanti ragazzini, tutti più alti e prestanti di lui, con magliette nuove, calzoncini nuovi, scarpini coi tacchetti intercambiabili lucidi e morbidi di grasso dato dai magazzinieri.

Tutti lo guardavano con un sorriso di commiserazione: lui così piccolo, così malvestito: dove voleva andare, cosa sperava di fare?

Uno di quei signori che lo aveva invitato lì formò due squadre e in una ci mise Alessandro, poi iniziò la partita e per il bambino svanì ogni paura, perché giocare era la cosa che sapeva fare meglio, meglio di tutti, anche senza un completo nuovo.

Solo che… che nessuno gli passava la palla, allora decise di prendersela: un tackle sull’avversario e il bel pallone nuovo di cuoio lucido e colorato era incollato al suo magico sinistro.

Rapido come la saetta si avviò verso la porta avversaria, dribblò due, tre, quattro avversari, entrò in area, evitò il portiere, poi vide un compagno arrivare di corsa e invece di tirare gli passò la palla e quello segnò, ma gli osservatori avevano visto tutto e capito tutto.

La sera stessa erano a casa sua con un contratto da far firmare ai suoi genitori.

Sarebbe, però, dovuto andare via dal paese, raggiungere la città dove la società aveva un convitto con tanto di scuola media e superiore.

E così, mise in valigia i suoi undici anni, le sue paure, lasciò gli affetti, gli amici e partì verso un’avventura forse troppo grande per un bambino così piccolo.

Nella città tutto era nuovo, ma il calcio no, quello è lo stesso ovunque e lui ci sapeva fare davvero; per anni rinunciò a vivere la vita di un ragazzetto della sua età: si alternavano scuola, allenamenti e lezioni teoriche.

Ma lui di quelle non aveva bisogno, perché Alessandro era un talento e non lo si poteva imbrigliare in schemi rigidi; a lui andava dato un pallone e detto solamente: “gioca!”.

Fece la trafila di tutte le categorie di età previste e, per ogni categoria si accorse che avrebbe dovuto rinunciare a qualcosa: prima ai giochi, poi alle compagnie, poi alle amicizie femminili, ai sabato sera, ai divertimenti.

Certo, se tutto andava come previsto, ben presto sarebbe stato ricco, famoso, avrebbe avuto il tempo di recuperare gli anni della giovinezza che non aveva vissuto.

Recuperare? No, il tempo è l’unica cosa che non si recupera; forse, anzi certamente, avrebbe avuto belle macchine, una bella casa, ne avrebbe comperata una anche ai suoi, quelli che con la loro firma avevano venduto, o svenduto, la sua fanciullezza, ma quegli anni, quelle fasi del suo sviluppo emotivo non sarebbero ritornati mai più: mai più avrebbe potuto scambiare figurine con gli amici, fare marachelle, vivere i suoi dodici anni e poi i tredici e i quattordici e…

* * *

E adesso era arrivato dove sognava da piccolo, era il campione, la promessa che era già realtà

Possedeva una macchina nuova, una casa bella e grande e ce l’avevano anche i suoi famigliari, che lo avevano raggiunto in città.

Aveva anche una corte di amici o sedicenti tali e una pletora di ragazze che gli scrivevano, lo aspettavano dopo gli allenamenti, gli si offrivano perché lui era il campione, non perché era Alessandro, un ragazzo, quasi un uomo, che non era mai stato bambino.

Aveva anche un agente che aveva saputo ottenere per lui il massimo; era il più bravo? E allora che ricevesse il giusto compenso.

Spesso erano circolate indiscrezioni sul suo ingaggio, c’erano state interpellanze perfino in parlamento e si era gridato allo scandalo che un ragazzo di vent’anni guadagnasse simili cifre.

Si dimenticavano tutti dei suoi sacrifici, degli anni che nessuno gli avrebbe restituito.

E poi fra una decina d’anni o poco più sarebbe iniziato il suo declino, sì, perché il calciatore è una farfalla, a volte meravigliosa, ma con una vita effimera.

Ed allora deve sfruttare quei dieci, quindici anni se fosse andata bene e sapersi amministrare oculatamente, perché non pochi sono finiti in miseria.

Chissà per quale motivo stava pensando a tutto questo proprio ora, durante una partita delicata, con i compagni che lo guardavano straniti mentre stava immobile in mezzo al campo e non capivano che in quel momento lui era di nuovo un bambino spaventato dai palazzi assolati, che, scarpe in spalla, si avviava a rinunciare definitivamente alla sua adolescenza.

Ale, che fai, estas dormiendo?” gli urlò Gonzalo che si era fatta tutta una volata sulla linea laterale e ora non sapeva se poteva passargli la palla.

Lui, il campione, capì che era inutile arrovellarsi, rimpiangere: non poteva tornare indietro, riavvolgere la pellicola della sua vita, quindi tanto valeva…

Cosa aspetti, passa quella palla!” urlò al compagno che veniva da un paese  lontano, uno ancora più povero del suo.

E Gonzalo ubbidì, perché Ale era il campione e il capitano e gli passò la palla e lui dimenticò ogni cosa e fuggì sulla fascia, come allora, tanti anni prima, saltò uno, due, tre avversari, evitò il portiere…

La folla balzò in piedi ed urlò.

 

Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su aprile 11, 2012 in Racconti

 

Tag: , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: