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CRONACHE FAMILIARI

05 Apr

CRONACHE FAMILIARI

 

Milena era sul taxi, Milena stava, dopo tanto, troppo tempo, tornando a casa: una casa che l’attendeva vuota. Le bambine, infatti, erano dalla nonna e lui, la belva, era finalmente in galera, eppure… Eppure quando si erano conosciuti una dozzina di anni prima, lui non era così, altrimenti lei non si sarebbe perdutamente innamorata di quel giovanotto bruno, muscoloso e sconfinatamente bello.

Milena era seduta su di una panchina del parco a leggere un libro e lui le si avvicinò per domandarle il suo parere sul volume e sull’autore: era evidentemente una scusa, dato che era ben visibile come lei fosse solo alle prime pagine del romanzo e, quindi, fosse ancora prematuro darne un giudizio.

Stava per rispondergli per le rime ma, non appena alzò lo sguardo dal libro e lo vide, sentì il cuore sprofondarle in fondo allo stomaco, per poi balzarle in gola: Dio, com’era bello!

Dopo un anno esatto da quel giorno al parco, Milena vestiva di bianco, con un mazzolino di fiori in mano e le lacrime di felicità agli occhi: in meno di un altro anno di tutto ciò sarebbero rimaste solo le lacrime, ma non più di felicità.

Dopo pochi mesi dal matrimonio lui, Vito, si dimostrò quello che veramente era: un piccolo uomo ottuso e prepotente, che pretendeva di gestire la famiglia come se fosse un suo feudo personale; cominciò ad uscire la sera, a non rientrare a pranzo o cena senza degnarsi neppure di avvertire e non accettava minimamente di essere ripreso per questo suo comportamento.

Ben presto arrivò anche il primo schiaffo, poi i pugni, i calci, ma per la stupidità che caratterizza certe donne, Milena continuava ad amarlo, nonostante tutto e, quel che è peggio, ne trovava giustificazioni: le responsabilità del lavoro, la famiglia eccetera…; solo per quello il suo uomo meraviglioso era così cambiato, ma presto, ne era sicura, sarebbe ritornato il  principe azzurro che le era apparso all’improvviso dal nulla.

Anche a letto, Vito si dimostrò l’animale egoista che era: pensava solo a raggiungere il proprio piacere il più presto possibile, senza curarsi di quello di lei.

Per lui non esistevano i preliminari, le coccole, le piccole dolcezze e complicità: gli bastavano pochi colpi violenti ed era tutto finito… e così Milena rimase incinta quasi subito.

Negli ultimi tre mesi di gestazione, però, il marito sembrava cambiato: non la picchiava più, se non altro per non danneggiare il bambino che doveva nascere.

Ma il bambino era una bambina e lui, Vito, il maschio dominante, non perdonò mai né madre né figlia per quell’affronto: lui voleva l’erede maschio.

Non avendo accettato quella nascita per lui sbagliata, ci volle riprovare e così, dopo pochi mesi dal parto, Milena era nuovamente incinta, ma nuovamente nacque una femminuccia che Vito non amò come non ne amava la sorella e come non ne  amava più la madre, sempre che mai l’avesse amata.

Così Vito rinunciò definitivamente a tentare di avere l’erede maschio ed anche a fare l’amore con quella donna oramai per lui insipida ed incapace, perfino, di procreargliene uno: il suo piacere, ora, lo andava a cercare fuori casa.

Milena, per amore delle piccole, cercava di non contrariarlo né di contraddirlo, ma le scenate erano, comunque, all’ordine del giorno. Poi, quando le bimbe arrivarono intorno ai sei – sette anni, l’ex uomo meraviglioso cominciò a picchiare anche loro.

Questo no, Milena non poteva permetterglielo: era disposta al proprio sacrificio, ma non a quello delle sue creature.

Un giorno cercò anche di fuggire con le bimbe, ma Vito la trovò e la riportò a casa, facendola, però, passare prima per l’ospedale.

Un’altra volta, quando lui si azzardò a prendere a cinghiate le bimbe, lo denunciò: il tutto finì in una bonaria ammonizione da parte della polizia all’uomo e in un nuovo passaggio al pronto soccorso per la donna.

Fu al nono compleanno della maggiore delle due bambine, che Vito, con un pretesto, (il vero motivo era che, secondo lui, si festeggiava il mancato arrivo dell’erede maschio), si avventò sulla figlia maggiore per picchiarla: la moglie si frappose fra loro e fu così che lui perse totalmente la testa.

La donna ebbe un trauma cranico, con cinque giorni di coma, tre costole e un polso fratturati, più un numero incalcolabile di lividi, graffi, contusioni e ferite.

Questa volta furono le bambine a chiamare la polizia prima che il padre completasse il suo massacro: ma questa volta, però, Vito non fu rimandato a casa con un buffetto.

Il processo fu per direttissima, mentre la vittima di tanta brutalità era ancora in ospedale e la condanna fu pesante: otto anni per tentato omicidio e maltrattamenti, più la perdita della patria potestà e l’interdizione perpetua ad avvicinarsi alla moglie e alle figlie.

Tutti lo sentirono, dopo la sentenza, urlare: “Prima o poi uscirò e l’ammazzo, quella troia!”.

Tutti, tranne lei che era ancora in ospedale e alla quale riferirono solo in seguito le minacce: non erano uno scherzo e quell’uomo non andava mai sottovalutato.

* * *

Le bimbe erano dalla nonna, quando Milena fu dimessa dopo quasi due mesi con cicatrici sul volto e, soprattutto, nell’anima che forse non sarebbero mai più guarite.

Non volle, per il momento, che la madre venisse a prenderla all’uscita dall’ospedale con le bambine: prima aveva qualcosa da fare: doveva fare sparire dalla loro casa ogni traccia di lui, ogni cosa che potesse ricordare a quelle creature innocenti quanto era stata infelice la prima parte della loro infanzia.

Aveva sbagliato valutazione quando si era innamorata e quando l’aveva sposato, ma giurò a se stessa che ora tutto sarebbe cambiato.

Forse per Milena era troppo tardi: anche se aveva poco più di trent’anni, si sentiva vecchia dentro, ma c’era vicino a lei chi doveva ancora cominciare a vivere.

Scese dal taxi, pagò la corsa e rimase immobile per alcuni minuti a guardare quella villetta sulla quale aveva costruito tanti sogni e tante speranze: la sua vita sentimentale era finita senza mai essere incominciata ma, se non altro, c’era ancora tempo per le sue piccoline; estrasse dal borsellino la chiave di casa, girò sul retro, la infilò nella porta della cucina ed entrò ma, forse, se avesse usato l’ingresso principale, si sarebbe accorta che era chiuso con una sola mandata…

* * *

La madre aveva vissuto e sofferto con Milena quella decina d’anni d’inferno; poi aveva lottato con la figlia quando questa si trovava in ospedale, sospesa fra la vita e la morte e si era divisa fra la casa, la clinica e il tribunale dove il suo costituirsi parte civile aveva impedito all’ex genero di patteggiare la pena e di cavarsela con una condanna più lieve.

La donna si rimproverava di non aver potuto o voluto fare nulla prima di allora per la figlia e le nipoti, ma adesso si era impadronita della situazione ed aveva anche già contattato un avvocato affinché avviasse la pratica per la separazione e, poi, per il divorzio.

Ora, però, aveva disobbedito al volere della figlia: sapeva che, perché la sua guarigione fosse completa, lei avrebbe avuto bisogno al più presto delle bambine vicine, così, quando sentì la chiave girare nella toppa della porta di servizio (Milena non aveva ancora perso l’abitudine di entrare da lì, visto che l’ingresso principale era da sempre riservato al maschio padrone), intimando alle bambine di stare in silenzio, cominciò a scendere le scale in punta di piedi, tenendo le nipoti per le manine frementi di eccitazione.

* * *

La prima cosa che Milena fece fu di mettere la caffettiera sul fuoco: aveva proprio voglia di un caffé vero, non quella brodaglia dell’ospedale.

La seconda, come sempre, fu di accendere il suo televisore da quattordici pollici che tante volte l’aveva fatta sognare con le soap e il loro mondo patinato: ma in quel momento c’era il telegiornale: “Ecco le fotografie dei tre evasi – diceva lo speaker – ricordiamo che sono armati e pericolosi…”; Milena si sentì morire: la foto di mezzo era quella di lui, l’innominabile.

Questa volta, però, non gli avrebbe permesso di farle del male: non avrebbe più fatto del male a nessuno e fu in quel momento che sentì uno scricchiolio sulle scale.

* * *

Lo scalino cigolò e nonna e nipoti si fermarono alcuni secondi sulla scala, trattenendo il fiato e soffocando un risolino d’imbarazzo.

* * *

Mio Dio!”

Milena sbiancò in volto udendo quel rumore e quasi le cedettero le ginocchia: lui era già lì, l’aveva aspettata ed ora stava scendendo le scale per mantenere la sua minaccia, ed allora la donna aprì lo stipetto in alto, quello fuori dalla portata delle bambine; in fondo a questo vi era nascosta, in un barattolo, la piccola pistola calibro 22 che le aveva procurato tempo addietro un amico, dopo il suo primo ricovero in ospedale; lei non la voleva, ma questi aveva insistito: “Hai il diritto ed il dovere di non permettergli più di toccarti e di toccare le bambine”. Già, lui non avrebbe mai più fatto del male né a lei, né alle piccole, quello era il suo giuramento ed intendeva mantenerlo ad ogni costo.

Premette alla cieca il telecomando, per spegnere il televisore al quale aveva già tolto il sonoro al primo cigolio della scala, (aveva bisogno del massimo silenzio per individuare i movimenti e la posizione del cacciatore che, anche se non lo sapeva ancora, stava per diventare preda e non voleva che, da sotto la porta, trapelassero neppure i lampi bluastri della televisione) e si mise ad aspettare, appoggiata contro lo stipite, con la pistola pronta a non consentirgli di fare la prima mossa: solo così poteva sperare di prevalere su di lui.

* * *

La donna, precocemente invecchiata dalla vicenda della figlia, sempre tenendo le bimbe per mano, giunse in fondo alla scala e, piano, allungò la mano verso la maniglia della porta della cucina: dietro era in agguato la morte sotto forma di un tragico destino.

* * *

La maniglia si abbassò piano: le nocche di Milena sbiancarono sotto la pressione dei muscoli tesi allo spasmo ed ebbe un mancamento di un secondo, pensando a quello che stava per fare, ma lo doveva fare.

La pistola tremava a ritmo con la sua mano e con il battito del suo cuore impazzito, ma da quella distanza non aveva importanza: non poteva sbagliare; dopo, fosse quel che doveva essere.  Si girò un attimo per dare un’occhiata al locale, quasi non avesse dovuto rivederlo mai più: la sua bella cucina componibile, i vasi di ceramica ordinati sulla mensola, il televisore, per troppe ore suo unico compagno.

* * *

La maniglia terminò la sua breve escursione, la porta si aprì e, saltellando, nonna e bambine piombarono nella cucina inondata di sole: “Mamma, sei incorreggibile, ma hai fatto bene, proprio una bella sorpresa!”, l’accolse la figlia.

La pistola giaceva, oramai inutile, sul fondo del secchio della spazzatura; dietro le spalle della donna sul televisore, che non era stato spento ma sintonizzato erroneamente, quanto provvidenzialmente su “televideo” campeggiava la scritta gialla e bianca:

ULTIMA ORA. SUBITO RIPRESI I TRE PERICOLOSI EVASI

Questa volta il destino aveva avuto pietà.

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Pubblicato da su aprile 5, 2012 in Racconti

 

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