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TOLETTATURA PER CANI

31 Mar

TOLETTATURA PER CANI – Racconto

 

Matteo prese le forbici, la spazzola cardatrice, il pettine di metallo e si apprestò a toilettare il suo cane: d’altra parte era un lavoro che aveva sempre fatto lui da solo, da diciott’anni.

Quando Moki era arrivato in casa di Matteo, diciott’anni prima, appunto (tanti per un cane), era un batuffolo di pelo nero, vivace e dispettoso come solo i cuccioli sanno essere.

Matteo l’aveva voluto a tutti i costi, in un momento molto particolare: una forte depressione dalla quale l’affetto del cane e l’impegno di accudirlo gli diedero la forza e gli stimoli per uscirne.

Negli ultimi nove anni, poi, Matteo e Moki erano rimasti soli, soli in una casa troppo grande e con troppi ricordi.

Ma ancora una volta il loro affetto reciproco, la loro simbiosi, furono un toccasana per entrambi.

Mai un giorno cane e padrone si erano separati: certo, Matteo doveva lavorare e, spesso, Moki rimaneva solo dalla mattina alla sera.

In tali occasioni il cane non mangiava, non beveva, non sporcava; dormiva acciambellato nel suo lettino, fino a che non sentiva girare la chiave nella toppa.

Matteo apriva la prima porta, quella di legno, e subito vedeva la sagoma piccola e scura del suo compagno, trepidante di eccitazione, dietro il vetro della seconda porta.

Non c’erano grandi feste: non avevano bisogno di manifestazioni esteriori eclatanti per dimostrarsi reciprocamene l’amore che li legava.

Una sola volta il cagnolino era stato portato a tosare da un toilettatore professionista, ma a Matteo non era piaciuto il modo come il suo amico era stato trattato, per cui decise che d’allora lo avrebbe sempre lavato, tosato e pettinato personalmente.

A volte succedeva che Matteo avesse dei momenti di tristezza durante i quali, come ogni essere umano, si lasciava andare al pianto; in tali occasioni il cane lo guardava con dispiacere, come a dirgli: “Ci sono qua io, non piangere!”.

Se durante questi momenti Matteo si copriva il viso con le mani, Moki con la zampetta, delicatamente, gliele scostava, come ulteriore monito a non abbattersi.

C’erano, ovviamente, anche i momenti felici, quelli di esaltazione per una piccola cosa, magari, per un nulla: in quei casi l’uomo prendeva in braccio il cane e ballava con lui guancia a guancia.

Poi lo posava a terra e questi, partecipe dell’esaltazione, correva abbaiando a prendere uno dei suoi giocattoli per farselo lanciare dal padrone.

Ci furono, poi, anche momenti molto brutti: un’operazione del cane, vari malanni sempre più frequenti con l’avanzare dell’età dell’animale, occasioni nelle quali Matteo stava veramente male al pensiero di poterlo perdere.

Cosa avrebbe fatto se e quando Moki fosse mancato? Da anni era il suo unico affetto, la sua unica compagnia, il suo sfogo nei momenti brutti e belli.

Ma poi il cagnetto era sempre ritornato allegro, vivace e dolce come una volta, solo un po’ più lento con l’avanzare degli anni a causa dei quali aveva perso anche quasi completamente la vista.

Questo, però, è un senso secondario per i cani, che si basano principalmente sull’udito e, più ancora, sull’olfatto.

A molti, dall’esterno, pareva esagerata l’attenzione di Matteo verso il suo piccolo amico, così come l’intensità del loro legame.

Chi non ha un cane, chi non lo ha mai avuto, non può capire che questo è molto di più di un animale, è un vero compagno di vita ed è spesso la sola alternativa ad una solitudine altrimenti insopportabile: lui è quello che accompagna l’uomo verso il declino senza farglielo sentire.

Sì, perché a lui non interessa se il padrone perde i capelli, se incanutisce, se gli anni lasciano sul suo volto e sul suo corpo segni indelebili: il cane ama la persona per quello che è, non per il suo aspetto, contrariamente a ciò che fanno, invece, molti esseri umani.

Un cane non tradisce e non si può tradire.

Matteo prese, dunque, forbici, spazzola, pettine e cominciò l’opera di toilettatura, con la delicatezza con cui l’aveva sempre fatta.

Il pelo dell’animale allungò i suoi riccioli in belle onde composte, divenne lucido, setoso: mai prima di allora il risultato era stato così positivo.

Ci volle una mezz’ora abbondante, ma non c’era nessuna fretta: Moki era sempre stato un bel cane, ma ora era magnifico, degno di un’esposizione canina; allora Matteo ripose gli attrezzi, prese un grande asciugamani da spiaggia e vi avvolse il suo amico di tanti anni e di tanti momenti belli e brutti poi, piangendo, lo appoggiò delicatamente in uno scatolone e si avviò a seppellirlo nell’orto: anche quello era un lavoro che voleva e doveva fare da solo.

Diciott’anni sono tanti, per un cane.

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Pubblicato da su marzo 31, 2012 in Racconti

 

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