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UNA VECCHIA LETTERA

26 Mar

UNA VECCHIA LETTERA

 

Doveva solo sbrigare le ultime formalità, quello che si fa sempre in questi momenti: le scarpe poste affiancate sulla spalletta del ponte (erano quasi nuove e a qualcuno poteva ancora servire), accanto ad esse la giacca, ripiegata per bene, con in tasca il portafogli con dentro i documenti per il riconoscimento e la solita lettera (è strano come in quel momento gli venne in mente una cosa  buffa: dovrebbero vendere delle lettere pre – stampate per i suicidi!) e poi, finalmente, il volo, il viaggio verso il nulla e così basta lottare, basta dolore, basta delusioni e solitudine.

Questi erano i freddi e lucidi pensieri di Cesare, mentre stava per compiere il suo gesto più estremo ed eclatante. Poteva sembrare uno schiaffo al mondo, o forse solo ad alcune delle persone che lo abitavano, ma in realtà era uno schiaffo a se stesso: l’unica persona che gli aveva fatto e continuava a fargli veramente del male.

Pensava con sarcasmo che tutto era cominciato… dall’inizio, da quel maledetto giorno che, appena uscito nudo, sporco ed asfittico dall’unico luogo dove, forse, era mai stato veramente bene, anche se per soli nove mesi (del resto ci sono molti animali per i quali l’intera vita e l’intero ciclo biologico – sviluppo, nascita, riproduzione, morte – dura molto meno di così) aveva permesso che lo costringessero a respirare e ad affrontare un mondo e una vita che gli avrebbero dato solo modo di conoscere la sofferenza.

In realtà, poi, le cose non erano state così gravi e assolute: l’infanzia e l’adolescenza di Cesare erano trascorse come quelle di tutti gli altri bambini e adolescenti, con momenti fantastici, altri solamente belli, altri ancora poco felici, anche se lui era sempre stato un po’ diverso dai suoi coetanei, così ansioso, ipersensibile e portato al pessimismo.

Forse era questa sindrome del bicchiere mezzo vuoto a fargli pensare ora di non essere mai stato meno che infelice: è come quando, dopo un riposo agitato si proclama “Non ho chiuso occhio tutta notte!”, per poi raccontare un sogno o un incubo che, comunque, stanno a testimoniare che, magari poco, magari male, ma si è comunque dormito.

Se vogliamo essere precisi, dunque, fino ad una certa età Cesare era stato, se non felice, visto che la felicità non esiste, per lo meno sereno come ogni altra persona, anzi, più di tanti altri, visto che in molte parti del mondo ci sono fame, guerre, dittature, malattie, ma ad ognuno di noi, in certi momenti, poco importa di ciò che succede nel terzo mondo: quello che ci importa è il quarto mondo, il nostro! Ciò che, invece, l’aveva spinto a quell’estremo, ultimo gesto, era venuto con la maturità e l’età adulta.

Era allora che aveva scoperto come e quanto la sua vita fosse diversa da quella di tutti gli altri; loro avevano un lavoro fisso, magari noioso, magari pesante, ma un lavoro, un punto di riferimento: lui no, lui era un precario che non sapeva mai cosa gli avrebbe riservato il futuro, uno che non poteva fare progetti, né prendere impegni, perché la sua vita era quella di un funambolo, ma con meno riflettori ed applausi e più pericolo.

Gli altri, poi, i suoi vecchi compagni di scuola avevano amici, compagnie, qualcuno una famiglia, mentre lui era solo e, forse, la solitudine era il suo vero male incurabile: non si vive bene da soli, proprio per nulla. I suoi vecchi compagni di scuola: ecco, quello della scuola era stato sicuramente il periodo più felice (o meno infelice) della sua vita; allora aveva, per forza, amici e compagnia (gli venne in mente la frase finale di uno splendido film “Non ho più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni, ma del resto chi li ha?” e, per la prima volta i suoi occhi si riempirono di lacrime e, per un attimo, vide tutto confuso e sfocato), allora aveva avuto anche insegnanti che si occupavano di lui e si preoccupavano per lui, mentre ora a pochi sarebbe interessato sapere se era vivo o morto: fra poco l’avrebbero saputo comunque.

Che fosse quello il vero problema della sua vita, l’errato approccio che aveva con questa? Cioè il voler vivere un’esistenza da adolescente, dove l’amicizia non vuol dire sentirsi una volta ogni tanto, dove significa fare ogni giorno qualcosa di speciale insieme, dove amore significa un rapporto assoluto che esclude il resto dell’universo e i problemi pratici che comporta il farne parte.

Ma questi discorsi, questi pensieri e bilanci, li aveva fatti almeno un milione di volte, altrimenti ora non sarebbe stato lì: non importava il perché e il percome: l’equazione era semplice, se lui viveva male, la soluzione era smettere di vivere: semplice, no? Equazione… scuola… gli venne in mente una persona che aveva riposto in un cassetto lontano della sua memoria eppure… Eppure un tempo avrebbe giurato che non si sarebbe mai dimenticato del suo professore, quello che, forse, l’aveva amato quanto e più dei suoi stessi genitori, una persona talmente speciale da riuscire a dare amore indistintamente a tutti i suoi alunni.

Ecco che il ricordo tornava limpido e intatto: un anno delle medie, forse la seconda, quell’insegnante così diverso e speciale, capace da farti da padre con la dolcezza di una madre, capace di farti amare ogni singola parola delle sue spiegazioni , per difficili che fossero gli argomenti e di esserti amico e confidente, talora complice, come quella volta che Cesare aveva marinato la scuola e lui, il prof, l’aveva “sgamato”, come diceva il loro gergo, ma gli aveva parato le spalle (anche se allora il termine che aveva usato era un po’ più pesante) in cambio della promessa di non fare più una stupidaggine del genere.

Quella era una delle sue specialità: non farti una sfuriata quando sbagliavi, come facevano molte altre prof, ma farti capire l’errore per non fati più sbagliare.

A questi ricordi ebbe un sussulto, nella notte fredda e deserta, che quasi lo catapultò giù dal ponte in anticipo: recuperò la sua giacca… sì, doveva averla ancora… Alla fine di quel bellissimo anno di scuola con quell’uomo straordinario, capace di fare da cemento tanto da creare da una ventina di ragazzini un unico gruppo affiatato, purtroppo se n’era andato, per lasciare posto ad una megera di quelle che urlavano senza motivo, di quelle che reputavano che il rapporto personale con i propri alunni non fosse previsto dal contratto e, quindi, inutile; prima di salutarli per sempre, però, il loro prof. aveva consegnato a tutti una lettera, fatta di parole sulle quali Cesare, e non solo lui, aveva pianto ogni volta che le aveva rilette.

Quella lettera aveva giurato di conservarla per sempre nel suo portafogli, ma da allora erano passate generazioni di portafogli: chissà se era sopravvissuta ai cambi? E chissà se il suo prof era anch’egli sopravvissuto a tutti quegli anni: allora doveva avere una quarantina d’anni, per cui ora avrebbe dovuto essere oltre i settanta; ma no, impossibile che non ci fosse più o che fosse un vecchio, perché le persone come lui non possono e non devono invecchiare né, tanto meno morire.

Cesare se lo immaginava essere adesso come era allora, sempre pronto a mettersi in competizione coi suoi ragazzi, a sfidarli a gare di corsa nell’intervallo mensa, a giocare con loro a ping pong e via dicendo. Un uomo così non può invecchiare, non può morire e, forse, lui poteva esorcizzarne il tempo, se solo avesse trovato la lettera: c’era! sopravvissuta chissà come per oltre un trentennio. Nuovamente un velo gli coprì gli occhi nell’estrarla con estrema cautela dalla tasca segreta del portafogli. Tanti anni di piegatura l’avevano resa fragile come le ossa di un vecchio,  e lui aveva paura di strapparla.

Ci mise un po’ ad aprirla e non riuscì ad evitare qualche rottura fra gli otto pezzi in cui era ripiegata. La prima parte era un ricordo dell’anno passato insieme e, sotto le parole, si intuiva il suo grande dolore nel perderli, quello che, era sicuro, avrebbe riprovato ogni anno della sua vita in cui doveva lasciare i suoi ragazzi.

Si accorse, dopo solo poche parole, di ricordarla ancora a memoria quella lettera, per tutte le volte che l’aveva letta con le lacrime agli occhi: anche ora stava piangendo, senza ritegno, senza vergogna.

Ma anche se ne conosceva ogni parola, doveva leggerla, perché nel farlo gli sembrava di risentire la voce di quell’uomo che, ora si rese conto, aveva amato e che, in un certo senso aveva tradito non mettendosi più in contatto con lui, nonostante le promesse fattegli. “…certo molti di voi mi dimenticheranno presto: – diceva, ad un certo punto, la sua reliquia – non importa, ma se un giorno sarete in uno stato d’animo prostrato, se vi sembrerà di essere e di essere sempre stati soli, ricordate che in qualche parte del mondo c’è stata,  forse c’è ancora, una persona che vi ha amato, che vi ama e che vi pensa, lottando con voi e per voi in ogni momento, perché questa è la vita che ha scelto: forse, allora, vi sentirete meno soli”.

A questo punto le lacrime di Cesare divennero un pianto dirotto: non era più un uomo di quarant’anni che stava per prendere la decisione più importante e drastica della sua misera vita, ma un bambino di dodici anni e mezzo che piangeva  con la testa sotto  il cuscino per non farsi sentire da mamma e papà, sì, perché loro non avevano mai capito la grandezza di quell’uomo e, sicuramente, se l’avessero sentito piangere avrebbero concluso che quello strano insegnante era solo capace di turbare i ragazzi.

Ora, invece, poteva piangere liberamente: “Grazie, prof, grazie del bene che ci hai voluto; non ti ho dimenticato, non è troppo tardi per scoprire di non essere soli, che in qualche parte del mondo c’è qualcuno che ci pensa e che ci ama” recitava Cesare ad alta voce, piangendo, mentre, seduto sulla spalla del vecchio ponte in pietra, si rimetteva le scarpe, la giacca, mentre riponeva con cura la lettera nel portafogli e questo sul suo cuore, mentre strappava quell’altra, di lettera, quella che dovrebbero vendere pre-stampata. No, alla fine non lo avrebbe fatto il salto: grazie prof, ovunque tu sia. “Non è troppo tardi, non siamo mai soli”, mormorava di continuo piangendo e avviandosi dentro la notte che cominciava a schiarire.

 

 

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1 Commento

Pubblicato da su marzo 26, 2012 in Racconti

 

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Una risposta a “UNA VECCHIA LETTERA

  1. Jean-Louis Mourgues

    marzo 28, 2012 at 3:51 pm

    Realmente splendido, molto commovente (cio che non è facile per un racconto cosi breve) e molto sapiente nelal costruzione narrativa del intero pezzo. Grazie molto !

     

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