RSS

L’ULTIMA VOLTA A VENEZIA

21 Mar

L’ULTIMA VOLTA A VENEZIA

Inutile negarlo a se stesso, pensò Germano: le cose con Giulia non andavano bene, non andavano bene affatto.

Eppure…

Eppure Giulia era stata l’unica cosa positiva in un anno “no” per lui, l’unica che l’aveva sostenuto, consolato, aiutato a superare i momenti peggiori.

L’uomo aveva avuto grossi problemi col suo lavoro, che più volte aveva cambiato nel corso di quell’anno maledetto.

In conseguenza di ciò aveva anche avuto un’instabilità economica che l’aveva costretto a fare dei grossi sacrifici: più di una volta aveva perfino saltato il pasto perché non aveva i soldi per la spesa.

Giulia avrebbe voluto aiutarlo anche economicamente, ma quello no, non lo avrebbe mai accettato: lui aveva un carattere incline alla malinconia, subito pronto ad abbattersi, ma aveva anche un orgoglio e una dignità di quelle che, forse, non usano più e preferiva fare un buco in più alla propria cintura piuttosto che chiedere la carità ad alcuno, fosse pure alla donna che amava.

Poi, grazie soprattutto alla presenza e al sostegno della ragazza, il momento peggiore era passato, anche se certe cose lasciano dei segni indelebili, quasi una pleurite dell’anima: si può superare la fase acuta, quella di pericolo, ma parte di ciò che si è rotto dentro di noi è difficile che si rimargini e se lo fa lascia una cicatrice incurabile.

Loro si erano amati come ci si deve amare, con trasporto, con passione, con dolcezza e tenerezza, con comprensione reciproca; se lui aveva pianto abbracciato a lei, Giulia l’aveva stretto a sé in silenzio, rispettando il suo dolore, senza provare fastidio o imbarazzo.

Poi… cosa era successo?

Tutto e nulla, non c’era un altro per lei, né un’altra per lui, semplicemente non c’era più quel feeling, come se la fiamma si fosse piano, piano affievolita fino quasi ad arrivare a spegnersi.

Lo capivano entrambi che erano alla fine di una storia che forse era stata troppo bella per essere anche eterna, altrimenti sarebbe stata perfetta e la perfezione non è di questo mondo.

Eppure nessuno dei due lo accettava appieno, nessuno voleva buttare via tutto quello che c’era stato, neppure i momenti bui di lui.

Ma nonostante questo erano sempre più distanti: quando Giulia andava a casa di lui si amavano in fretta, in quel letto che sembrava essere diventato di colpo gelido e impossibile da riscaldare.

Ma il gelo era quello che gli trasmettevano loro due.

Subito dopo quel rapporto senza slanci l’uomo, pur senza dirlo, non vedeva l’ora che lei se ne andasse: solo pochi mesi prima avrebbe ingoiato la chiave della porta per trattenerla.

D’altra parte anche lei non vedeva l’ora di uscire da lì al più presto, di tornare al suo appartamento, ai suoi libri, ai suoi pupazzi che ingombravano il letto e la libreria e che, ora come ora, le davano infinitamente più calore di quella relazione stanca.

E poi là c’era Garmin, il suo gatto, il suo compagno da sempre, il suo rifugio, quello che dormiva abbracciato a lei facendo le fusa e dandole più tenerezza e calore dell’uomo che per tanto tempo le era parso una presenza irrinunciabile nella sua vita.

Un giorno Germano, che almeno economicamente si era ripreso, le propose allora un ultimo tentativo per provare a far ritornare tutto come prima: una breve vacanza a Venezia, la città più romantica del mondo, dove nessuno dei due era mai stato e che, nelle loro intenzioni, con le atmosfere che era capace di creare, avrebbe dovuto risvegliare quella pallida fiammella che ancora non era spenta del tutto.

Aveva prenotato il soggiorno in un residence agli Alberoni, giù al Lido, un posto isolato a due passi dalla spiaggia e quasi vuoto in quella stagione morta per il turismo: l’ideale per stare da soli a prendere delle decisioni importanti, per riflettere, per tentare tutto quello che si poteva tentare.

Avevano, anzi, lui aveva previsto ogni cosa, compresa una costosissima escursione in gondola per i canali, ma non c’era cifra che potesse valere il recupero di un amore grande come era stato il loro, o forse come loro avevano pensato che fosse.

Non appena preso possesso della loro camera nel residence, una camera piccola e fredda come solo può essere una camera in un residence fuori stagione, si lanciarono a cercare se stessi fra le calli, fra le bellezze uniche di una città unica: per quello avevano scelto Venezia e scartato Parigi o Vienna, che erano troppo comuni per il loro piano di ricerca di ciò che avevano smarrito.

Col vaporetto arrivarono direttamente in piazza San Marco, salirono sulla torre, da dove si vedeva buona parte della laguna, da dove si vedevano i quattro mori, che erano diventati così per la vecchiaia, visto che in origine erano solamente quattro pastori.

Sulla laguna aleggiava una nebbia triste ed umida e l’acqua odorava di un salmastro insano e putrido, come di qualcosa che moriva

Scesero ed optarono subito per il loro giro in gondola.

Faceva freddo, così si strinsero l’una all’altro, ma provarono ancora più freddo.

Il gondoliere sapiente li condusse in silenzio attraverso il percorso più classico per i turisti ed in particolare per due come quelli, che apparivano chiaramente in crisi.

Germano e Giulia guardavano quegli antichi palazzi che parevano avere la dignità di vecchi decrepiti che cercano di mantenere un decoro formale, e li guardavano con la morte nel cuore: il mare, quel mare maleodorante si stava mangiando le fondamenta: sotto l’apparenza di ricchezza e splendore si celava la rovina, il marciume, altro che  città romantica, il romanticismo lo si vede solo se si vuole vederlo, qui tutto era malato, morente, malato.

Venezia è solamente uno specchio che riflette se stessi: non funzionava, quella città marcescente e in agonia, che prima o poi sarebbe scomparsa, m.o.s.e. o non m.o.s.e. non risvegliava nulla di positivo, se non i pensieri più neri sul loro futuro insieme, sulle loro fondamenta erose dal tempo.

Decisero allora di interrompere il loro tour da Giapponesi in vacanza e di rientrare subito al residence.

Era ancora presto per cenare, presto per dormire, presto per ogni cosa della quale, fra l’altro, non avevano affatto voglia, tranne che per ritrovare un sentimento che era stato troppo bello per mantenersi uguale a se stesso nel tempo: per quello era forse ormai tardi.

Optarono per quattro passi sulla spiaggia: la battigia era ingombra di alghe morte, gusci di conchiglie vuoti e altri relitti, non c’era anima viva a parte i gabbiani pronti a cibarsi di qualsiasi rifiuto, forse anche dei resti di un amore morto o morente.

Un vento freddo, che preannunciava una sera precoce, li sferzava, si insinuava dentro ai loro colletti, nelle maniche, negli occhi, facendoli lacrimare, ma era poi solo il freddo che faceva loro quell’effetto?

Rientrarono definitivamente in camera, tanto nessuno dei due aveva voglia di cenare.

Si misero a letto e cercarono di fare l’amore, ma né Germano, né Giulia ne avevano voglia: era il definitivo fallimento di quel tentativo sbagliato, forse anche perché non c’era nessun tentativo da fare, nessun miracolo che potesse funzionare, nessuna città che potesse resuscitare quel cadavere di sentimento che, come un fantasma che vaga ancora fra i vivi, non capiva e non accettava la propria morte.

Germano si alzò, si rivestì, si girò verso Giulia e le disse freddo: “Me ne vado, torno a casa; tu resta fino alla fine della prenotazione, se vuoi”.

S’avviò alla porta e la attraversò pensando: “Ora mi richiama, ci chiariamo e tutto ritorna come prima”.

Nulla.

Gli venne in mente il ritornello di una canzone del suo cantautore preferito: “Non lasciarmi andare via!”.

Nulla, non serviva neppure quel grido silenzioso, quella muta preghiera; lei non lo chiamò, lei lo lasciò andare: andare via per sempre.

Sentì che Giulia piangeva sul letto, stretta alle proprie ginocchia avvolte del lenzuolo, nonostante questo, però, non fece nulla per fermarlo.

Lui chiuse la porta e lasciò per sempre quella città maledetta, augurandosi che sprofondasse definitivamente e al più presto con tutti i suoi piccioni e coi quattro mori, che poi erano solo dei vecchi pastori con la faccia annerita dal tempo.

Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su marzo 21, 2012 in Racconti

 

Tag: , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: