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MORTE DI UN LADRO

17 Mar

MORTE DI UN LADRO

 

Alessio aveva diciassette anni, un adolescente, a volte stupido come tutti gli adolescenti.

Però… spesso anche loro hanno qualche attenuante: la famiglia.

Alessio aveva una madre, una sorella e un padre, però aveva anche un’altra sorella di otto anni più grande, frutto del primo matrimonio del padre.

Il padre, sì lui: fascista, razzista, violento.

Un giorno, davanti a un supermercato un poveraccio di colore gli si era avvicinato, mentre stava partendo per tornare a casa con a bordo Alessio, che allora aveva nove anni e la piccola, che ne aveva solo tre.

Quello voleva solo vendere fazzoletti o accendini, voleva solo campare, non morire di fame, però si poteva anche dirgli di no.

Il padre di Alessio lui non si accontentava di un semplice no: adducendo il fatto che il vucumprà gli aveva appoggiato una mano sul cofano dell’auto appena lavata, era sceso e davanti ai due bambini, l’aveva steso con un pugno.

Alessio aveva fatto appena in tempo a mettere una mano davanti agli occhi della sorellina.

Questo era il clima dove era cresciuto, dove anche a lui non erano state risparmiate botte e non schiaffi o sculacciate, ma cazzotti in faccia.

Nonostante questo Alessio era cresciuto come tutti i suoi coetanei, era riuscito a farsi comperare il motorino, aveva cominciato a fumare, anche a farsi qualche spinello così, ogni tanto, giusto per stare in compagnia.

Solo che la miscela per lo scooter, le sigarette, la discoteca, le canne, costano e mamma e papà non brillavano per generosità con la paghetta settimanale.

A diciassette anni le esigenze materiali sono tante, soprattutto se devono coprire carenze familiari e affettive.

Un giorno Alessio trovò per terra un portafogli: dentro c’erano trecento euro, ma anche i documenti del proprietario; però erano soldi facili, erano tanti, Alessio non ci pensò un attimo: gettò via il portafogli e si tenne i soldi.

Trecento euro sono tanti a diciassette anni, ma finirono presto ugualmente e lui aveva per un po’ di tempo provato cosa vuol dire non dover chiedere una sigaretta agli amici, non dover prendere dal salvadanaio della sorellina i soldi per la benzina, potersi comperare quella t – shirt che gli piaceva tanto…

Andando a scuola, dove era stato bocciato un anno e l’aveva pagata con un occhio nero e un livido sulla coscia, gli capitò proprio sotto il naso un tizio con mezzo portafogli fuori dalla tasca posteriore dei pantaloni: furono due minuti di panico, ma riuscì, in quella calca, a sfilarglielo senza essere visto e senza che il proprietario se ne accorgesse.

Stavolta erano solo settanta euro, ma sempre tanti per lui e sufficienti per quel paio di scarpe che avevano anche tutti i suoi amici.

In famiglia, ovviamente, nessuno si accorse dei suoi acquisti, nessuno si chiese da dove venivano i soldi.

Li notò solo la bambina, le scarpe, la maglietta, ma non le interessava più di tanto; padre e madre, invece, continuavano a essere distratti come molti genitori, troppo presi dalla smania di guadagnare il superfluo per badare alla sola esigenza vera dei figli: l’attenzione.

Oramai Alessio aveva scoperto il bello di avere in tasca tanto denaro facile e aveva scoperto anche di essere bravo a procurarselo.

Un giorno che era al cinema da solo, uno sconosciuto seduto accanto a lui gli aveva appoggiato la mano sulla coscia e fra le dita teneva cinquanta euro; per un attimo Alessio pensò di accettare, anche quelli erano soldi facili, poi l’idea lo disgustò, si alzò scostando in malo modo la mano dell’uomo e uscì.

Però i soldi, soprattutto quelli facili, finivano subito, perché era bello spendere ciò che non si è guadagnato con fatica.

A scuola era riuscito a sfilare, durante l’intervallo, il portafogli dalla borsetta della professoressa di lettere; lei era in bagno e non si accorse di nulla, anzi pensò che fosse stato un errore del bancomat che le aveva dato meno soldi di quanto richiesto: andò perfino in banca a fare una piazzata.

Poi toccò al borsellino della bidella: quindici miseri euro, buoni a malapena per un pieno e un paio di pacchetti di sigarette.

Stavolta la bidella, però, si accorse del furto e lo disse al preside e questi fece una bella circolare: rubare di nuovo a scuola sarebbe stato troppo rischioso, ma Alessio aveva ancora bisogno di soldi, sempre di più.

Doveva anche del denaro a quello che gli vendeva l’erba e quelli non hanno molta pazienza, così andò col motorino fuori città, dove finivano i condomini e iniziavano le villette; ne trovò una dove non c’era nessuno in casa: forzò una finestra ed entrò: per fortuna non c’era un impianto d’allarme; trovò un paio di centinaia di euro e una macchina fotografica, che sapeva già a chi vendere.

Quella volta era andata così bene che lo rifece, stavolta in un’altra zona, perché nessuno si allarmasse come era successo a scuola; anche stavolta gli andò bene; oramai Alessio era diventato un ladro, ma non per cattiveria, bensì per incoscienza adolescenziale ed ogni volta diventava più esperto ed era anche fortunato, perché nessuno aveva mai visto nulla, nessuno aveva antifurti: quelli sono nelle case dei ricchi, non dei piccolo – borghesi.

Aveva saldato il debito con lo spacciatore e si era spaventato talmente per le minacce di quello che aveva deciso di smettere con l’erba.

Era un sabato sera, quando la gente esce a divertirsi; trovò la villetta giusta, avvolta dall’oscurità, isolata in mezzo a prati incolti con erbacce alte un metro; entrò: aveva avuto fortuna anche stavolta, la finestra era accostata e non avrebbe neppure dovuto rompere il vetro.

Aveva la sua torcia a LED: cominciò a cercare in giro, aveva imparato dove la gente teneva i soldi: il cassetto del comò, sotto la biancheria, il cassettino dell’ingresso; i più fantasiosi li tenevano nel barattolo dello zucchero, in cucina; chissà perché mai in quello del caffè o del sale: sempre lo zucchero.

Il ragazzo cominciò la sua ricerca, poi, tutta quell’erba alta, la sua allergia… Starnutì; al piano di sopra si accese una luce, voci, rumore di piedi.

Alessio si diede alla fuga, non dalla finestra da cui era entrato, ma dalla porta; ci mise un po’ ad aprirla, con le mani che tremavano di paura, era la prima volta che lo sorprendevano e solo ora si rendeva conto del pericolo di quello che stava facendo, che non era un gioco, ma un reato.

Alessio giocava a calcio, Alessio era veloce, Alessio scappò a gambe levate; sulla porta aperta comparve un uomo, aveva una rivoltella in mano: sparò; il ragazzo sentì come una puntura sotto la scapola destra e una mano che lo spingeva violentemente in avanti, ma non rallentò la sua corsa, saltò sul motorino e schizzò via senza neppure accendere le luci.

Ora il dolore cominciava a farsi sentire, gli pareva di avere la schiena bagnata giù, fino a sotto la cintura dei pantaloni. Al buio, senza luci, si perse, aveva lasciato la strada principale e si era infilato in quell’intrico di erbacce; il motorino sbandò, Alessio cadde e non ebbe la forza di rialzarsi.

Riuscì a trascinarsi fino ad un albero, si sedette appoggiato a questo e cominciò a piangere; aveva capito che stava morendo dissanguato, ma se avesse telefonato per chiedere aiuto, l’avrebbero arrestato: era minorenne e incensurato, forse non sarebbe andato neppure in prigione, ma suo padre gliene avrebbe date un sacco e poi, le sue urla….

Aveva paura, piangeva tossiva, gli mancava a mamma, la sorella, perfino il padre, gli mancavano i suoi amici, i suoi diciassette anni, la vita: era ritornato il bambino che, in effetti, era; ci mise parecchie ore a morire.

Lo trovarono dopo due giorni, seduto su una grossa pozza rappresa di colore rosso scuro che gli partiva dalla scapola, le guance con lunghe righe nere; gli occhi aperti erano quelli di un bambino spaventato che aveva perso la strada.

Ma nessuno avrebbe pianto più di tanto la morte di un ladruncolo.

 

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Pubblicato da su marzo 17, 2012 in Racconti

 

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