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NICO PICCOLO ALBANESE

15 Mar

 NICO, PICCOLO ALBANESE

(Una storia vera)

 

Nico non è stato un mio allievo, ma se voglio narrare di figli maltrattati da Dei talvolta ingiusti, lui deve essere senz’altro fra i primi ad essere citato.

Era la mia supplenza d’esordio del dopo laurea ed era il mese di novembre.

Per recarmi a scuola facevo, per comodità, un tratto della superstrada Milano – Meda (chi è di Milano sa di cosa parlo).

Al semaforo al quale giravo a sinistra per rientrare in città stazionava un bimbetto di undici o dodici anni, che chiedeva l’elemosina.

Sporco, stracciato come si usa mandare questi poveretti, ma con un sorriso di una bellezza e dolcezza infinite, era già sul posto alle sette e mezzo del mattino, forse prima e con una temperatura di cinque, sei gradi sotto zero!

Forse in altre occasioni lo avrei ignorato, ma avevo da poco iniziato ad insegnare a suoi coetanei: questi avevano il computer, la playstation, bei vestiti firmati; lui solo freddo, fame e, presumibilmente botte dai suoi sfruttatori.

Per questo mi fermai a parlare con lui, gli chiesi il suo nome e gli dissi il mio e ogni mattina gli davo pochi spiccioli per risparmiargli le botte, ma gli portavo sempre una brioche oppure dei biscotti.

Gli regalai anche, in una mattina di pioggia particolarmente gelida, un berretto e un paio di guanti che, naturalmente, non gli fu mai consentito di indossare.

Quando mi vedeva arrivare al mattino correva verso di me gridando: ”ciao Marco” e rischiando di essere travolto dalle altre auto.

Non ero il solo insegnante della mia scuola ad averlo notato: anche una collega si era lasciata impietosire dal suo viso dolcissimo e ben diverso da quello di altri piccoli immigrati.

Ne parlammo insieme e insieme interpellammo il sacerdote che insegnava religione, per vedere come e se fosse possibile aiutarlo.

Non fummo soddisfatti della sua risposta “Tanto che si risolve? È una goccia nell’oceano”.

Forse n on si sarebbe risolto il problema in generale, ma almeno quello di Nico sì.

Io avevo anche pensato di portarlo con me, il giorno di Natale, a mangiare dai parenti presso i quali avrei trascorso la festività.

Sparì, invece: a metà dicembre ci fu una retata in tutta Milano di questi poveri bambini venduti e sfruttati e furono rimpatriati (cosa perfettamente inutile, dato che immediatamente vengono riciclati e rinviati a mendicare).

Noi, io e la mia collega, avremmo voluto poterlo mandare in un istituto dove gli fosse consentito studiare e giocare come è diritto dei suoi coetanei, vivere una vita bambina, ma non lo rivedemmo mai più.

Per quello che vale, lui, però, rimarrà sempre nel mio ricordo e nel mio cuore.

Ciao, Nico, ovunque tu sia.

A te dedico questo capitolo, a te e a tutti quei bambini come te violentati dalla vita e dall’indifferenza della gente.

 

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Pubblicato da su marzo 15, 2012 in Racconti

 

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